Cos’è in fondo Venezia: il sadismo degli scrittori verso la bellezza
Cos’è in fondo Venezia: il sadismo degli scrittori verso la bellezza
Cultura

Cos’è in fondo Venezia: il sadismo degli scrittori verso la bellezza

C’è gente che mi fa: sì ma tu leggi sempre le stesse cose. Incidentalmente è la stessa che dice sì ma tu stai in fissa con certe città. Ora, è chiaro a tutti che non c’è nulla da …Leggi tutto

C’è gente che mi fa: sì ma tu leggi sempre le stesse cose. Incidentalmente è la stessa che dice sì ma tu stai in fissa con certe città. Ora, è chiaro a tutti che non c’è nulla da replicare, a parole. Posso solo opporre all’accusa di essere ossessiva una ossessione più grande. Da un po’ di tempo ho preso a cercare non tanto quello che mi piace, quanto quello che mi mostra quello che amo in una versione leggermente, o atrocemente, degradata. Perché lo faccio? Forse per ricavare un piacere mediato, di secondo livello, forse solo perché è divertente e più interessante, come tutte le cose che stimolano l’autocritica. È un meccanismo più comune di quanto si pensi; consiste nel ricercare riferimenti peggiorativi o insultanti alle cose che preferiamo.

A ben vedere lo facciamo spesso, per esempio ogni qual volta ci fermiamo a origliare una conversazione che ci riguarda, o quando cediamo alla tentazione di violare la privacy del nostro amante accettando (assaporando?) il gusto amaro di scoprire qualcosa di oltraggioso nei nostri confronti o la prova di un’onta subita. È un meccanismo che conferisce teatralità alle cose, e un presentimento voluttuoso di sconfitta. Credo che la letteratura migliore consista in questo disvelamento di ciò che è reputato universalmente giusto, nella trasvalutazione di tutti i valori, cioè.

Non a caso ho parlato di letteratura e di città. Posso portare due esempi in cui una corposa scrittura si mette al servizio della rivelazione della malsanìa di una città universalmente ritenuta non solo bella, ma regno di tutto ciò che è bello, poetico, decoroso, elaborato e sentimentale. Sono capaci tutti di parlare di Venezia dicendo quanto sia superbamente decadente, magica, romantica, eccetera. Ma uno scrittore fa qualcosa di più che mostrarci le foto del suo viaggio di nozze. Se è altro che si cerca, altro anche dall’inevitabile «ma non so se ci vivrei» – e io è altro che cerco – bisogna attingere agli scrittori sadici.

Gli scrittori sadici sono gli stessi a cui non interessa raccontare il lato consolante dell’amore, ammesso che ve ne sia uno, ma che dell’amore rivelano l’ambiguità, il peso e la soverchiante potenza, e dei sentimenti il rovescio d’angoscia. D’ora in avanti, prendete “Venezia” e sostituitela pure con “realizzazione professionale”, “riuscita affettiva”, “conseguimento del peso-forma”, “stato di salute della pelle”, “numero di amici su Facebook”, “gruzzolo sotto il materasso”, “amore”.

Il godimento della gloriosa letteratura su Venezia è per me incontestabilmente infinito. Henry James, per il quale è «una creatura mutevole come una donna dai nervi gracili, che si lascia conoscere solo dopo che si sono scoperti gli aspetti della sua bellezza», o Joseph Brodsky, che in Fondamenta degli incurabili ne descrive liricamente quell’odore di alga marina sottozero, gelida e fiammante, ricolma di specchi e doppi di sé stessa, sono le pietre miliari di un viaggio nella bellezza che, per me, va da zero a Venezia. Ma Venezia non è solo la sua fotografia truccata; è anche crudele, morbosa, ambigua, pericolosa. Chi non se ne accorge la sta guardando dall’album del viaggio di nozze degli zii.

Per quanto mi riguarda l’unica letteratura interessante su Venezia – come forse su tutto il resto – è quella che ne intravede, ne anticipa e quindi ne lenisce il destino di rovina. Accennando soltanto a Landolfi, che in Se non la realtà la nomina solo per parlare del suo casinò – facendo brillare in questa assenza di Venezia la sua maliziosa capacità di distrarre e la sua femminile silenziosità – mi soffermo invece su due autori che l’hanno presa e maltrattata; ritagliata ai bordi e resa affilata e arruginita; assunta come allegoria dell’insoddisfazione, o ricreata come contesto dello smarrimento sessuale e dell’ambiguità fallico-anale.

Il primo è Thomas Mann, e non in La morte a Venezia, ma in un racconto giovanile intitolato La delusione.

Un turista si reca in Piazza San Marco e si siede ai tavolini del Florian. Non so quanto costasse un caffè lì nel 1896, fatto sta che la tristezza di quello che gli succede dipende da un altro motivo. Viene interpellato da un signore che gli chiede semplicemente: «È la prima volta che si trova a Venezia, signore? Soddisfa le sue aspettative? Non aveva immaginato che fosse ancora più bello? È vero? Non lo dice soltanto per apparire felice e invidiabile?».

Il turista cade in una specie di torpore dubbioso. Comincia a domandarsi se davvero Venezia sia bella come la immaginava (dai racconti degli altri e dalla letteratura da Grand tour) e si confonde. Anche perché l’altro incalza: «Signore, sa cosa significa la parola “delusione”? Non un insuccesso, un fiasco nelle piccole cose, nel particolare, bensì la grande delusione generale, la delusione che nel corso intero della vita ogni cosa ci procura?».

