Con chi cava lor sangue, un esatto silenzio. Sadiani e trappisti di tutti i paesi, unitevi!
Con chi cava lor sangue, un esatto silenzio. Sadiani e trappisti di tutti i paesi, unitevi!
Cultura

Con chi cava lor sangue, un esatto silenzio. Sadiani e trappisti di tutti i paesi, unitevi!

4 pagine con segnatura orizzontale, a cui fanno seguito due pagine con segnatura verticale. Inoltre, spacchettando le prime 4, si deve tagliare le prime due, piegate sia orizzontalmente – lungo il lato minore – che verticalmente. Puoi decidere se …Leggi tutto

4 pagine con segnatura orizzontale, a cui fanno seguito due pagine con segnatura verticale. Inoltre, spacchettando le prime 4, si deve tagliare le prime due, piegate sia orizzontalmente – lungo il lato minore – che verticalmente. Puoi decidere se tagliarle tutte insieme, per una lettura più spedita, o un pacchetto alla volta, cadenzando lettura e taglio secondo il ritmo stabilito dal legatore (in sedicesimo, in ottavo, in quarto, in folio).

Ancora da tagliare

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Tagliate

Ho passato così la mia domenica, con mano ferma e in assoluto silenzio, sine ira ac studio, per scoprire una montagna di minuzie arbitrarie, a volte assurde, inaccettabili.

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La mano ferma serve ad evitare questo. E noi non vogliamo che questo succeda, vero?

Un elenco diviso per capitoli di esercizi e prescrizioni che regolano la vita quotidiana, le ore di preghiera, dei pasti, del riposo, quelle notturne del sonno, quelle del risveglio, la posizione degli occhi, delle braccia, la consistenza delle vesti a seconda delle stagioni, l’eccezione rappresentata dai giorni di festa.

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Ristampa fotomeccanica eseguita dall'Editrice Forni di Bologna, 1883

Le prescrizioni, scritte da Padre Abate de Rancé per i monaci cistercensi delle Badie della trappa di Buonsolazzo e di Casanati e tradotte dal franzese in italiano in Firenze l’anno 1705, non sono semplicemente un elenco delle cose da fare, ma una serie di scenari, scritti al futuro, a cui la vita comunitaria dei monaci deve conformarsi

Alcune sono assurde, di una capziosità irritante e macchinosa:

 Io mi diverto tantissimo, quando c’è di mezzo l’arbitrio, e quando l’irrazionalità ha la forza presuntuosa di diventare l’unica ragionevolezza. Mi rilassa. È l’aspirazione di ogni opera d’arte che si rispetti, imporsi come l’unica follia ragionevole in un mondo folle.

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...

La cosa che mi diverte di più è che, a ben vedere, quello che la Costituzione regola non è tanto la regola, ma l’eccezione. L’imprevisto è contemplato nell’ambito delle abitudini: nulla sfugge a questa macchina che computa l’ordinarietà dello straordinario, riducendolo a mera debolezza umana.

Questo tipo di delizia mi ricordava qualcosa. Non mi divertivo così tanto da quando, vediamo… da quando ho letto Sade. Già. Lasciando da parte il fatto più ovvio che il libertinaggio tardo settecentesco sadiano parte dal convento – Juliette e Justine sono due orfane che vengono sottratte all’educazione religiosa e iniziate alle turpitudini di aristocratici dissoluti – il linguaggio della regola è la cosa più vicina al raffinatissimo sadianesimo mi sia capitato di incontrare.

Le splendide, profumate, calde, rigorose edizioni Forni

Certo, l’uno scava nell’abiezione, l’altro scruta nell’elevazione celeste. Mh. Ma siamo sicuri che Convento e Palazzo siano solo, semplicemente, antitetici?

Ne La filosofia nel boudoir, il libro più rivoluzionario di Sade – che esce di prigione, dove era detenuto per libertinaggio, dieci giorni prima della presa della Bastiglia – mentre aspetta l’arrivo della quindicenne Eugénie, prelevata da un convento per essere istruita, il Cavaliere dice

 

Ecco qua: nell’esprimere l’antitesi, Sade ci sta dicendo che i due ambiti non sono simili, ma sono la stessa cosa: a cambiare è solo il punto di vista.

Il linguaggio sadiano è estremamente raffinato. Quello che lo differenzia dal linguaggio liturgico delle regole monastiche è la clemenza: le scene sono raffigurate al presente o addirittura, a volte, al condizionale: «Vorrei sperimentare…» «Mi piacerebbe che mi diceste…», e quando i personaggi parlano al futuro è solo per stabilire il sempre uguale del presente erotico deciso dalla macchina

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Dettagli

Le prigioniere possono fare tutte le domande che vogliono. A differenza dei monaci, possono parlare. Anzi, i seviziatori pretendono che esse parlino, e che dicano le cose più turpi. Quindi, l’ingordigia lessicale di Sade è il corrispettivo coercitivo del silenzio religioso. A ben vedere, al massimo della prescrizione, sadianesimo e monastero si avvalgono del potere della parola, della sua persuasività criminale.

La rappresentazione dello status quo in Sade ha però valore di profezia: il colpo di Stato del 18 brumaio (8 novembre) 1799, con cui Napoleone sancisce «attraverso una Costituzione macchinosa» la sua dittatura di fatto, sta lì a dimostrare che Sade aveva ragione, e che la restaurazione morale va di pari passo con la tirannia. Sade è un Illuminista, e il sadianesimo è il trionfo della Ragione.

