Il catalogo è questo: è tutto una calamita!
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Cultura

Il catalogo è questo: è tutto una calamita!

Ho già avuto modo di spiegare, su per giù, quello che penso riguardo al fenomeno sociale e individuale che va sotto il nome di amore. Ma non vorrei essere sembrata apodittica e definitiva, cosa che in effetti, a questo proposito, …Leggi tutto

Ho già avuto modo di spiegare, su per giù, quello che penso riguardo al fenomeno sociale e individuale che va sotto il nome di amore. Ma non vorrei essere sembrata apodittica e definitiva, cosa che in effetti, a questo proposito, preferisco essere; perciò vorrei presentare una serie di prove a sostegno della mia tesi. Per fortuna, possiamo disporne e farne tesoro.

Ignorando per un attimo il fatto principale che non capisco come possiamo fidarci di una cosa che proviene da noi, cioè come si possa agire in conseguenza dei propri pensieri riguardo gli altri senza l’aiuto di chi ne sa di più – voi vi buttereste mai da un campanile ignorando la fondamentale legge di gravità? – è il problema della scelta la questione più spinosa di tutta la faccenda. Come si fa a stare tranquilli nella propria scelta, ignorando al contempo il fatto che, senza nessuna ombra di dubbio, almeno una delle scelte che restano fuori sarebbe stata migliore?

A ben vedere, è un tipico esempio di sospensione dell’incredulità.

In Frammenti di un discorso amoroso,

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Roland Barthes spiega che si tratta di una supervalutazione dell’oggetto basata sulla fissazione in quel qualcosa di inspiegabile e inclassificabile nell’altro, che chiama atopos.

Non sono del tutto d’accordo. Ma spero di arrivarci alla fine.

In realtà, ogni volta che si tratta di stabilire cosa è questo atopos, non si può che ricorrere all’autogiustificazione del gusto personale (non è bello ciò che è bello, ma è bello eccetera), o a una di quelle insopportabili tautologie da film francese.

Non sto dicendo che non è capitato anche a me, talvolta, di cadere in quella palude di misunderstanding che è l’innamoramento, e nemmeno che le esperienze che ho fatto sono state così negative da farmi desistere o disilludere, anzi, tutt’altro. Ma questo non significa che io sia d’accordo con quello che, talvolta, faccio. Naturalmente, anche a me è capitato di andare in un parco acquatico e anche, una volta lì, di divertirmi, a modo mio. Questo non significa che sia fiera di esserci andata, né che non vedo l’ora di riandarci.

Ma come si fa a razionalizzare una cosa che è per sua natura il regno dell’irrazionale? Si possono, al massimo, limitare i criteri di scelta, anche se non volontariamente: per esempio, a me piacciono i mori, ma questa non è un’autolimitazione; piuttosto, il fatto di avere avuto più storie sentimentali con i mori è una conseguenza del fatto casuale che a me piacciono i mori. Ciò non significa che se dovesse piacermi un uomo biondo, o rosso, io mi convincerei che non può piacermi per il fatto che a me, solitamente, mi piacciono i mori. La statistica è una scienza delle occorrenze già verificatesi, non mi aiuta in questo. Non posso applicare alle mie scelte amorose nemmeno la dignità di seguire il mio gusto. Capito in che mani siamo?

Tanto vale buttare un amo nel mare e aspettare che qualche pesci abbocchi - per quanto mi riguarda questa è a ogni buon conto la metafora migliore per la maggior parte dei casi.

La natura aleatoria delle preferenze, poi, ci pone in una condizione di inferiorità se non addirittura di disabilità rispetto alla vastità delle scelte che sono possibili: se la mia scelta non è vincolata, vuol dire che non ho scelta! Sarebbe molto più sano, oltre che elegante, imporsi un criterio arbitrario che stabilisca una mappa di azione limitata.

L”ipotesi della limitazione mi affascina. L’idea di Georges Perec di scrivere un romanzo, La scomparsa, senza mai utilizzare la vocale «e», e poi uno, Le reverentes, che invece contiene solo questa, per quanto trovi questo genere di esperimenti esteticamente noioso, per il discorso amoroso potebbe essere un ottimo spunto.

Sì, si tratta di fare qualcosa di simile. Ma come, non so che ogni imposizione di un vincolo, in  fatto di erotismo, è di fatto un tabù, e il senso di ogni tabù è la sua infrazione?

Mmm, sì, ma non la farei così facile. Aver letto Bataille, al contrario dell’aver studiato Newton a scuola, non ci salva dalle cadute libere.

Forse, come sempre, il cinema può salvarci: per i venti anni, dal 1930, in cui è stato in vigore il codice Hays, gli sceneggiatori di Hollywood si lambiccavano il cervello per scrivere scene che suggerissero l’idea dell’erotismo – del sesso, della prostituzione, dell’adescamento, del tradimento – senza suscitare la censura. Cioè, in definitiva, si trattava di trovare spettatori più perspicaci dei censori. I film di quegli anni non sono affatto privi di erotismo, anzi: vale l’esatto contrario.

