Carne di mare
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Carne di mare

Lévin sta per sposarsi. È a pranzo con suo fratello e un ex compagno di università ora professore di scienze naturali, entrambi scapoli. La conversazione prosegue leggera: «Come sarò felice, quando verrò a sapere che vi siete innamorato!» disse Lévin …Leggi tutto

Foto scattata al mercato del pesce di Catania

Lévin sta per sposarsi. È a pranzo con suo fratello e un ex compagno di università ora professore di scienze naturali, entrambi scapoli. La conversazione prosegue leggera:

«Come sarò felice, quando verrò a sapere che vi siete innamorato!» disse Lévin [al professore di scienze naturali]. «Per favore, invitatemi al matrimonio!»

«Io sono già innamorato».

«Sì, dei molluschi*. Sai – si rivolse Lévin al fratello – Michaìl Semjòniĉ scrive un’opera sulla nutrizione e…»

«Via, non confondete! Non importa su cosa. Fatto sta che io amo appunto i molluschi».

«Ciò non v’impedirà di amare una donna».

«No, ma una donna si opporrebbe al mio amore per i molluschi».

In Anna Karenina, l’opposizione tra libertà e matrimonio, e tra adulterio e felicità, è costante. Ma questa opposizione tra amore per la scienza e amore sentimentale, appena accennata da Tolstoj con l’introduzione di questo personaggio, è formidabile e inedita.

Questo “amore per i molluschi” che le convenzioni sociali rendono impossibile, all’interno di un grande affresco sui movimenti (in tutti i sensi) umani ha qualcosa di destabilizzante: per quasi 900 pagine si parla di nobili sentimenti e disperazioni, e qui si accosta la parola “amore” ai pesci, che stanno per lo studio ossessivo della natura organica.

Questa introduzione “ironica” ha qualcosa della tensione che si sviluppa da un certo punto in poi in pittura con l’introduzione di soggetti non sacri nel quadro, cioè di soggetti umani, singoli o in “infinite schiere”, all’interno di dipinti che rappresentano scene sacre.

Un esempio di questo tipo di commistione è la Crocifissione e apoteosi di diecimila martiri del monte Ararat di Carpaccio

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Un altro e più vertiginoso sono gli Undicimila martiri del Pontormo, il cui genio consiste nello svuotare il centro del pannello dando l’impressione che la schiera dei corpi continui oltre la cornice.

Lì dove il Crocifisso è uno solo, i martiri replicano l’agonia (potenzialmente) all’infinito, conferendo all’insieme un senso di vertigine e di carnalità del tutto umana.

È vero che la moltitudine conquista il centro del quadro già nel ‘200 con le scene di caccia e di guerra, attività umane che non hanno nulla a che vedere con le annunciazioni, le assunzioni, le crocifissioni, e nemmeno con gli esodi.

Jacopo Palma Il Giovane, La conquista di Costantinopoli

Questa tendenza alla secolarizzazione della scena pittorica è, ovviamente, ancora più evidente nel ‘600, con l’esplosione in tutta Europa dell’attenzione per le nature morte. Gli olandesi abbondano di carni, pesci, frutta: scene di mercato e di vita quotidiana, corpi normali di compratori e venditori, spesso sfatti, invecchiati, dalle espressioni volgari e dai tratti plebei, con uno sfondo realistico che suggerisce l’abbondanza e l’eccesso.

Frutta, carni e corpi sono oggetti apparentemente privi di rapporto reciproco, ma tutti stanno per tutto ciò che è perituro – infatti le opere che li ritraggono si chiamano vanitas.

Qui, al centro della scena dove una volta, per dire, stava Cristo, o la Madonna, ora c’è una testa di bue

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Pieter Aertsen, Banco di Macelleria, 1551

E qui un pezzo di animale squartato col grasso esposto, in mezzo ad oggetti di uso quotidiano, soprammobili, vasi di fiori, mentre i soggetti umani sono sullo sfondo.

Pieter Aertsen, Vanitas-Natura morta, 1552

È ovvio che il corpo aperto allude all’anatomia umana: è cioè un’allegoria

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Clemente Susini, Venere Medica (o Venerina)

Questo è il Mercato del pesce di Frans Snyders

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Per tornare alla seppia, conosco solo altri tre esempi letterari di quell’amore per i molluschi che Tolstoj ha voluto far sembrare esclusivo e contrapposto all’amore sensuale e sentimentale.

L’amore ossessivo per eccellenza per la carne di mare in Moby Dick: qui la spremitura dello spermaceti, il grasso di balena – chiamato più volte latte di mare – è messa in esplicita contrapposizione col piacere dato dal “letto” e dalla “moglie”

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L’altro, che ricorda (e cita) le nature morte dei fiamminghi, è in Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda, ed è la scena del mercato di Piazza Vittorio

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Quello a cui mi fa piacere dedicare qualche riga di commento perché mi sembra una buona sintesi delle due modalità di rappresentazione è il romanzo (o poema in prosa) Sirene, di Laura Pugno.

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In un mondo post-nucleare, in cui imperversa un micidiale cancro solare, le sirene – esseri bellissimi e feroci – sono allevate a scopi alimentari e sessuali. Vivono in enormi piscine, dove gli esemplari maschi e femmine vengono fatti riprodurre; sono dunque in un numero potenzialmente infinito, ma sono al contempo individui, che pensano e sentono il dolore. Abusate, sono macelleria. Mangiate, sono pure risorse di un mondo post-apocalittico che ricorda, come dice Emanuele Trevi, un «affresco medievale» in cui «l’apocalissi e la perversione sono la stessa cosa, lo stesso orizzonte ultimo, lo stesso destino universale».

Ma ciò che è ossessivo è la coazione, rapprentata anche dal ronzio continuo della piscina del sottomondo in cui le sirene vengono allevate. Non ricordo di aver mai letto qualcosa di così ossessivo e insieme elegante. L’elemento perturbante è proprio dato dal controllo della scrittura, cioè dal presentare l’assurdo come ovvio.

Quello che si prova è innegabilmente un sentimento fatto di disgusto, eccitazione e fame. Le sirene, la cui «carne di mare» è azzurrina e dura, a volte sono chiamate vitelli; a volte ricalcano quasi parodisticamente il mito, con tutta la sua luccicanza di seduzione. Sono a nostra disposizione, eppure, soggette all’abuso e alla “distruzione” almeno quanto pronte ad uccidere con un colpo della pesante coda, siamo noi stessi. Esattamente come nelle allegorie barocche.

 

*La traduzione Einaudi riporta “seppia”
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