Fobie, manie e narcisismo dell’uomo d’acciaio: Stalin e la paranoia
Fobie, manie e narcisismo dell’uomo d’acciaio: Stalin e la paranoia
Cultura

Fobie, manie e narcisismo dell’uomo d’acciaio: Stalin e la paranoia

Bisogna leggere tutta la poderosa biografia di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin ad opera di Boris Souvarine fino alla fine per trovarvi tracce della famosa paranoia del capo del bolscevismo. Ora un saggio di Luigi Zoja sulla paranoia come follia storica…Leggi tutto

Bisogna leggere tutta la poderosa biografia di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin ad opera di Boris Souvarine fino alla fine per trovarvi tracce della famosa paranoia del capo del bolscevismo. Ora un saggio di Luigi Zoja sulla paranoia come follia storica ne fornisce prove vaste, di quel genere voluttuosamente gelido che è proprio della scienza, e irresistibilmente inequivocabili: la patologia – la stessa di cui era affetto Hitler – gli fu diagnosticata dal medico Bekhterev nel dicembre 1927 a Mosca: Stalin aveva chiesto di vederlo dopo un congresso di neuropatologia; in seguito all’incontro, Bekhterev confessò al suo assistente di essere «estremamente preoccupato perché il capo del Paese era un paranoico gravissimo». Non fece neppure in tempo a rincasare dal congresso: morì «di malattia» nell’albergo in cui si trovava.

«In ognuna delle sue residenze secondarie», dice Zoja, «dovevano esserci due uscite. Ognuna doveva avere diverse camere da letto. A disposizione di ogni letto doveva trovarsi un completo di lenzuola: di regola, Stalin preferiva stenderle di persona sul giaciglio. La lampada per la lettura non doveva essere fissata alla parete, perché prima di coricarsi la impugnava e faceva una ispezione sotto il letto». Numerose fobie accompagnavano il delirio allucinatorio: «Quando si recava nella nativa Georgia, di solito faceva partire cinque treni, prendeva posto in uno e agli altri assegnava dei sosia».

Aveva paura dell’aereo: «solo una volta in vita sua prese un aereo, per recarsi a Teheran, dove ebbe il primo incontro con Churchill e Roosevelt (i successivi furono praticamente organizzati «in casa» per lui, a Yalta e Potsdam). E anche in questo caso aveva preso precauzioni estreme: intorno al suo volava una scorta di 27 aerei. Ma anche se fossero stati centinaia, non avrebbero potuto evitare i vuoti d’aria», che lo terrorizzavano.

In Koba il terribile Martin Amis scrive che Stalin si fidò in vita sua di una sola persona: Adolf Hitler. Che nei suoi Discorsi conviviali, dal canto suo, definì Stalin «una delle figure più straordinarie della storia mondiale». In piena simbiosi con la proiezione alterata di sé stesso, per Souvarine Stalin era «ossessionato dal pensiero della sua biografia. I suoi più vecchi compagni hanno pagato con la vita il fatto di conoscerlo da troppo tempo». In più, non era «mai sazio di elogi magniloquenti e artificiali, di complimenti più o meno sinceri». Ogni volta che pronunciava qualche comunissima banalità, la «Pravda» vedeva nel suo discorso «una nuova tappa nella storia universale». Tra i cosiddetti nemici del popolo, traditori, spie, trockisti, fascisti camuffati, moltissimi hanno «pronunciato o scritto ditirambi» in onore del «più straordinario fra i capi dei lavoratori», il «sole riflesso da milioni di cuori umani», colui che «chiama l’uomo alla vita» e «i secoli alla giovinezza», «più trasparente e più puro delle chiare acque del Bajkal», la cui vista è «più acuta di quella del falco», «più forte del leone coraggioso», «giardino magnifico di frutti fragranti» e, inoltre, «diamante più scintillante del Partito».

Questa orrenda iconografia in cui, come dice Souvarine, si faceva «a gara a chi spinge più in là il delirio parossistico», benché adatta a lucidare l’ego del dittatore che manteneva anche all’estero «una schiera di prostitute della penna» felici di definirsi tali, finì però con il preoccuparlo come lampante segnale di pericolo: nella rete paranoica dentro cui tutto quello che lo riguardava veniva fagocitato, l’adulazione frenetica equivaleva a un’ammissione di colpa: il narcisista, convinto della verità di quelle asserzioni elegiache sul suo conto, sospettava che lo si conoscesse troppo bene per poter sopravvivere. La figlia Svetlana Allilueva scriverà: «Nel 1937 mio padre non esitò a sterminare i membri della sua stessa famiglia, i tre Svanidze, Redens, Enukidze (padrino di mia madre)… La stessa cosa accadde nel ’48 con le mie zie: le trovava pericolose perché sapevano troppe cose ed erano troppo chiacchierone».

Zoja fornisce due prove agghiaccianti a sostegno di ciò: Stalin aveva un figlio, Yakov, nato dal primo matrimonio, «un giovane sensibile, nervoso e taciturno». Il padre lo disprezzava. Quando andò a vivere a Mosca, «l’irritazione di Stalin aumentò, probabilmente perché nella capitale Yakov era visibilmente quel georgiano sperduto che il padre aveva cercato di cancellare in se stesso». Nel 1928 o nel 1929 il giovane si sparò, senza però riuscire a uccidersi. Il padre sembra abbia commentato: «Non è capace neppure di prendere la mira». Arruolatosi nell’Armata Rossa con il sopraggiungere della guerra, Yakov fu fatto prigioniero già nei primi giorni dell’attacco nazista. Secondo la figlia Svetlana, Stalin «prese la cosa come un affronto personale». Rifiutò uno scambio di prigionieri che gli era stato proposto, e a un corrispondente straniero che lo intervistava sui soldati catturati, disse: «Nei campi di Hitler non esistono russi prigionieri: solo traditori, con cui faremo i conti più avanti». Il giornalista insistette e gli chiese anche di Yakov. Stalin tagliò corto: «Non ho nessun figlio che si chiama Yakov».«Nel campo prigionieri di Sachsenhausen, vicino a Berlino», dice Zoja, «questa intervista fu trasmessa per radio. Disperato, Yakov si diresse verso la recinzione e, facendo mostra di arrampicarsi, gridò alla sentinella di sparare. Questa volta il suicidio non poteva non riuscire».

Quel che successe alla seconda moglie Nadežda (Nadya) Allilueva Stalina è piuttosto significativo: «Il 7 novembre 1932, durante un festeggiamento, egli la offese in pubblico. Secondo alcuni aveva bevuto e corteggiava un’altra donna. È interessante notare come sulle infedeltà di Stalin esistano molte opinioni, diversi indizi, ma poche prove: Nadya, però, vivendo con un uomo che già era tutto un sospetto, sospettava a sua volta che lui amoreggiasse alle sue spalle. Rientrò al Cremlino e gli scrisse una lettera di rimproveri. Poi si puntò una pistola al cuore e sparò». Pare che alla cerimonia funebre Stalin si accostò solo un istante alla bara aperta. «Dopo averla ricacciata con un gesto, disse forte: “Mi ha lasciato come un nemico!”». Come era prevedibile, negò qualsiasi responsabilità. «Al fratello di lei fece vedere un cassetto che conteneva mucchi di banconote accumulate: “Poteva andare dove voleva, comprare quel che voleva”. Pur di negare le proprie responsabilità, Stalin era evidentemente disposto a usare i meno marxisti degli argomenti». In un momento di rimorso di coscienza, avrebbe detto invece a Molotov: «Forse avrei dovuto portarla più spesso al cinema».

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