Come rendere la nostra comfort zone meno confortevole

Se invece di abbandonare quanto di buono già c'è, provassimo a fare delle esperienze inaspettate parte della nostra quotidianità?

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Ernesto Ciorra

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A giudicare dalla grande quantità di esortazioni a uscire dalla nostra comfort zone (l’ambito dove ci troviamo più al sicuro, senza ansie e stress, dove le cose ci riescono meglio) con tanto di decaloghi per farlo, si direbbe che una vera e propria comfort zone non esista, altrimenti, perché mai dovremmo lasciarla? Se mi trovo bene nella mia casa perché è silenziosa, confortevole, ecc. non c’è ragione che mi metta a scorrere gli annunci per cambiarla, sobbarcandomi alle noie di un trasloco e col rischio di vivere in un alloggio peggiore. Eppure, ci viene detto, solo chi lascia la sua comfort zone può conquistare la felicità. Quanto c’è di vero in questo consiglio? È fondato, o è solo un luogo comune?

Proviamo a sottoporre a collaudo il consiglio di uscire dalla comfort zone. Possiamo senz’altro ipotizzare casi, come l’esempio della casa, in cui seguirlo è irrazionale. Ma non ci sentiamo di smentirlo del tutto. In effetti, se non usciamo mai dalla nostra casa, non sapremo mai, ad esempio, che in altre case lo spazio è sfruttato meglio, e tutti quei libri che non sappiamo più dove mettere potrebbero essere comodamente alloggiati in certe mensole metalliche, pratiche ed economiche, di cui non conoscevamo l’esistenza prima di vederle in casa di un amico, giacché abbiamo sempre tenuto i libri in una solida ma poco pratica libreria ereditata dai nonni.

ppure visitando la casa di un praticante del Feng Shui, anche se ritenessimo quest’antica pratica cinese di arredare gli ambienti una pseudoscienza, potremmo empiricamente giudicare migliorative alcune sue indicazioni e integrarle nella nostra casa. Non c’è bisogno di diventare un adepto per scoprire, magari, che quel fastidioso brusio che talora ci disturbava il sonno era dovuto al fatto che la testiera del letto era a contatto con un muro dove passa la colonna idrica o le tubature del riscaldamento.

Oppure un attore che recita con successo sempre lo stesso ruolo, mettiamo, l’Enrico IV di Pirandello, per cui ha una predisposizione fisica (il physique du rôle) e psicologica. Ecco arrivare la proposta di recitare un altro Enrico IV, completamente diverso, quello di Shakespeare. Uscire dalla propria comfort zone vorrebbe dire abbandonare per sempre il personaggio pirandelliano (come fanno molti attori, stanchi dei personaggi che gli hanno dato il successo) e tuffarsi nella nuova esperienza. Benissimo. Ma ancora meglio sarebbe, dopo, tornare all’Enrico IV di Pirandello, arricchiti dall’esperienza del personaggio shakespeariano. Solo così l’attore saprà offrire agli spettatori un nuovo punto di vista sul personaggio, porgerlo sotto una luce diversa. E non a caso Pirandello stesso, nella sua commedia, fa un riferimento all’altro Enrico IV. È come se invitasse egli stesso a mescolare le carte.

L’innovazione nell’impresa, è la stessa cosa. Non c’è bisogno di imitare la mitica Fenice: bruciare tutto per risorgere dalle ceneri. Tutto ciò che esula dalla nostra comfort zone non fa altro che aggiungere complessità al nostro stile di vita abituale. Innovare vuol dire ricondurre questa complessità, che di per sé sarebbe ingestibile, alle nostre attitudini, sotto il segno di una nuova sintesi, e il criterio per valutare se la sintesi è riuscita o no, lo conosciamo già: era la nostra, tanto disprezzata, comfort zone. Anche Ulisse abbandonò la quieta Itaca mosso dalla sete di viaggi e conoscenza, ma ebbe la saggezza, e la necessità, di farvi ritorno.

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