Django Unchained, il personaggio più controverso

Il capo della servitù interpretato da Samuel L. Jackson è più temibile del suo padrone: è un nero che disprezza i neri, e usa la sua fedeltà come arma di perverso potere

Samuel L. Jackson in "Django Unchained" (Sony Pictures)

Simona Santoni

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Le note di Nicaragua di Jerry Goldsmith accompagnano l'arrivo di Django a Candyland ed ecco che si apre il volto prima scioccato quindi dannatamente arrabbiato di Stephen, il migliore Samuel L. Jackson. "Chi è il negro a cavallo?", erutta con stizza.

In Django Unchained , ultimo film di Quentin Tarantino, dal 17 gennaio nelle sale italiane e già cult, tanti sono i personaggi controversi e provocatori, dallo sceriffo di Daughtrey, che in realtà è un criminale, al cacciatore di taglie tedesco Schultz (Christoph Waltz) che coinvolge Django, un nero, per uccidere bianchi. Ma di certo il più discutibile e ambiguo è lui, il capo della servitù Stephen, interpretato da un Jackson che si supera in questa sua quinta collaborazione con Tarantino.

"Palla di neve" Stephen - come viene soprannominato da Django (Jamie Foxx) - è evidentemente nero, eppure è ancor più temibile del suo padrone schiavista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). È lui che scopre l'intrigo che stanno tramando Schultz e Django, non l'ingenuo Calvin. Ed è lui che, nel momento della scoperta, si siede sulla poltrona di pelle della libreria di Candie, facendo roteare in mano un bicchiere di liquore, mentre comunica con toni duri il suo sospetto a Calvin, come se per un attimo ci fosse un capovolgimento narrativo e fosse Stephen il vero padrone.

Come nota Aisha Harris sul magazine online Slate , a prima vista Stephen non è troppo diverso dallo stereotipo comico dello Zio Tom, il nero affezionato al suo padrone che gli giura eterna fedeltà. Ma il suo ruolo di figura divertente dura poco, ben presto emerge il suo lato terrificante.
Stephen usa la sua fedeltà incrollabile come grimaldello del suo perverso potere, un potere che esercita sui neri soprattutto, ma che può influenzare anche Calvin. Stephen può osare così tanto da paragonare Calvin a "un sasso nella scarpa". Ma è soprattutto contro Django, il nero che alza la testa contro i bianchi, che si muove la sua lingua affilata: "Non ci posso credere, un negro nella Casa Grande!", si lamenta allibito.

Certo anche Tarantino, nel suo spudorato revisionismo storico, ha osato molto nel dare vita a un nero che lotta contro i neri. Un personaggio che andrà di traverso a molti. Mi immagino già cosa ne penserebbe Spike Lee se avesse visto il film, che ha già criticato come razzista a priori, rifiutandosi di guardarlo.

Jelani Cobb nel New Yorker sostiene che Stephen serve a mettere in evidenza la depravazione a cui era arrivata l'istituzione della schiavitù. "La cagna ha altri 10 giorni da scontare lì dentro", dice Stephen riferendosi a Broomhilda (Kerry Washington), la moglie di Django rinchiusa nella fornace: terminologia da negriero.

Jackson è stato senz'altro strepitoso a rendere un personaggio così complesso. Anche lui avrebbe meritato una bella nomination agli Oscar come migliore attore non protagonista, ma forse proprio la stella splendente del suo collega di set, Waltz, gli ha impedito di guadagnarsela: l'attore austriaco non poteva non essere nella cinquina.

Per chiudere, mi piace citare un racconto riportato ancora dalla Harris, che può essere illuminante per noi italiani che vediamo per fortuna come lontana e inspiegabile la realtà dello schiavismo. Fino al 1865, anno in cui è stato abolito, diversamente da quel che dice Candie in Django Unchained, erano molti i tentativi di ribellione da parte degli schiavi neri. Ma c'erano anche, rari, Stephen: un vecchio articolo dell'Hartford Courant datato 17 marzo 1859 riportava infatti della fuga di due neri del Sud. I due erano saliti a bordo di un treno: uno dei due, dalla carnagione più chiara e quasi bianca, fingeva di essere il padrone dell'altro. Furono fermati però da un altro nero che lavorava a bordo del treno e che li aveva riconosciuti, informando le autorità.

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