«Che sto facendo qui, in quest’inverno infinito?» Pensieri di salvezza nel silenzio medico
«Che sto facendo qui, in quest’inverno infinito?» Pensieri di salvezza nel silenzio medico
Cultura

«Che sto facendo qui, in quest’inverno infinito?» Pensieri di salvezza nel silenzio medico

Nelle conversazioni di Claude Bonnefoy con Michel Foucault, edite da Cronopio col titolo Il bel rischio, c’è un passaggio che si situa su una mappa densa di snodi, tra letteratura e scienza. Foucault sta raccontando che nella sua …Leggi tutto

Nelle conversazioni di Claude Bonnefoy con Michel Foucault, edite da Cronopio col titolo Il bel rischio, c’è un passaggio che si situa su una mappa densa di snodi, tra letteratura e scienza.

Foucault sta raccontando che nella sua famiglia vigeva una specie di rispetto sacrale, ai limiti del magico, per la scienza e la razionalità, a fronte di una diffidenza non maligna, non ostile, ma quasi indifferente (se mai un ossimoro è possibile lo è in questo caso) e «morale» nei confronti della letteratura e della parola in particolare.

Forse ciò derivava dal fatto di essere la sua famiglia una famiglia di medici, e il medico non parla: ha il gesto a sua disposizione, legato a sua volta a un pensiero che lo guida e lo determina; ma tutto l’affare clinico e sociale di palpamenti e interventi non passa attraverso la fase intermedia della parola, non ne ha bisogno; la parola gli è anzi d’intralcio.

«Il chirurgo scopre la lesione nel corpo addormentato, apre il corpo e lo ricuce, opera: tutto questo nel mutismo, nella riduzione assoluta delle parole. Le sole parole che pronuncia sono brevi parole di diagnosi e terapia».

Anche il paziente, dopo la fase dell’anamnesi a cui è chiamato, tace, per permettere al medico di penetrare il suo segreto, di scoprirne e leggerne le ferite: l’interdizione di questa regola comporta la distruzione dell’incantamento laico, è come un sacrilegio pronunciato durante una preghiera: «si può dire che il razionalismo medico si è sostituito all’etica religiosa. (…). Nel diciannovesimo secolo la salute ha sostituito la salvezza».

Il silenzio pseudo-magico con cui il medico interagisce col corpo malato ricorda quel contratto e micidiale flusso di pensieri – espressi nella parola sublime della più alta letteratura – del Medico di campagna di Franz Kafka.

Un medico viene chiamato di notte per accorrere alla casa di giovane malato; maestro delle difficoltà, Kafka inventa la morte di un cavallo, e un calcio a una porta il cui dischiudersi sprigiona di un tanfo di porcile, dal quale fuoriescono (come in un prodigio mitologico) cavalli invece che porci.

Il medico giunge in un baleno in casa del malato: l’aria satura prodotta dalla stufa difettosa e dalle insopportabili aderenze familiari al letto del moribondo (ma lo è poi davvero?) lo mette in crisi nella sua figura, lo discute, come direbbe Foucault: abbandonare la propria angoscia in quel luogo asfittico, considerando anche che ha lasciato Rosa, la sua amata domestica, nelle mani di un losco stalliere che probabilmente la sta violentando, a favore della propria missione di medico?

Pensa: «Sono un funzionario distrettuale e faccio il mio dovere fino all’ultimo, fino al punto in cui rischia di esorbitare».

L’”esorbitanza del dovere” si coagula intorno al letto del giovane, «magro, senza febbre, né freddo né caldo, gli occhi spenti, senza camicia», che di colpo «si tira su di sotto al piumino», gli si «appende al collo» e gli sussurra all’orecchio: «Dottore, lasciami morire».

Il medico perpetra un silenzio professionale, “medico”, appunto: si guarda attorno, afferra una pinzetta, la osserva e la rimette giù. I familiari del giovane non hanno sentito il suo sussurro, ma vivono l’aspra e deliziosa angoscia del mutismo del medico.

