Sergio Conceiçao ci ha messo meno di un mese ad arrivare alla stessa conclusione di chi lo aveva preceduto. E, se vogliamo, anche di quello prima sulla panchina del Milan, visto che Stefano Pioli poche settimane dopo l’insediamento a Milanello (fine ottobre 2019) era andato diretto al punto: “Qui sembra che vincere, pareggiare o perdere non cambi nulla”. Poi le cose erano cambiate e in meglio, tanto da arrivare al ritorno in Champions League e allo scudetto con vista su una semifinale di Champions League che i tifosi rossoneri non ricordano con piacere solo perché persa al cospetto dell’Inter.
Lo sfogo con cui il portoghese, che aveva debuttato con il trionfo in Supercoppa Italiana, ha accompagnato la sconfitta di Torino con la Juventus è stato durissimo e ha ricordato altri j’accuse indirizzati allo spogliatoio agli allenatori del Milan. L’immagine del frigo pieno e frigo vuoto, la cancellazione dell’alibi della fatica e l’affondo sulla mancanza di volontà di lottare, soffrire e vincere dei giocatori rappresentano quasi un ultimatum. Del resto già aver definito “il peggior primo tempo della mia carriera da allenatore” l’approccio della sfida – poi pareggiata – con il Cagliari aveva alzato l’asticella del confronto tra le mura di Milanello.
Il problema è che i difetti caratteriali di questo Milan paiono immuni a qualsiasi cura. Il presunto effetto Ibrahimovic, dirigente che avrebbe dovuto motivare gli ex compagni con la sola presenza a Milanello, è rimasto una leggenda senza ritorni pratici. Paulo Fonseca, imbarcato in estate e salutato poco dopo Natale per scarsi risultati, aveva scelto il bastone piuttosto che la carota entrando in rotta di collisione con i pezzi da novanta della squadra. Risultato? Fuori lui, dentro gli altri.
Nella memoria restano il cooling break dell’Olimpico, l’ammutinamento sui rigori di Firenze (“Il rigorista è Pulisic, non so perché i ragazzi hanno cambiato. Ho già detto ai ragazzi che non succederà mai più. Sono incazzato, il tiratore è Christian”), le discussioni e i musi lunghi di Leao ad ogni cambio, le punizioni distribuite qua e là, il declassamento di Theo Hernandez e qualche frase che ha diviso più che unire. Come l’ammissione che il match a San Siro con la Juventus avrebbe fatto fischiare anche lui, avesse pagato il biglietto.
Un crescendo fino al testamento in due notti. La prima dopo la sofferta vittoria contro la Stella Rossa (11 dicembre): “Io so che lavoro tutti i giorni per fare bene e insegnare alla squadra. Non so se tutti in squadra possono dire questo… Quando entriamo in una partita decisiva come questa e abbiamo questo tipo di atteggiamento, senza dare tutto per questa maglia, le cose sono difficili. Abbiamo l’obbligo di dare tutto. Si può sbagliare un passaggio, ma è difficile guardare questo. Mai mi fermerò. Io ho la coscienza a posto. Se ci sarà bisogno di portare i ragazzi della Primavera o di Milan Futuro, lo farò. Senza problemi”.
L’ultima a esonero confezionato e non ancora comunicatogli: “Ho la coscienza a posto, ho fatto quello che potevo”. Non abbastanza per salvare il posto, ma quello che è accaduto dopo ha dato forza al suo racconto. Come in un eterno ritorno, quasi novelli Sisifo alle prese con le mitologiche e inutili fatiche: il Milan cade sempre allo stesso modo, malato non immaginario per il quale non si trova la cura.