Anselm Kiefer a Milano: 'Tranquilli, le rovine sono un nuovo inizio'

Voleva essere Dio, è "solo" un artista da 1 milione di euro a opera. Che ora riparte da Milano, dove tutto sta ricominciando

Anselm Kiefer (Credits: CorbisImages)

Terry Marocco

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Anselm Kiefer racconta che "ha sempre una certa intuizione e sa quando è il momento giusto e il luogo dove tenere una mostra". Così ora è arrivato a Milano, dalla gallerista Lia Rumma , dove aveva già esposto nel 1992, all’inizio di Tangentopoli, un momento di grande crisi della città. Come oggi. "Sentivo che era arrivato il tempo di esibire qui le mie rovine. Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio". I suoi giganteschi quadri oscuri e misteriosi divorati dal processo di elettrolisi si stagliano nei tre piani della galleria bianca, in una mostra museale dal titolo La mezzaluna fertile (fino al 24 novembre in via Stilicone 19). Raccontano di un mondo che si sta sgretolando, piegato dalla storia e senza memoria.

L’artista, 67 anni, che fu allievo di Joseph Beuys e oggi ha le sue opere esposte al Louvre, vestito con un kurta bianco come un guru indiano e con un bicchiere di grappa davanti alle 3 del pomeriggio, racconta: "Sono cresciuto nella Germania del dopoguerra. Un cumulo di macerie, giocavo con i mattoni delle case bombardate. Ma per me era bellissima, mentre oggi ha perso la sua identità". Ha lasciato la Germania e vive a Parigi al Marais con la seconda moglie e i figli, le sue quotazioni sono oltre il milione di euro, e fin da piccolo sognava in grande: "Volevo essere Dio, a volte il Papa, poi ho pensato che il paradiso doveva essere terribilmente noioso. Ma continuo a credere che la gente abbia un immenso bisogno di spiritualità, di qualcosa che non si riesce a conoscere, qualcosa cui non possiamo dare un nome". La paura dell’inconoscibile si batte con il mito: "Ha il potere di connettersi alla storia".

Il rapporto con la storia è il filo rosso nei suoi lavori, fragili e imponenti insieme, come la vecchia macchina tipografica da cui fuoriescono lingue di piombo, come un orrendo ragno. Spesso gli è stato chiesto se non fosse un simpatizzante del nazismo. "A questa domanda non darò mai una risposta".

Invece ama parlare di Karl Marx e del capitalismo: "Credo che il capitalismo sia qualcosa di molto spirituale, ci circonda come le mie rovine, ma non si può toccare. Come i soldi, che non sono più legati al valore dell’oro, sono carta e basta, non reali. Sono spirito". Come i suoi quadri che attraverso l’elettrolisi cambiano nel tempo: "Mi diverte pensare che i collezionisti comprano un mio pezzo e dopo alcuni mesi si trovano ad averne uno diverso. Collezionarmi è come investire in borsa". Ma il mercato dell’arte e i suoi intrighi non lo toccano.

"Mi piace Damien Hirst" dice sarcastico "perché lui ha pensato solo a distruggere l’arte creando invece una reazione autoimmune. L’arte resterà per sempre, proprio perché il suo scopo è farsi distruggere". E per lui, che alle 3 e mezzo ha finito la bottiglia di grappa, chi pensa di distruggersi sopravvive. "Siamo alla fine e contemporaneamente all’inizio di una nuova era. Sono senza speranza, la speranza è solo un’illusione". Allora cosa vede Kiefer oltre le rovine? "Altre rovine".

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