Mann usa Venezia come contesto di una confessione di profondo disamore, della consapevolezza dolorosa di esistere solo a prezzo di un senso di insufficienza dell’esperienza, riassumibile nell’espressione «tutto qui?». «Sono entrato nella famosa vita, bramoso di provare qualcosa che corrispondesse ai miei grandi presentimenti. Mi sono trascinato in giro, per visitare i posti più famosi, per ammirare le opere d’arte, che l’umanità esalta con le più grandi parole; mi sono soffermato davanti ad esse e mi sono detto: “È bello. Eppure, non può esser più bello? Questo è tutto?».

Nel turista le parole del signore si arrotolano insieme al paesaggio intorno, risucchiandolo. Attraverso esse, sperimenta ed esprime (e attraverso lui è Mann stesso a farlo) un nichilismo secco, un senso di erosione di tutta la felicità possibile e l’assenza di qualsiasi destinazione. «Forse il mio orizzonte è più ristretto di quello degli altri. Ho già detto che mi manca il senso della realtà, o forse ne ho troppo? Mi esaurisco troppo presto? Conosco il dolore e la felicità solo nei gradi più bassi, in forma diluita?».

Più simile alla città di Nudo di donna, il film di Nino Manfredi più vicino al libro Doppio sogno di Schnitzler che esista (e intendo ancor più di Eyes wide shut), è la Venezia di Ritratti di Fidelman di Bernard Malamud.

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Fidelman è un pittore perseguitato dal tanfo della propria sconfitta, lacerato da un’impotenza perenne. Passando per una Roma sempre fredda e umida, dove si fa schiavizzare da una pittrice pelosa e cattiva, per la Brianza, dove viene catturato da due albergatori che lo costringono a falsificare un Tiziano, e per una Firenze oscena e malvagia, approda infine a Venezia.

L’isola si piegava sulle antiche fondamenta scricchiolanti, verso le isolette al largo, poi si inclinava dolcemente verso la terraferma nelle acque oleose della risacca. […]. L’isola era piena di cose che agognava e detestava. Le gondole scivolavano furtive sulle pietre di Venezia, sposa bagnata dal mare, che annegava verdeggiando, tre o quattro centimetri all’anno, mente Fidelman, gelido come un pesce coi suoi pantaloni leggeri, annegava anche lui, centimetro per centimetro, […]. Venezia travolta dall’ondata di piena.

Per campare si mette a fare il trasportatore di persone per le calli invase dall’acqua alta. Un giorno trasporta una ragazza, angelica, bellissima, un Tintoretto di carne, un Veronese sodo, e il contatto delle sue caviglie contro i fianchi e del suo petto contro la schiena di lui si trasforma in un’ossessione. La cerca dappertutto, come si cercano i fantasmi a Venezia. Ha visioni di lei che scompare nella nebbia. Alla fine la trova in una bottega, e le dice

«[Ti voglio] appassionatamente. Però adesso o mai più. Francamente, sono morto di fame. Un altro giorno di sogni e sono finito: sono al creatore». Lei, incredibilmente, accetta, e lo porta in casa sua, dove un marito consenziente li lascia fare. Una messa a fuoco progressiva gliela rivela normale, banale, troppo disponibile, mentre Venezia viene invasa da un’estate dolciastra. Il marito diventa suo amico, e non solo: lo assume nella sua ditta di vetro soffiato a Murano, dove lo inizia a un’erotica del vetro, del soffio, della materia incandescente, e alla sodomia.

Malamud a ben vedere aveva già usato Venezia, ne Le vite di Dubin, come contesto della fuga d’amore adulterina di Dubin, di professione biografo, con la giovane Fanny. …assalito di tanto in tanto dall’idea di Venezia sprofondata nell’acqua salsa fino al fondo del mare, per essere sbocconcellata in eterno da pesci pallidi e ossuti. […]. A occhi aperti, sognò un amore appassionato in una città fantastica.

E invece in albergo, con tutta Venezia gonfia di bellezza che entra dalle finestrone della stanza, al momento di consumare la passione Fanny viene colta da un attacco di diarrea a cui lui, l’adultero, si troverà per tutto il soggiorno a dover porre rimedio con pezze e asciugamani bagnati.

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Ma è in Ritratti di Fidelman che Venezia – che come spiega Emanuele Trevi nella prefazione è di per sé ermafrodita – si staglia al vertice di una caduta, non è chiaro se nella vetta o nell’abisso, rivelandosi come luogo della epifania, dell’agnizione bisessuale o ermafrodita, forse dell’abiezione, ma sicuramente di un panerotismo stridente e doloroso.

«Non farmi male, Beppo, ti prego, ho le emorroidi».
«Sarà una cosa tutta fresca, mi sono messo la vaselina mentolata. Sentirai che piacere».
«Tua madre ci guarda?». «Alla sua età, non si è più curiosi».
«Me lo merito, credo». «Pensa all’amore», mormorò il soffiatore di vetri.
«L’hai fuggito per tutta la vita».
Fidelman smise di fuggire. Venezia rallentò, sebbene continuasse a galleggiare, e i canali galleggiarono su Venezia.

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