Trasferendo la sua fatale esperienza biologica nella scrittura come sua medicina definitiva («Dottore, lasciami morire»), Kafka sapeva che medico e malato sono la stessa persona: «Mi pagano male, ma sono generoso e aiuto la povera gente. Anche di Rosa ho da preoccuparmi, e questo giovane può darsi che abbia ragione, e anch’io voglio morire. Che sto facendo qui, in quest’inverno infinito?».

Il giovane, d’altra parte, appare sano. Ogni rumore, ogni verso animale – mancando la salvezza delle parole – si trasforma per il medico in segnale magico: «ah, ecco, i due cavalli nitriscono: è un rumore forse preordinato in alto luogo per facilitare il mio compito».

Il compito è meta-razionale, è un affare di comunicazione silente: «quando richiudo la borsa e faccio un cenno perché mi si porti la pelliccia, e la famiglia mi sta di fronte riunita – il padre fiutando l’odore del bicchiere di rum, la madre, che probabilmente ho deluso (va’ a sapere cosa s’aspetta il popolo!), mordendosi in lagrime le labbra, la sorella agitando un asciugamano zuppo di sangue – chissà perché mi sento disposto ad ammettere, in un certo senso, che il giovane forse è malato».

Adesso anzi è certo: «sì, me ne accorgo, il giovane è malato». È bastata la cessione della razionalità a una simbologia meta-scientifica per vedere, e forse provocare, la tragica, oscena realtà: «Nel suo fianco destro, all’altezza dell’anca, si è aperta una ferita grande come il palmo d’una mano. Di color rosa, ricca di sfumature, più scura al centro, via via più chiara sugli orli, leggermente granulosa, con grumi di sangue irregolarmente sparsi, aperta verso l’alto come una miniera: tale appare vista di lontano».

Si dischiude la peggiore e più incomunicabile (se non da Kafka) delle visioni: «Ma più dappresso si nota un’altra complicazione; e chi può guardarla senza un lieve sibilo di stupore? La piaga pullula di vermi, lunghi e grossi come il mio dito mignolo, rosei e per di più intrisi di sangue; come fossero radicati al fondo, agitano verso la luce le testine bianche e le innumeri zampette».

È un pensiero stordente da fare: Kafka scrisse il racconto pochi mesi prima dell’emottisi polmonare e della diagnosi di tubercolosi, avuta nel settembre del 1917. «Povero ragazzo, sei spacciato. Ho scoperto la tua grande ferita: questo fiore che hai nel fianco significa morte».

Come dice Foucault, «Il medico ascolta, ma per attraversare la parola dell’altro e raggiungere la verità muta del suo corpo».

Davanti alla terrifica verità, la casa si rianima, la famiglia, «che mi vede in piena attività, è felice», i vicini accorrono e guardano dalle finestre, al chiaro di luna. Il giovane, a cui è stato tolto il sollievo della morte, sembra rinato a una vita da conquistarsi coi denti: «“Mi salverai?” sussurra in un singhiozzo, abbagliato dalla vita che palpita nella sua piaga».

Ciò che Foucault teorizza, Kafka aveva genialmente intuito 50 anni prima: «Così è la gente dalle mie parti: sempre chiedono al medico l’impossibile. Hanno perso l’antica fede; il parroco se ne sta a casa e disfa una ad una le sue pianete, ma il medico, con la sua mano morbida di chirurgo, deve essere capace di tutto».

Il medico viene investito di un ruolo sacrificale: lo spogliano nudo e lo mettono nel letto del giovane, a berne la ferita col suo proprio fianco: «Mi sento perfettamente a mio agio e superiore a tutti, e tale rimango anche se non mi giova a nulla».

Sull’ultima parola vivente del giovane, si risolve per la fuga da quel macabro letto: «Ma era ora di provvedere alla mia salvezza». Ora nudo, stanco, arranca verso casa nella neve avendo perduto tutto, cioè pelliccia, strumenti, il silenzio salvifico della sua professione, e mentre  echeggia dietro di lui «il nuovo ma fallace canto dei fanciulli», lo spaventoso «Siate lieti, o pazienti, nel vostro letto ora c’è il medico!».

Il medico è diventato paziente, e nel letto l’attende la residua felicità, nella persona di una serva violata.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti