237 fantasmi appesi al muro: la fiamma perfetta di Baroncelli
237 fantasmi appesi al muro: la fiamma perfetta di Baroncelli
Cultura

237 fantasmi appesi al muro: la fiamma perfetta di Baroncelli

Insomma mesi fa leggo un pezzo molto bello, lievemente esoterico e cesellatissimo, con ripetizioni volontarie e scatolette a incastro, a firma di Paolo Nori, che parlava di un libro di Baroncelli che si chiama Falene. Il pomeriggio stesso …Leggi tutto

Insomma mesi fa leggo un pezzo molto bello, lievemente esoterico e cesellatissimo, con ripetizioni volontarie e scatolette a incastro, a firma di Paolo Nori, che parlava di un libro di Baroncelli che si chiama Falene. Il pomeriggio stesso passo in libreria e lo compro.

Passano i giorni, le settimane, i mesi. Quando giorni fa scrivo la mia dichiarazione d’amore per Turgenev, un’anima che ha a cuore il mio istinto per le corrispondenze mi scrive: «se ti piace Turgenev devi leggere questo libro» e mi mette un link. Io apro il link, leggo il titolo, e dimenticandomi di avere già comprato Falene, compro Falene. Che mi arriva, a casa, e finisce, senza che io o la parte cosciente di me se ne accorga, sopra il già acquistato Falene.

Ora: immaginate quei due Falene, l’uno sopra l’altro, soli nella mia libreria, immanenti, stanti. Giorno notte luce buio. Due Sellerio compatti, profumati, eleganti e soprattutto uguali.

Cioè, lo stesso declinato in due, il medesimo ma disuguale, insomma ciò che in filosofia è conosciuto come problema à la Heidegger o di lana caprina.

Io continuo imperturbabile la mia quasi normale vita.

L’altro giorno volevo parlare di insetti, cioè di letteratura che parla di insetti, e prendo (il primo della pila) Falene.

Non ho mai letto niente di simile. 237 vite quasi perfette, rese perfette – e incandescenti – solo dalla morte, guardate, con arbitraria delicatezza o se preferite con gentile capriccio, in un loro momento – un istante quotidiano; l’attimo di un incontro importante o non importante e inutile e grottesco; la morte; la spesa; il gioco; la noia; il rischio; il fallimento, la fuga, il suicidio.

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A volte Baroncelli li inquadra frontali, nella loro commovente mortalità: lui con la lampada in mano, loro in piedi, risorti e inadeguati. A volte racconta la vita del prossimo, dell’innocente passante che sfiora la grande vita, come nel caso del domestico di Nabokov o di Alice Pleasance Liddell, la bambina che ispirò i deliri deliziosi del reverendo Dodgson.

Crepuscoli, Fantasmi, Feriti gravi, Io… la scelta, come quella di un regista che usa la cinepresa seguendo le proprie allucinazioni, è convulsamente arbitraria. A volte racconta gli invisibili, come in questa biografia splendida.

Sabine Charrière da Nîmes, l’indecisa

Ebbe in sorte un busto tozzo e corto montato su gambe vertiginose. Al volto, diafano e cremoso come la carta di un’edizione pregiata, facevano ala due orecchie da poco, come se ne vedono tante. Ebbe in eredità la casa avita in place de la Madeleine. Cosa mi metto oggi? Ogni mattina passava le ore davanti all’enigmatico guardaroba, finché, stremata dai cavilli, sorpassata dal tempo, non decideva di restare a casa. È meglio se non esco, si diceva. Se usciva, puntualmente esitava fra l’Est e il Sud. Se faccio rue Emile Jamais (cognome che raggela), di certo dal tetto di un palazzo antico si staccherà al mio passaggio una tegola aguzza; se prendo il boulevard Victor Hugo, incontrerò di certo una sommossa urbana che sta per divampare e fare le sue vittime. Crespi o lisci? Un giorno affatturava i suoi capelli biondi con la piastra, e un altro con il ferro. Andò avanti così, pazientemente. Ci sono scrittori che non scrivono e marinai che non navigano. Ci sono sarti che non cuciono e vivi che non vivono, o vivono a quel modo. Cosa sarebbe la vita senza questo perenne viavai di obblighi inconsistenti e impegni insulsi, lo sanno solo in due: Dio e lei. La notte della fine, una notte indecisa fra il 12 e il 13 gennaio del 1978, si stupì. Vicina, la morte ha qualcosa di così inverosimile che lei esitò fino all’ultimo prima di credere che fosse la sua. Nessuno, in ogni caso se ne accorse. In Francia, da dicembre a marzo, nessuno si interessa di qualcuno.

Tra le pagine, tra i morti che vi fluttuano attraverso, Baroncelli vede sempre suo padre, e Robert Walser, «l’uomo che entra in tutti i miei libri», il camminatore a cui Sebald dedicò la sua elegia, che morì la notte di Natale del ’56 dopo una vita di manicomio e allucinazioni e voci e madre nevrotica e una passeggiata nella neve.

E nel nascondere dettagli sotto una trama tesissima, opaca come veli su veli di tulle, e con ciò rivelando il disegno d’insieme, Baroncelli confessa che le falene, gli insetti che Virginia Woolf richiamava cospargendo di miele i tronchi degli alberi, sono per lui fonte di panico e attrazione, sono cioè soggetti di una fobia amorosa, come lo sono le vite dei morti.

Perché in ciò consiste il loro essere noi: nel fatto che sono i marginali della storia, gli appartati delle cronache e i negletti della gloria. Anche quando sono grandi e grandissimi (Melville, Yourcenar, Sade, Rimbaud), Barconcelli col sadismo del buono preme il dito nel momento in cui lo scatto è più straniante, e l’emozione che affiora sul viso di quella vita è lo sgomento o la delusione.

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Georges Bizet «divora montagne di dolci. Sgranocchia colline di noccioline americane. Si mangia le unghie fino a farle sanguinare».

Di Turgenev, nessuna traccia. Alla fine, dopo il dispendio di fiamma, Baroncelli gioca con sé e con me (con me come spettatore stranito del suo spettacolo di endorcismi privati), e scrive solo biografie omettendo i nomi nel titolo, che ci lascia indovinare. Oppure, come in questo caso, ci invita a cercarlo su Internet.

A Baden Baden, a Baden Baden!

È un’anima mite in un corpo da lottatore. È gentile, come quei musici di una volta che nei suoi romanzi intonano le loro rapsodie fino a tardi nelle notti estive, ma vorrebbe essere audace come gli eroi e coraggioso come Lermontov. Un giorno, entra in un negozio scintillante di lame e chiede di comprare una sciabola. Bello e sfrontato, Puškin, che passa di lì per caso, lo vede attraverso la vetrina e si mette a gridare: «Guarda un po’, c’è Ivan Sergeevič che si compra una sciabola. Compriamo piuttosto un fucile, tu e io!».

Lui è così spaventato che quella stessa notte parte per Baden Baden. Un giorno, Tolstoj e Dostoevskij, che hanno scommesso cento rubli su chi dei due scriverà il romanzo più bello, a far da giudice chiamano lui. Tolstoj corre a casa, si chiude nello studio e comincia a scrivere (di bambini, naturalmente). Anche Dostoevskij corre a casa, ma invece che a scrivere (di demoni, naturalmente, e nei Demoni, nel fatuo romanziere Karamzinov, avrebbe ritratto giusto lui) si mette a pensare. Pensa: «Quello è un pavido, che in questo momento sta pensando: Dostoevskij è un fascio di nervi; se boccio il suo romanzo, è capace di ammazzarmi». Pensa: «Butto giù un romanzetto da niente e mi becco la grana comunque». Pressapoco in quei momenti, lui è a casa che pensa: «Dostoevskij è un tipo nervoso. Se boccio il suo romanzo è capace di ammazzarmi. E Tolstoj? Se boccio il romanzo suo, magari non mi ammazza, ma è pur sempre un conte. Meglio evitare guai anche con lui». Quella sera corre in gran segreto alla stazione Bielorussia e prende il primo treno per Baden Baden. Scappò, con la geniale e spavalda Russia che gli sferragliava accanto nelle sospirate tenebre della notte.

Non sembri vanagloria o megalomania, ma io avrei saputo che si trattava di Turgenev anche se qualcuno non mi avesse consigliato di leggere il libro perché c’era Turgenev, e in più mancava solo lui. Come sapevo che l’ipocondriaco che per undici anni visse chiuso nel cantiere del coro di San Lorenzo, «solo e febbrile», mangiando «come un uccellino», lasciando il «pennello solo per il calamo, con cui riempì un quaderno di nude annotazioni sul cibo o sul lavoro, e colorò di nero tetro cataste di cadaveri» era Pontormo.

Tuttavia, perché Baroncelli mi diceva di cercare su internet, quasi per una specie di inerzia dell’atmosfera di abbandono a cui mi aveva costretto, ho cercato su Google “A Baden Baden! A Baden Baden!”. Come primo risultato è uscito l’articolo di Paolo Nori che mi aveva fatto venire voglia di leggere Falene. Nessun pensiero magico, sia chiaro: il bello del libro è che dà alla realtà il suo pathos laico, e delle vite racconta la normale vastità.

La cosa strana infatti non è che io, in quanto essere moderatamente dotato di logos, sia stata in grado allora di ricostruire tutta la vicenda e di ricordarmi che avevo già comprato una copia di Falene, ma che sono andata a controllare che ci fosse ancora e, che ci crediate o no, non c’era.

 

*La foto in apertura è di un’opera di Carlo Amorales

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