Cultura

Il genocidio degli Armeni, il popolo che oggi accoglie la visita del Papa

Nei primi mesi del 1915 inizia lo sterminio di massa da parte del governo turco. Sabato Bergoglio visiterà il memoriale

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Edoardo Frittoli

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La visita di Papa Francesco al Memoriale del genocidio armeno, il Tzitzernakaberd (Forte delle Rondini) Memorial Complex, sarà sabato mattina alle 8.45 e sarà uno dei momenti cruciali della visita del Pontefice in Armenia, in programma da venerdì 24 giugno a domenica 26.

Ogni 24 aprile, gli armeni ricordano il genocidio: la strage di massa dei cristiani nell'impero ottomano durante la Grande Guerra. In quel giorno di primavera, nel 1915 iniziò la persecuzione che avrebbe spazzato via un milione e mezzo di armeni, assassinati, deportati in marce insensate e crudeli, internati in rudimentali campi della morte.
È Metz Yeghern (il Grande Male), come gli armeni chiamano il genocidio. La Chiesa armena lo ha ricordato l'anno scorso canonizzando tutti i caduti armeni come martiri.

Eccone una ricostruzione.

Per ironia della sorte, furono alcuni ingegneri tedeschi ad essere tra i primi testimoni del genocidio della popolazione armena, quando videro passare alcuni treni con carri bestiame colmi di deportati. Stavano lavorando sulla linea ferroviaria per Baghdad e videro i vagoni allontanarsi verso le zone desertiche, con il loro carico di uomini donne e bambini stremati.

Sarà la Grande Guerra a fornire all'Impero Ottomano il pretesto per il genocidio degli Armeni, la cui persecuzione sistematica era cominciata già nella seconda metà del secolo XIX. 

 

Alla fine dell'800 vivevano nel territorio della Sublime Porta circa 2 milioni di Armeni, membri della Chiesa apostolica. Naturalmente vicini alla Russia zarista, la quale li appoggiava per indebolire il governo di Costantinopoli, dovettero subire le aggressioni dei Curdi che miravano alla colonizzazione dei territori popolati dagli armeni. Un altra tattica largamente usata dagli ottomani per stimolare rivolte e proteste tra gli Armeni era quella della imposizione di tasse insostenibili, che generavano rivolte sempre soffocate nel sangue. 

Il massacro più grave prima del vero e proprio genocidio degli anni della guerra fu quello del 1894-96, durante il regno dell'ultimo sultano, Abdul Hamid II. Il pretesto fu la resistenza armena alla colonizzazione curda, che generò proteste a Costantinopoli atte ad attirare l'attenzione delle potenze occidentali sulla questione etnico-religiosa degli Armeni.

La reazione del governo ottomano non si fece attendere. Più di 3.000 armeni persero la vita nell'incendio della cattedrale di Urfa (l'odierna Edessa). Dalle regioni meridionali cominciò la repressione, accelerata dall'atto dimostrativo dei rappresentanti della causa armena che occuparono la sede dell'occidentale Ottoman Bank. Le vittime stimate del primo grande massacro fluttuano tra le 100.000 e le 300.000. L'intervento occidentale fu nullo, considerando l'appoggio del Kaiser Guglielmo II alla Sublime Porta e all'atteggiamento reazionario dello Zar Alessandro III. 

Un secondo gravissimo massacro si verificò nel 1909, un anno dopo la presa del potere da parte dei Giovani Turchi. Gli armeni videro nella nuova generazione di governanti la possibilità di riscatto, dato l'intento riformatore della nuova classe politica. Tuttavia l'anno successivo il potere torna, dopo un nuovo rovesciamento, al sultano Hamid II.  La popolazione musulmana temeva un'imminente rivolta armena, con epicentro nella città di Adana. I tumulti esplosero anche a Marash e Adjin. I saccheggi, gli incendi e le esecuzioni sommarie costarono la vita a circa 20-25.000 armeni.

I processi militari ai responsabili lealisti svolti l'anno successivo dai Giovani Turchi ritornati al potere, non servirono a mutare gli eventi. Nel 1912 la sconfitta turca nelle guerre balcaniche costò a Costantinopoli  la perdita di gran parte dei territori ottomani in Europa. I profughi musulmani in fuga videro nell'Anatolia una nuova terra da colonizzare. Qui viveva una significante minoranza armena, relativamente benestante. Alla fine dell'esodo balcanico oltre 800 mila musulmani si insediarono negli ex territori armeni, creando così ulteriore tensione e l' accerchiamento degli "infedeli" armeni.