Non sto parlando solo della splendida scena di Quando la moglie è in vacanza (titolo italiano che tradisce tutta la pruderie della nostra cultura, soprattutto quando si nota che il titolo originale è direttamente Il prurito del settimo anno), quando la gonna di Marilyn si gonfia sulla grata della metropolitana – che è comunque molto più erotica di quanto lo sarebbe stata una scena di nudo – ma della sofisticata arte di trarre un surplus di godimento dall’imposizione di un vincolo.

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Forse gli sceneggiatori ne avrebbero volentieri fatto a meno (non tutti: George Cukor  - date un’occhiata alla sua filmografia - qui dice una cosa come «non scambiatemi per un moralista, ma penso che lavorare in questo modo [cioè senza censure] sia terribilmente facile. È troppo semplice spogliarsi, stringersi convulsamente e baciarsi con la lingua. La regola per i baci è che gli attori tenessero saldamente i piedi per terra. A dispetto di queste restrizioni, ho la sensazione che tutto risultasse estremamente più erotico»), ma sono di questo periodo gli esempi più raffinati di un accumulo di microsegni erotici che l’arte può produrre.

Il problema, e la cosa più affascinante, è – per restare nella metafora cinematografica – il controcampo, cioè tutto quello che resta fuori. Come si fa ad essere sicuri che la nostra sia la migliore scelta possibile? Non è solo una questione di tenere fede alla monogamia e di evitare l’onta del tradimento, è questione che non si può essere ubiqui. Se sto amoreggiando con qualcheduno, sono fisicamente impossibilitata a conoscere qualcuno di migliore. È un fatto.

È l’assenza, che stride e scalpita, a produrre il godimento. Non la penso come Platone e come Galimberti, non credo che il desiderio nasca da un’assenza, anzi: come ho già detto, credo che la quantità sprigioni un erotismo per il solo fatto di contare sul proprio eccesso. Qui parlo di un altro tipo di mancanza, che non produce tanto il desiderio, quanto il piacere.

È questo il tarlo di Don Giovanni: l’accumulo presuppone l’insoddisfazione per il presente, certo, ma qui non è in gioco l’accontentarsi del sesso, che come un convento passa quello che può. Chi pensa che Don Giovanni sia un cinico non ha capito: lui è disperatamente alla ricerca di qualcosa che non ha, per cui sente una nostalgia talmente feroce che la sua ricerca d’amore si avvale della stessa tecnica della carneficina. Don Giovanni trae piacere dall’annullarsi, nel presente, di tutte le alternative. Solo che questo annullamento non finisce mai. La sua ricerca non commette l’errore di essere stupidamente eroica o ascensionale, cioè quel “qualcosa di meglio” non ha un valore morale, o etico, o ascetico.

L’erotismo di Don Giovanni è vertiginoso proprio perché è orizzontale, e non è cinico perché ammette quello che tutti dovremmo ammettere, e cioè che se guardiamo le nostre vicende amorose da un punto esterno, una vale l’altra.

La lista dell’aria famosa e spensierata, infatti, non è sua: è Leporello che la fa a Donna Elvira: per questo l’elenco sembra allegro.

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E prosegue con la lista delle caratteristiche delle donne accumulate: bionde, brune, bianche, contadine, cameriere, grassotte, magrotte, piccine, vezzose… Per questo la teoria barthesiana dell’atopos, dell’inclassificabile, mi pare insufficiente. C’è anche un erotismo della classificazione, dell’elenco, che produce quella tensione tra il dicibile e l’indicibile, e tra quello che vi è incluso e quello che ne resta irrimediabilmente fuori, tensione di cui è fatto, per come la vedo, l’erotismo.

Infatti poi Barthes rivela il suo pregiudizio, dicendo: forse nel concentrarsi su un tipo, su una caratteristica ricorrente, siamo tutti dei dongiovanni un pochino più difficili?

Ma no.

Quanta raffinatezza, invece, da parte di Da Ponte nella scelta di quel numero. 1003, come dice Kierkegaard nel Don Giovanni, è un numero dispari e assurdo, primo balzo nel vuoto di una lista infinita, destinato ad accrescersi a meno che non sopraggiunga la morte.

Il godimento supremo è possibile solo dopo il numero 1004, per questo quando un amore finisce ci mettiamo a caccia di un altro. Solo se assumiamo che siamo animali ossessivi, e sensibili verso tutto ciò che è assente, e non sociali o amorosi, giustifico razionalmente quel fenomeno che va sotto il nome di amore.

Tutto ciò premesso, apparirà chiaro perché la frase che per me descrive l’amore in maniera più esatta è in Moby Dick, il più grande romanzo d’amore di tutti i tempi.

La riporto sotto

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Basta sostituire «odiata» con «amata». I capelli neri, o biondi, o qualsiasi altra caratteristica fisica che ci attrae nell’altro rendendolo inclassificabile, non sono che il corrispettivo della bianchezza della balena.

Per questo chiediamo ai libri la verità vi prego sull’amore, esattamente come Ahab chiede a tutte le navi che incrocia se hanno visto la balena bianca. Per questo chi non si misura col mostro, come il capitano della nave inglese, è destinato al ruolo di personaggio secondario, cacciatore banale di pesci nel mare

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Ecco.

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