Ho una g nello stomaco e una d sul letto del fiume
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Cultura

Ho una g nello stomaco e una d sul letto del fiume

'A Budapest, i medici hanno operato l’apprendista tipografo Gyoergyi Szabo, 17 anni, che, rimuginando tristemente sulla perdita della fidanzata, ne aveva composto il nome con i caratteri mobili e li aveva 'ingoiati'

«A Budapest, i medici hanno operato l’apprendista tipografo Gyoergyi Szabo, 17 anni, che, rimuginando tristemente sulla perdita della fidanzata, ne aveva composto il nome con i caratteri mobili e li aveva ingoiati. – Time, 28 dicembre 1936»

Chissà se quei caratteri erano romani o sans serif, cioè con o senza grazie, se erano squadrati, arrotondati, quanti erano, se cioè la ragazza amata da Gyoergyi aveva un nome lungo, se conteneva h, t, l, y, chi li aveva inventati, dove erano stati fusi e poi montati sui punzoni, e quali testi, oltre a quel nome, avevano composto.

La splendida epigrafe è posta all’inizio di questa biografia dei caratteri tipografici (Simon Garfield, Sei proprio il mio Typo. La vita segreta delle font (tit. orig. Just my Type), Ponte alle Grazie), dal bistrattato e incautamente patetico Comic Sans, affrontato all’inizio per togliersi il pensiero, alle font più usate del mondo, come il «pulito e onesto» Helvetica – che ha ispirato anche un film  - o l’Underground, inventato nel 1915 dal tipografo Johnston per la segnaletica della metro di Londra.

Entrando dentro la vita e la genesi delle font si ha la sensazione si avrebbe sentendo Bach suonare dal vivo (e da vivo) dopo aver ascoltato per una vita solo campionature al sintentizzatore dei Concerti brandeburghesi.

E in effetti i caratteri sembrano variazioni sui due temi principali di romani, dotati di grazie, o sans serif, che non ne hanno, i cui rispettivi capostipiti sono il TRAJAN (quello usato per la colonna Traiana)

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e il Gill Sans (caratteri senza grazie sono anche quelli che appaiono sugli edifici dell’epoca fascista). Ma la loro musica è davvero infinita e vertiginosa.

La visione funzionalista o semplicemente stilistica delle diverse font decade già a metà libro: la lotta per inventare nuovi caratteri che siano “specchio del tempo” se non addirittura una sua espressione, come il Futura, e i dilemmi dei tipografi per far combaciare l’idea al disegno e il disegno allo stampo – con tutta la geografia da dare alle forme e alle curve della matrice – bastano a dare il senso di quanto sia raffinata la scienza della loro creazione.

Il Gill Sans che abbiamo nel nostro programma di scrittura si chiama così perché lo ha inventato un certo Eric Gill, bizzarro e ossessivo tipografo del Galles amante delle figlie, delle sorelle e del cane;

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il Futura fu disegnato da Paul Renner negli anni ’20 con uno stile modernista che voleva incarnare lo spirito delle avanguardie futuriste in opposizione al gotico Fraktur, erede del Textura di Gutenberg, che definì «idiota e malevolo» ma che incidentalmente era amato dai nazisti (che infatti nel ’33 lo fanno arrestare), e poi dagli stessi nazisti odiato perché ritenuto espressione della plutocrazia ebraica;

il Bodoni fu inventato dal parmigiano Giambattista Bodoni nel 1790 e usato oggi per lla copertina di Vanity Fair;

il Baskerville, dalla Q maiuscola a coda di scoiattolo, fu inventato dal suo omonimo di Birmingham nel 1760 ricevendo persino gli elogi di Benjamin Franklin, che però poi fece stampare la Dichiarazione d’indipendenza del 1776 in Caslon (ironicamente, anche la prima biografia di Baskerville fu stampata in Caslon);

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l’Arial non è che la copiatura malandrina dell’Helvetica da parte del team Microsoft;

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il Verdana sostituì nel 2009 il Futura nel catalogo IKEA, scatenando un dibattito assurdo che l’autore del libro risolve in un modo sorprendentemente intelligente.

La sensazione che restituisce la lettura è davvero inedita: sembra di leggere le biografie di attori che vediamo tutti i giorni impersonare una parte sugli schermi, talmente bene da non essere guardati nella loro individualità (non ci interessa se De Niro ha i calli o è credente o i suoi bisnonni sono emigrati dal Molise per godere di Taxi Driver).

Ma entrando nelle fonderie, la curiosità cresce, ci si affeziona a un carattere per le sue curve e le sue reticenze, per i suoi occhielli o legami, per il modo in cui la lettura di un testo è resa trasparente dall’elusività vitrea di un carattere – quando non si finisce vittime di quella che Erik Spiekerman, inventore della Bibbia da seicentoventimila caratteri FontBook chiama tipomania, un disturbo simile alla pornofilia, sorta in lui quando da ragazzino entrò in una stamperia della Sassonia e vide «tutti quei caratteri di metallo sparsi qua e là, e tutto quel lurido inchiostro oleoso, e poi qualcuno vi mise sopra un foglio candido e produsse un resto chiaro e nitido (…). Fu qualcosa di magico».

(A proposito di nevrosi da font per tutte vale la la storia del Windsor di Woody Allen).

Su Fontshop, il catalogo universale delle font acquistabili, i caratteri si compongono nella scritta Handgloves, l’unica, a quanto pare, a restituire al meglio l’individualità di un carattere, la sua personalità e la sua genealogia, anche se, dice Garfield, è con la g minuscola che i disegnatori si lasciano andare, e anche l’autore del libro, che di solito è leggero e spiritoso, mostra qui una specie di rispetto liturgico.

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La storia più bella è quella del Doves: nato nella stamperia omonima di Londra per mano del tipografo Thomas Cobden-Sanderson, venne usato per la Bibbia del 1902.

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È un carattere bellissimo e innovativo, basato sui caratteri veneziani di Jenson e Manuzio, ma rispetto a questi più “raffinato e elusivo”.

Sentendo arrivare la morte, il suo inventore non vuole che il suo socio se ne impossessi, o che venga usato per stampe mediocri o disdicevoli; così, giorno dopo giorno, per tre anni, impacchetta matrici e cliché e ogni giorno al calare della notte si reca dalla tipografia all’Hammersmith Bridge. Gli ci vogliono più di cento viaggi per disfarsi delle bellissime lettere di metallo gettandole nel Tamigi, sul cui fondo, pare, stanno tuttora.

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