Nell'autunno 1914 la Turchia entra in guerra contro gli Alleati, aprendo il fronte mediorientale. Di nuovo, dopo la guerra Russo-turca del 1878, le due potenze si affrontavano sul campo di battaglia. Gli Armeni, da sempre vicini ai russi, divennero nemici interni. Le basi per il successivo olocausto erano pronte.

Il ministro turco della guerra, Enver Pasha, pensò a disarmarli. Tramite una ordinanza militare ordinò che gli Armeni dovessero avere soltanto compiti logistici. Il 19 aprile 1915 il governatore militare ottomano chiese per coscrizione 4.000 armeni della città di Van, con il chiaro intento di mandarli al massacro. Gli Armeni offrirono solo 500 uomini e un compenso in denaro. Il rifiuto fu l'occasione per dare il via al genocidio. Bollati come "traditori" gli Armeni cercarono di difendere la città di Van assediata dai Turchi. Pochi giorni dopo, per effetto della propaganda orchestrata dalla Sublime Porta, furono deportati i notabili e gli intellettuali armeni della capitale Costantinopoli.

Erano accusati di alto tradimento in quanto, secondo i Turchi, avrebbero pianificato una rivolta filorussa al fine di forzare il blocco navale turco nei Dardanelli. Nella maggio successivo gli intellettuali armeni furono tutti massacrati e il governo di Costantinopoli emanò un atto ufficiale per la deportazione della popolazione armena (Tehcir Law). Pochi giorni dopo sarebbero cominciate le "marce della morte" dalle principali zone popolate dagli Armeni, trascinate per chilometri senza cibo né assistenza in 25 campi di sterminio nelle zone tra Siria e Iraq. Fu in questi tragici mesi che gli ingegneri tedeschi al lavoro lungo la ferrovia di Baghdad videro i convogli dei deportati allontanarsi verso il deserto. 

La deportazione, pianificata già dal 1913, fu affidata all'opera di una "organizzazione speciale" formata soprattutto da ex criminali liberati dalle carceri (Teksilat-i-Mashusa in turco), che ricordava molto il ruolo che tre decenni dopo avrebbero avuto gli Einsatzgruppen nazisti.

La morte dei prigionieri avveniva per stenti ma non solo: nei mesi del genocidio furono messi in atto dai turchi diversi metodi di eliminazione tramite roghi di massa o annegamenti. Questi ultimi prevedevano il capovolgimento di barconi carichi di armeni di ogni genere ed età al largo nelle acque del Mar Nero. Non mancarono casi di inoculazione di batteri contagiosi come la febbre tifoide o le iniezioni letali di morfina anche su bambini. 

Fra i primi a condannare il genocidio tra le potenze mondiali furono gli Stati Uniti, grazie anche ad una costante campagna di informazione da parte del New York Times. Poco più tardi,  per voce dell'Ambasciatore USA a Costantinopoli Henry Morgenthau Sr., fu fatta pressione sul presidente Woodrow Wilson affinché si organizzasse al più presto l'intervento umanitario dagli Stati Uniti. Nasceva così il Near East Relief (ACRNE), che già dal 1915 intervenne a supporto dei profughi armeni. Nel primo anno di attività l'ACRNE si prese cura di oltre 130.000 orfani del genocidio. 

La disfatta dell'Impero Ottomano alla fine della Grande Guerra portò alla fuga dei membri del governo che avevano trascinato la Turchia nel conflitto. I processi del 1919 ordinati dal sultano Mehmed VI inclusero tra i capi d'accusa il genocidio armeno. Gli imputati, tutti fuggiti in esilio, furono condannati alla pena capitale in contumacia.

Uno di essi, Enver Pasha, tra i massimi responsabili del massacro degli Armeni, riparerà prima in Germania quindi nella Russia di Lenin dove sarà impiegato nella repressione dei tumulti dei Basmachi contro il governo bolscevico. Dopo un rovesciamento di fronte operato durante l'intervento repressivo, Enver sarà ucciso dalla cavalleria dell'Armata Rossa il 4 agosto 1922.

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