Maria Pia Di Meo, La Voce italiana parla con noi

Intervista a Maria Pia Di Meo, donna di un talento fuori dal comune che ci racconta dei suoi inizi nel mondo del doppiaggio, dei momenti memorabili, le sue preferenze, la sua visione della vita e le sue idee per il futuro. Ci lascia con un consiglio di ricerca valido per doppiatori e non.

Maria Pia Di Meo 4

Mercedes Derna Viola

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Maria Pia Di Meo, all’anagrafe Maria Pia Tempestini, La Voce italiana per eccellenza, vincitrice dei più prestigiosi premi.  Donna romana di grande talento e bellezza, che da decenni ci traduce e trasmette le emozioni delle più grandi attrici del cinema mondiale.

Amante del arte in modo autentico, senza snobismo, gode dell’arte come del buon cibo e del ottimo vino che accompagna la nostra conversazione. Madre di Stefano ed Eleonora, attrice come lei, Maria Pia è un'esimia giocatrice di Shangai - il gioco dei bastoncini cinesi - e seduta per terra sfida le nipoti che sono venute a trovarla da Milano. 

Adora i fiori, e i fiori ricambiano la sua predilezione fiorendo senza pause nel suo balcone, mentre dentro casa,  al centro del tavolo, un trionfo di orchidee turchese catturano lo sguardo. 


Quali sono stati i suoi primi passi nel mondo del doppiaggio?

La mia carriera è iniziata che non sapevo neanche leggere, è stata proprio un caso. I miei genitori erano tutti i due attori di teatro. Mia madre un giorno mi portò con lei  a un turno di doppiaggio, e avevano bisogno di una bambina che non c’era. Allora mi dissero perché non provi tu a dire la battuta? Ero timida, non sono capace, non so leggere ho detto. Allora imparai questa battuta a memoria, mi misero su un trampolino, e fu una cosa stranissima, perché si trattava anche di andare in sinc - Il sinc è riuscire a parlare nel momento in cui parlano gli attori, e non è così semplice - e in quel momento io, come illuminata, ho capito immediatamente la tecnica. Quindi imparavo le battute a memoria, e le dicevo nel momento giusto. La mia carriera è cominciata così.

E non ha mai smesso

Sono tanti anni, e da allora non ho mai smesso. Ma non ho fatto soltanto doppiaggio. A dodici anni ho debutado con Vittorio Gassman in teatro, poi con Ferzetti, la Pagani, la Morelli. Per tanti anni ho unito il doppiaggio al teatro, e no mi sono mai fermata. Non so se questo sia un bene o no.

C’è stata una pausa, intorno ai ventun anni, quando mi sono sposata con uno psicanalista, padre dei miei due figli, e sono andata a vivere a Milano. Ma non ho smesso completamente, andavo a Roma a fare qualche film importante ogni tanto. Tutti i film di Barbara Streisand, per esempio, gli ho doppiati io, come a tutte le altre attrici importante, non saprei dire quale non ho fatto. E ancora oggi, che non sono più una bambina, continuo a fare questo mestiere. Non più il teatro, essendo più difficile ora per me muovermi da Roma, andare in giro, fare le tournée, ecc.

Se dovesse scegliere una tra queste grandi, quale sarebbe la sua preferita?

Meryl Streep, a chi ho avuto l’enorme piacere di conoscere di persona. La trovo straordinaria, perche ogni volta lei è diversa, ogni volta cambia - l’ho detto mille volte - ma è come scrisse Pirandello, uno e centomila. 

Un momento divertente che le sia rimasto in mente?

Il penultimo film che ho fatto, Florence, tratto da una storia vera. Lei lì interpretava il personaggio di una donna che aveva una grande passione per la lirica, ma era stonatissima. Praticamente pagava tutti, i teatri, musicisti, tutti coloro che le permettevano di fare gli spettacoli, che lei faceva purtroppo i quasi in modo comico. Cantava, faceva dei gorgheggi che ho dovuto fare anche io, perché alcuni erano dentro le battute italiane. Inoltre in questo film utilizzava un timbro vocale completamente diverso, un po di testa, un po svagata, un po’ svanita. Mi sono divertita moltissimo, devo dire, proprio perché c’era questa differenza con le altre parti che ho interpretato.

Più drammatiche?

