E'la mattina del 5 maggio 1915 a Quarto dei Mille, Genova. Gabriele D'Annunzio è giunto in città il giorno precedente da Parigi, invitato a tenere il discorso inaugurale del nuovo monumento agli uomini della spedizione di Giuseppe Garibaldi. Per il vate l'occasione è ghiotta, anzi unica. Il discorso patriottico sull'impresa dell'eroe dei due mondi può trasformarsi nel paradigma del pensiero interventista in un momento cruciale per le scelte dell'Italia. Avrebbe dovuto esserci anche Vittorio Emanuele III ma, data la delicata situazione politica del Paese, il sovrano rimaneva a Roma inviando un telegramma. Per D'Annunzio, invitato senza preavviso da Ettore Cozzani (amico dello scultore Eugenio Baroni, autore del monumento ai Mille), si tratta di un'ulteriore possibilità di parlare a ruota libera e utilizzare tutta la sua raffinata retorica. L'ispirazione è data dal "Discorso della Montagna" tratto dal Vangelo. Ai poveri di spirito, il vate sostituisce i giovani patrioti della giovane nazione assetata di gloria, e li chiama "beati"  perché certo di una fulgida vittoria di Roma. 

L'eco del discorso è vastissima, D'Annunzio riceve l'amplificazione dei giornali amici come il "Corriere della Sera" di Albertini, che lo aiutavano a rientrare dal forte dissesto finanziario generato dalla sua vita sontuosa. D'Annunzio gesticola, la folla lo segue agitando le pagliette di fronte al mar Ligure. Quando i giornali riportano i passi principali del discorso di Quarto il generale Cadorna, allarmato, si fa ricevere dal primo ministro Salandra. Di fatto quello di D'Annunzio è un proclama di guerra. Ma il patto segreto di Londra che sanciva l'alleanza italiana con Francia e Gran Bretagna è cosa ormai fatta. E il generale neppure era stato informato.


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