Lo dice chiaramente in Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani

Per questo Sade attinge al linguaggio religioso per far parlare i suoi tiranni del vizio: per esplicitare (dialetticamente) la carica di violenza insita nelle regole e nei mediocri dogmi. Assumendo il linguaggio del tragico, sottomettendo le sue figure più oscene al rigoroso giogo della parola, Sade redime il boia e critica il supplizio. Le spine sono tolte, e restano le rose.

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Sade, quindi, è più buono di Padre Rancé.

Entrambe le regole rispettano l’eccezione, anzi: come ogni regola, se ne nutrono. Spesso dettaglio prescrittivo e irregolarità sono illustrati insieme, in una duplicazione vertiginosa del normale e dell’anomalo, come nell’encicolopedia dell’Illuminismo.

Sperimentare l’Illuminismo come “uscita da una minorità privata”, come dice Kant, è addestrarsi a una didattica del mondo ragionevole, libera dai fantasmi e dalle illusioni. Esattamente il contrario del dogma religioso.

Come insegna Orson Welles ne La Signora di Shanghai (e Woody Allen che lo cita in Misterioso omicidio a Manhattan), però, molti specchi sono il contrario della chiarezza: messi l’uno di fronte all’altro, infatti, due specchi producono quel fenomeno ottico noto come messa (o chiamata) in abisso. Si rischia di sparare a sé stessi nel tentativo di salvarsi come esseri unici.

La Regola promette severamente la felicità, uno stato di piacere che come uno specchio divino riveli la verità a cui si è destinati: beatitudine e servizio della volontà di Dio, da una parte, rifrazione del desiderio dall’altra. Diciamo che le regole, sadiane e monastiche, sono come uno specchio rispetto a cui, simmetricamente, si eleva la conoscenza, e si inabissa la voluttà, cosa che lo rende – lo specchio – perfettamente equidistante, neutrale, oggetto che partecipa tanto della virtù quanto del vizio.

Non a caso il sotterraneo, la segreta scena delle torture, è spesso chiamata “cielo” da Sade: perché il desiderio incontrollabile e selvaggio costringe e sottomette, cioè libera e redime, tanto quanto l’estrema tensione spirituale. La gabbia e le sfere celesti, il banco da sodomia e l’inginocchiatoio, sono la stessa cosa.

Il linguaggio della regola è pedante, sovraccarico di inutilità formali ritualizzate in uno scenario muto, costruito con verbi al futuro che escludono l’eccezione nel momento in cui la contemplano. Il linguaggio della Regola non vuol dire niente, non ci serve nel mondo, non è soggetto al lavoro, alla macchina quotidiana dentro cui veniamo triturati: vuole far fare, prescrive una serie di comportamenti, non esortandoli, ma realizzandoli. Attraverso l’interdizione, riconferma l’occasione della libertà. Escludendo sottintesi e fraintendimenti, in realtà li alimenta. Tutto quello che resta fuori dalla regola (il latte deve essere freddo, ok; ma il tè?) si carica di desiderio.

Sto cercando di dire che i monaci sono come i libertini sadiani? Ma no.

Ovviamente, la chiave qui è nella parola indifferenti. L’indifferenza, anche chiamata apatia, è la qualità attraverso cui passa l’elogio sadiano della sovranità.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il lavoro manuale alla catena di montaggio non dà affatto modo all’individuo di pensare e fantasticare. In realtà, niente come il lavoro monotono depura la mente dal desiderio. Provateci, a molare bulloni e a immaginare la sodomia. È impossibile essere indifferenti, quando di mezzo ci sono le proprie dita e la propria sopravvivenza. Il lavoro è la minorità per eccellenza, la degradazione assoluta contrapposta alla sovranità personale, che era la regola che perseguivano i libertini di Sade sopra ogni altra cosa al mondo.

Ma come, il lavoro glorifica e avvicina a Dio! Non siamo ingenui, suvvia; era Bernardo di Chiaravalle a parlare di “maledette occupazioni”. Ma la Regola benedettina è più raffinata: non dice che non bisogna lavorare, ma che bisogna essere indifferenti a ogni sorta di lavoro, pur facendolo, ribadendo con questo l’obbedienza a qualcosa che sta anche sopra il lavoro. Non spiega perché – spiegare perché neutralizzerebbe la sua carica coercitiva. È così e basta.

Non spiega le cose utili, cosa c’è dopo la morte, chi è Dio, perché siamo stati creati e che premio ci sarà se si osservano le regole, ma aggira il problema centrale semplicemente ignorandolo, come un padrone severo che eviti volutamente di rispondere alla domanda fondamentale «perché dovrei obbedirti?». Certo, si espone al rischio del ridicolo, della disobbedienza. Ma perché dovremmo farlo? È rilassante seguire una regola che amministri il mondo e il tempo per noi, accettare volontariamente la sottomissione a una sovranità arbitraria svincolata dalla legge dell’utilità sociale.

La follia dell’universo sadiano, come quella delle regole benedettine, è molto più divertente della follia del lavoro. La felicità che entrambe promettono è inverificabile, sì, ma sicura, perfetta. La serenità silenziosa del chiostro e la prolissa filosofia del boudoir contro il fracasso della fabbrica e il ronzio degli uffici; la penitenza contro l’austerity: chi non farebbe a cambio volentieri, e subito, smetta di leggermi. Anzi, no.

 

PS
Mi fanno notare che, stando a quanto ho scritto, l’unica possibilità di essere liberi e sovrani è darsi al libertinaggio o chiudersi in convento. Sono d’accordo. Valuti ciascuno quale sia, per sé, la via più agevole.

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