«Che deserto, nella folla dove so di non incontrarti». Manganelli e il suo amore
«Che deserto, nella folla dove so di non incontrarti». Manganelli e il suo amore
Cultura

«Che deserto, nella folla dove so di non incontrarti». Manganelli e il suo amore

3-9-’44 Fausta carissima, né ieri né oggi ho ricevuto nulla da te, e così sono alquanto malinconico, o piuttosto ho un certo malessere, ho l’impressione che tu sia vicina, che mi guardi, e che non riesca a parlare, oppressa …Leggi tutto

3-9-’44

Fausta carissima,

né ieri né oggi ho ricevuto nulla da te, e così sono alquanto malinconico, o piuttosto ho un certo malessere, ho l’impressione che tu sia vicina, che mi guardi, e che non riesca a parlare, oppressa da un malo incantesimo.

Oggi è il 3 settembre; sono tre mesi giusti, fuggiti, rapidi, in cui abbiamo imparato a conoscerci, a guardarci, a credere l’uno nell’altro.

Novanta giorni di viaggi, di chilometri a piedi in bicicletta in trenino in treno in corriera, a tutte le velocità comprese tra i 5 Km. e i 60 km. orari.

Tre mesi di «noi»: anche, diciamo, di volerci bene.

Un avvenimento così richiederebbe discorsi di circostanza, brindisi, scoprimento di lapidi: no, nulla, perché siamo lontani. Oggi è un giorno un po’ nostro, ma non possiamo parlarci; non possiamo guardarci; possiamo pensare. E – devo dirlo? – ho paura che oggi tu ti sia dimenticata… davvero è assai probabile.

Quante cose da dirci! Fanno groppo qui, sulla penna: poi spariscono. Bisogna dirle, «quelle» cose. Bisogna tacerle. La penna scantona via e scrive di cose indifferenti: è una bella giornata, una sera lunga di estenuante, morbida dolcezza; l’aria è chiara, ma tutte le forme, dall’edera alle case, dal cielo al pezzo di sole sul tetto di fronte, sono una cosa sola, una cosa profonda e viva, sono quella malinconia intensa, quella «cosa» che la penna non vuol scrivere.

Ti abbraccio e ti bacio
Giorgio


28-8-’45

Fausta amore caro;

ieri sera alle nove e mezzo ero a casa: e ora è la mattina dopo (…). Dopo la crisi di ieri sera, non ho più avuto tranquillità, né pace: sono riuscito a ragionare fino sul treno, poi più. Mi sono pentito, quasi, di aver ragionato. Certo ho sofferto; forse la mia volontà s’era esaurita nello sforzo, ed ora l’unico sentimento rimasto era uno sconfinato bisogno di te.

Ho desiderato vederti arrivare d’improvviso sul treno, da me. Ed ora mi angoscia questa tua lontananza. È tutta sera, tutta mattina che ti penso; tenacemente, dolorosamente, t’ho pensato la notte svegliandomi. E sento ora la tua assenza dura dentro di me, il tuo non essere qui con me come una realtà fisica, lucida e dura come il cristallo, qualcosa che altera il mio respiro, che mi opprime.

Fausta, da ieri sera il mio sangue non batte più come prima, è come se avessi visto troppa luce, o qualcosa di terribile in bellezza e violenza, che mi turba e mi inebria. È come se un vento terribile ci avesse scosso, Dio quanto più forte di noi; poi in te si è placato, piuttosto è caduto. E allora il disperato muro della mia ragionevolezza si è frantumato, non c’eri che tu, sempre più lontana, tu, il tuo volto, le tue parole, la tua cara dolente anima che amo.

E sempre più grande la lontananza, ma ora non so se siamo lontani, Mi sembra che noi ci cerchiamo, ed è piuttosto buio che distanza quello che allontana, o piuttosto, separa.

E mi prende una smania dolce di averti con me, vicina, sempre, ogni giorno, senza interruzioni né fine; ansia di sentire la tua fronte sulla mia spalla, la tua voce, qualcosa quasi staccato da te, come una luce intensa e immateriale; quella tua cara voce che i ha detto cose grandi e profonde, che non dimenticherò; che mi hanno segnato; desiderio di coprire il tuo volto, i tuoi occhi intensi, di baci. (…).

Ricordo quel giorno di istintiva felicità vicino a te, felicità non calcolata, né costruita. Sentita come si sente l’aria (…).

Ti abbraccio e ti bacio
Giorgio 


17-9-’45

(…). Mi sento così solo, così deserto, che mi viene voglia di saltare la cena (no, non lo farò). (…). sono contento della tua allegria, ma c’è in me tal qual inquietudine che mi lascia spostato e amarognolo. Star lontani, è, per me almeno, un problema: è possibile? Tutto è possibile, anche penzolare da una corda, anche mangiare il vetro di Murano, e bere il petrolio; e poi cosa? Ma se ci riesci tu… lietamente.


20-10-’45

Fausta, Fausta adorata, Fausta bambina cara:

com’è tutto buio senza di te; io, che sono così chiaro e limpido vicino a te, sono ora oscuro, confuso, come privo di qualcosa di sostanziale, privo della chiave del mio spirito, privo del senso della mia vita.

Tesoro, io qui devo fare il grande, e come si fa a fare il grande quando si è così piccoli? E quando, se si è soli, si è spaventati, si è sconvolti, si è demoralizzati…? (…).

Che silenzio, nel fragore della città, dove non si sente la tua voce ora bambina, ora seria! Che deserto, nella folla dove so di non incontrarti, lontana come sei: c’è un grande vuoto, perché tu sei lontana, perché tu non respiri non cammini non pensi qui, vicino a me.

Perché più niente mi basta della vita di prima?

È come se avessi trovato un nuovo senso, una verità nuova che prima non sapevo. Ho trovato la creatura che porta il mio messaggio, l’ordine, il senso per me creatura umana (…).

Tutto pare crollare e disperdersi, o piuttosto essere sempre stato crollato e disperso, come macerie secolari.

tuo Giorgio

Da Circolazione a più cuori. Lettere familiari, di Giorgio Manganelli, Aragno ed.

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