Cos'è l'infomania e perché ci danneggia

È la tendenza a essere sempre connessi. Magari non ce ne rendiamo conto, ma sta compromettendo la nostra capacità di pensare in modo organico

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Nel 1993 il filosofo americano Michael Heim, nel suo libro “Metafisica della realtà virtuale”, si occupava di una pericolosa tendenza che stava prendendo piede a livello globale, che egli chiamava infomania. Il termine non era nuovo, ma Heim gli dava un significato più specifico rispetto al passato, collegandolo direttamente alla cosiddetta “era dell’informazione”. Riporto un passo del libro (pubblicato in Italia nel 2014 dall’editore Guida) perché, seppure scritto più di vent’anni fa, resta molto attuale:

«Per noi, un linguaggio fornito di significato dipende sempre dal contesto limitato delle nostre personali esperienze. Siamo biologicamente limitati quanto alle attività cui possiamo dedicarci con piena coscienza. Quando prestiamo attenzione all’importanza di qualcosa, non possiamo procedere al passo frenetico di un computer. Dobbiamo ponderare, riflettere, contemplare. L’infomania erode la nostra capacità di dare significato alle cose.»

Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento mentale fissato sull’informazione? La diminuzione della soglia di attenzione. Il prelevare solo frammenti. L’incapacità di inserire questi frammenti in una cornice globale. Ci affidiamo a lembi di conoscenza che trasformano il sapere in una visione parziale, episodica. Il grande equivoco dell’Era dell’Informazione è credere che l’istruzione o la cultura sia questione di avere i fatti giusti a portata di polpastrello.

Circa un decennio dopo, nel 2005, le fosche previsioni di Heim sembrarono venire confermate, quando i media più autorevoli, in un non raro esempio di disinformazione scientifica, equivocarono uno studio commissionato da Hewlett-Packard e supervisionato da Glenn Wilson, psicologo del King’s College di Londra, annunciando che stare sempre connessi addirittura riduceva in modo permanente il QI. In realtà l’esperimento dimostrava solo un “effetto di distrazione temporanea”, come ribadì Wilson.

Il paradosso è che, proprio perché l’infomania esiste, e consiste nel credere di avere i fatti giusti a portata di polpastrello, molti sulla base di un link autorevole hanno creduto alle fonti giornalistiche che sensazionalisticamente distorcevano i risultati dell’esperimento, e in rete si è diffuso il mito che le e-mail compromettono l’IQ più della marijuana. Questa non è cultura, è un frammento, e per giunta falso. Ed ecco che le vittime dell’infomania hanno una percezione sbagliata perfino di cosa sia l’infomania. Il che è piuttosto logico: se si vive nell’errore, si ha una concezione sbagliata anche di cosa sia l’errore.

Questo ci insegna che per contrastare l’infomania non si deve sostituire un frammento ad un altro frammento, una singola informazione a un’altra, ma riconoscere che non siamo computer e che la nostra è una vita qualitativa, non soltanto quantitativa. Per comprendere facilmente questa distinzione pensiamo alla quantità sterminata di libri di cui dispone, oggi, uno studioso, e i pochi consultabili da Aristotele nel quarto secolo avanti Cristo. Senza dimenticare che lo studioso contemporaneo, come tutti noi, è iperconnesso, mentre Aristotele, per conoscere i fatti più lontani, doveva affidarsi solo alle testimonianze dei messaggeri. Secondo una stima puramente quantitativa, se confrontiamo un libro scritto da un filosofo del nostro tempo con la Metafisica di Aristotele, dovremmo trovare il primo molto più importante del secondo. Ma la verità è che la Metafisica continua a interrogarci ancora oggi, a millenni dalla sua composizione, quando le informazioni a disposizione del suo autore erano una frazione infinitesimale rispetto a quelle “a portata di polpastrello” dei suoi colleghi odierni.

Proprio per questo, il modo migliore di affrontare la dipendenza da connessione non è spegnere lo smartphone, ma lasciarlo a riposo mentre ci immergiamo nella lettura di una tragedia di Shakespeare o di un romanzo di Dickens, sintonizzandoci con la sua straordinaria capacità di cogliere il tutto dell’esperienza.

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