All’amato me stesso dalle dita spezzate: perché non bisogna innamorarsi di Majakovskij
All’amato me stesso dalle dita spezzate: perché non bisogna innamorarsi di Majakovskij
Cultura

All’amato me stesso dalle dita spezzate: perché non bisogna innamorarsi di Majakovskij

Io ho qualche problema coi poeti. Non con la poesia in generale, proprio coi poeti. Infatti, benché apprezzi il saper fare della soggettiva un metodo consistente nel sottomettere a quella soggettiva tutta l’ottica e la prospettica e di legarla in …Leggi tutto

Dio vi preservi dall’innamorarvi di un poeta! È come innamorarsi di un uomo sposato con sé stesso. Volete sapere cosa succede?

All’inizio ti piace perché ha quel broncio da giovinastro strafottente, tra Carmelo Bene e Modigliani. Qualcuno ti fa notare che ha le gambe troppo corte per la sua mole, e tiene le braccia attaccate al tronco come chi non è a suo agio. Ha la fama di teppista, e di mascalzone con le donne.

Poi vedi che quando tace è perché sta prendendo la lingua, intesa come il linguaggio che parli tutti i giorni e con cui bene o male vi capite, e la sta facendo scrocchiare come un ginocchio che si tenti di piegare all’indietro a forzare la visione della volta della Cappella Sistina. Vedi pure che ama le caramelle, e che un giorno, già Sommo Intellettuale delle azioni proletarie per volere del Programma Futurista, decide di usare gli involucri per raccontare le imprese dell’Armata Rossa, vero apice succoso della Scrittura Visiva.

Per amore di quell’uragano denso che è il Partito, in grado di abbattere nemici e di sostenere ogni singola casalinga come un capo di Stato, domina la sua bizzaria violenta e la mette al servizio di una forma, unica in tutto il panorama mondiale, vera emanazione materiale dello spirito del tempo, se ne esiste uno. Lui vive in casa di Lilja Brick (sorella di Alja) che vive col marito Osip.

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M e Lilja Brick

Tu sei un’attrice del teatro in cui lavorano i Brick, oltre a tuo marito; ti chiami Veronika Polonskaja, e la prima volta che lo vedi – ha un cappotto bianco, il bastone e un cappello enorme – è a una corsa di cavalli, il 13 maggio del 1929, a Mosca. Osip Brick ti fa notare quanto sia ridicolo il suo modo di camminare. Lui si avvicina e ti dà appuntamento per la sera stessa all’uscita del teatro, dove lo aspetterai per oltre un’ora. Quando alla fine si presenta ti dice «Perché cambiate così tanto? Stamane alle corse eravate un mostro, e ora siete talmente bella…».

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Veronika

Insomma iniziate a frequentarvi, vai a casa sua tutti i giorni, e lui ti mostra alcune sue poesie, che siccome parlano di una donna che dorme in un altro letto in un’altra casa forse parlano di te. Poi la raccolta esce ed è dedicata a Lilja, e tu ci stai male, perché non sai che del patto che lega i due in base al quale lui deve dedicarle tutto quello che scriverà fino alla morte. Passate nonostante tutto una primavera meravigliosa.

Certo, lui è ipocondriaco, sigilla le finestre, tocca le maniglie solo con un fazzoletto, teme un raffreddore come la morte (giustamente). Ha manie varie, per esempio riguardo a come devono essere disposti gli oggetti, alterna un’immobilità estrema a violenti e repentini movimenti, cambia umore due volte al minuto. È incapace di mentire, anche quando una bugia potrebbe rendere più sereni i vostri rapporti. Un giorno ti informa che in una lettera al Governo ti ha indicato, insieme a Lilja, come parte della sua famiglia, e tu non capisci di cosa parli. Ogni tanto, mentre passeggiate, ti sovviene che lui dei poeti è quello che scrive:

Amo guardare come muoiono i bambini.

Ti porta alle sue letture: ti si stringe il cuore a vederlo declamare

Mi ama? Non mi ama? Mi spezzo le mani 
e sparpaglio
                       le dita spezzate

davanti a un pubblico di borghesucci che hanno nostalgia dei versi fluidi di Puškin e fanno le smorfie. Lo vedi spiegare loro, con la gentilezza tipica dei collerici quando hanno ragione, che i tempi sono cambiati, e la forma poetica adatta a raccontarli deve necessariamente essere compulsiva e spezzata. Torna a casa, e senza rivolgerti la parola urla i suoi versi

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

Quando è in preda alla gelosia diventa infantile e furente. Ti obbliga a scrivere i tuoi pensieri su un taccuino dove lui scrive i suoi: sono tutti insulti, frasi offensive e sciocche. Vede nemici dappertutto, si sente bellissimo e brutto (e invece è bellissimo), e non desidera che tu veda altre persone, oltre a lui. Un giorno – è il 14 aprile del 1930 – ti chiude in stanza e non vuole che tu vada alle prove. Bussano alla porta ed è un ragazzo che vuole vendere – a lui, a Vladimir Vladimirovič, autore del poema Lenin – una raccolta di opere di Lenin. Quando vede chi è quello che sta piangendo accasciato per terra, lascia i libri sul divano e scappa (forse prima impazzisce).

Allora lì succede qualcosa. Tu insisti che vuoi andare alle prove, è il tuo lavoro, non è giusto che lui ti rinchiuda, non siamo mica in un film di Almodovar. Al che lui si calma di botto, diventa improvvisamente ragionevole, quasi tenero. Ti chiama «bambina mia», ti dà i soldi per il taxi, si fa promettere che lo chiamerai all’uscita, e ti lascia andare. Fai qualche passo verso il pianerottolo, quando senti echeggiare uno sparo. Per otto anni non leggerai nemmeno una sua poesia. Un giorno ti chiamano e ti fanno leggere questa lettera. La cosa che più fai fatica a ricordare era il suo modo di camminare.

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