La famiglia slabbrata e sguaiata si specchia nelle rovine di un paesaggio degradato, sfatto, malinconico e grigio come il cielo imbottito di nuvole rotolanti. Aria malata. Scheletri di cemento, erbacce e sabbia, vecchie tubature arrugginite, fuochi di terra e terra di fuochi, improbabili architetture del nulla in una Castelvolturno umiliata, insultata e sfregiata nella bellezza che, una volta, fu.

Indivisibili di Edoardo De Angelis (uscita in sala 29 settembre) si raccoglie dentro uno scenario ventoso e cinereo capace di diventare “personaggio” di inquietanti connotazioni simboliche. Vi si muovono, dominandolo, due creature soavi, Viola e Dasy, gemelle siamesi unite ai fianchi che cantano con voci melodiose e cristalline in matrimoni, comunioni, ricevimenti e feste patronali (nelle parti Angela e Marianna Fontana, non siamesi ma ugualmente cantanti in arte e nella vita). Già. Che citazione. Proprio come Violet e Daisy Hilton, inglesi primo Novecento, siamesi diventate famose per aver recitato, nel ’32, in Freaks di Tod Browning. De Angelis, cólto e raffinato autore napoletano cui si devono finora due film, Mozzarella stories (2011) e Perez (2014), usa questo touch quasi aristocratico per qualificare subito il racconto in una dimensione sospesa tra la limpidezza del cinema come arte e la materia cruda, la bellezza assoluta e l’orrore del disagio.

Una via di fuga inattesa

Viola e Dasy, dunque. Mantengono cantando la loro famiglia evitandole una deriva, peraltro già in essere, nel padre Peppe (Massimiliano Rossi) che si mangia al gioco tutto quel che le sorelle portano a casa; e nella madre Titti (Antonia Truppo), figura assente e disperata, persa nelle sue canne  e nella rinuncia a qualsiasi forma di dignità al femminile ma capace, chissà, di riconquistarsi un suo speciale decoro. Le cose e i tempi cambiano, però, quando la chirurgia, nelle vesti del professor Fasano (Peppe Servillo) offre alle due ragazze una via di fuga inaspettata: la sala operatoria può finalmente dividerle, restituendole all’indipendenza e all’individualità.

Gli interessi inconciliabili

Rivelazione scatenante di sentimenti e d’interessi contrapposti, inconciliabili e dissonanti: nella famiglia che non vuole privarsi dell’unica onte di guadagno; nella Chiesa che Don Salvatore (Gianfranco Gallo) rappresenta nel suo volto venale e nella ritualità profana e pagana rivolta agl’ingenui e ai senza speranza; nello showbiz dei poveri interpretato da un impresario, Marco Ferreri (Gaetano Bruno) - altra citazione di lusso sui pianori del grottesco e dell’estremo - che con la promessa del successo e del denaro che consenta perfino l’intervento separatore pretende dalle gemelle un torrida, appiccicosa prestazione sessuale; in Viola e Dasy stesse, l’una più dolcemente conservativa di quella condizione siamese, l’altra di vocazione autonomistica più accesa e dirompente verso la conquista di una femminilità fino ad allora soltanto vagheggiata.

La ricerca della “normalità”

Il cuore del film, al di là dell’epilogo poetico, ardente e dolcissimo che va scoperto in sala, è tutto qua. In un percorso metaforico di crescita e di ricerca della “normalità” proprio nell’habitat della normalità negata dal contradditorio fra la bellezza e lo squallore, l’armonia e la dissonanza. Un contrasto dove ogni elemento affluisce mescolando persone, cose, panorami, la famiglia trash, la natura offesa, la patina di sudiciume camorristico posata dappertutto come una polvere di morte e l’ansia di pulizia.

De Angelis, quasi ripartendo da dove lo si era lasciato nella sua opera d’esordio, non esita a lanciarsi in un territorio terminale e periferico manipolando iperrealismo e ipernaturalismo per accentuare, semplicemente, l’abominio del quotidiano. In una sintesi di realismo magico e folclorico illustrato da inquadrature di rara efficacia pittorica e prospettica (la fotografia è di Ferran Paredes Rubio) e da uno stile assiduamente rivolto a dispensare uno spettacolo visivamente ricco, caldo, addirittura lussureggiante a dispetto di un côté narrativo rivolto al depresso e al deficitario, pure nell’ambito delle luminose vocazioni alla vita della coppia protagonista.

Grande universo creativo

Così la pupilla si dilata su queste intuizioni. S’intrecciano perfino musical e melodramma, estetiche indiane e gestualità kabuki in un esterno/interno campano che porta segni felliniani e sorrentiniani, memorie da brutti, sporchi e cattivi e echi di sonorità arabe in un universo creativo peraltro originalissimo, riferito alla solida e personale idea espressiva di questo autore sorprendente. Che riesce perfino ad evocare, nell’esposizione processionale e miracolistica delle due sorelle, le feste pagane di agosto e la venerazione di Artemide Efesia, il culto dell’ Assunta  riparo dai i sortilegi e dalle “fatture”, il rito delle “Cento Croci” e delle “Cento Ave Maria”: con una efficace, pittoresca saldatura alla più elegante rivelazione culturale.

Due attrici sbalorditive

È chiaro che queste brillanti intuizioni e il loro derivato strutturale non otterrebbero un risultato così splendido senza i profili e i ritratti di quelle due creature divine e terrene insieme, meglio, il contagio avvolgente, ascetico e magnetico insinuato nel film dalle gemelle-attrici-cantanti che le rappresentano: certo guidate con maestria, profondità e gusto plastico da De Angelis,  dotate però di luce propria e in qualche modo magica, di attitudine innata all’arte dello stare in scena, di facoltà comunicative singolari e per certi versi sbalorditive. Sentiremo ancora parlare di Angela e Marianna Fontana. Senza che, peraltro, la loro recitazione e la loro presenza oscuri il contributo importante degli altri attori, ciascuno (e specialmente Rossi e Truppo nelle parti dei genitori) con maschere di  forte incisività, personalità e connotazione espressiva. E meritano di essere citati, nel cast, anche Tony Laudadio e Marco Mario De Notaris che completano la galleria di personaggi.

Opera magnificamente “aliena”

 La musiche, in diversi momenti decisive e funzionali,  sono di Enzo Avitabile. Un fondale e una fontana di suoni, percussioni, ritmi e parole ora capricciosi e frivoli ora “importanti” e ponderati, sempre in linea col racconto e le capacità canore della gemelle. Tutto squisitamente nello spirito di un film che spezza l’andare di un cinema italiano a volte un po’ esangue e ripetitivo. E spiace, sinceramente, che Indivisibili non sia stato selezionato quale opera italiana da far concorrere ai premi Oscar. Lo avrebbe meritato, così come avrebbe avuto il diritto di essere in concorso e forse incoronato a Venezia. Se c’era un progetto nuovo, esterno agli stereotipi e meravigliosamente alieno questo era il film di De Angelis.

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