Sì. Lei ha fatto personaggi molto difficili, duri. Parto da quelli più lontani, come Francesca de I Ponti di Madison County, meravigliosa storia d’amore,  dove c’è questa scena indimenticabile dove lei decide che non può andare via. Oppure ne I Segreti di Osage County, dove interpreta una madre terribile, malata, cocainomane, con un cancro in bocca, dura, che ha degli scontri con la figlia, un personaggio di una difficoltà paurosa, drammatico e molto bello, che non ha avuto il meritato successo ma che io ho amato molto perché e stato un personaggio difficilissimo. Mi piace confrontarmi con le cose particolari. Devo dire che ogni volta che la doppio per me è un piacere, perché da lei si impara. E a me piace imparare, credo che lo si debba fare per tutta la vita. 

Il lavoro di creazione del personaggio è come quello degli attori?

Purtroppo, no. Quando l’attore fa un film ha magari a disposizione due, tre mesi, per studiare, per provare. Noi con il doppiaggio abbiamo dei ritmi incredibili, soprattutto adesso. Alcune volte vediamo il film prima di iniziare a doppiare, altre volte nemmeno quello. Quindi è un fatto di immedesimazione immediata, il che non è semplice. E poi i tempi sono stretti, e quindi bisogna avere la capacità di entrare nel personaggio, così, per il talento (non mi vergogno di dirlo) e per la capacità di riuscire a seguire quello che l’attore in presa diretta ha studiato magari per un anno. Questo è il guaio del doppiaggio, ma rivela anche il talento.

Ultimamente ho rivisto dei vecchissimi film che ho doppiato anche vent’anni fa. Ad es Com’eravamo, con Barbara Streisand e Robert Redford, un film doppiato straordinariamente bene, dove c’è una telefonata della Streisand che è un pezzo di doppiaggio molto particolare, e mi faccio i complimenti da sola. E’ commovente. 

Cosa ci vuole per fare il doppiatore?

Il doppiaggio non è solo un fatto tecnico. Certo, ci vuole anche la tecnica, altrimenti non si può essere naturali. Pero al di là di quello c’è una parte di té stesso che tu metti in quel personaggio in quel momento, e che riesce a trasmettere al pubblico; è la commozione, il modo in cui tu riesci a far credere nella verità del personaggio, e quello dipende dal tuo talento, dalle tue possibilità artistiche. 

Quindi questa parola, doppiaggio, è una parola che non ha senso. Il doppiaggio vuol dire essere "doppiattori", con due ti, attori due volte.  Essere attori prima di tutto, avere talento, e avere anche la tecnica per saper recitare in un certo modo, seguendo quello che è stato già fatto ma, facendolo tuo. Tu non puoi ripetere a pappagallo quello che gli attori hanno fatto in presa diretta, devi metterci anche una parte della tua personalità, della tua sensibilità. Non è un mestiere semplice.

Com’è per lei fare questo mestiere dopo tanti anni?

Io lo faccio ancora molto volentieri, ma mi piacciono le attrici vere. Jane Fonda per esempio, che sto doppiano ormai da quattro o cinque anni su Netflix, in una serie molto carina Grace & Frankie, credo che cominceremo tra poco un altra stagione, con questa Jane Fonda appunto, incredibile. Sappiamo tutti quanti anni ha, ma ormai dicono che la terza età camici dopo i settanta anni, quindi noi possiamo continuare a lavorare chissà fino a quando, fino a cento! Io personalmente, lo farei. Perché, secondo me, più si va avanti negli anni, più è necessario essere occupati, non pensare troppo. Perché pensare fa male. Bisogna divertirsi a fare delle cose, e io ancora mi diverto, e andare avanti verso quello che ci aspetta con serenità, senza pensarci troppo. Lavorando, credo che sia la cosa migliore, al meno per me.

A cosa sta lavorando ora?

Adesso sto lavorando nella Direzione, non come attrice, ad una serie che sto facendo da sette anni e si chiama Strike back. Una serie americana, con dei bravissimi attori, fata molto bene - gli americani sono straordinari in queste cose di azione e far saltare le macchine per aria - dove c’è guerra, parolacce, e in questo devo dire, come genere è molto lontana da me, ma è un modo di lavorare ed è sempre una sfida. 

Ha mai avuto a che fare con l'insegnamento?

Sì. Orami molti ragazzi, molti giovani, mi chiedono di studiare con me. Io volevo fare una scuola, ma mi sono fermata per il momento perché per farlo ci sono tante cose da affrontare. Insegno quindi in due Scuole, per l’Accademia artistica - che non fa solo doppiaggio, ma si occupa anche di ballo, musica, e tutto quello che può servire oggi al attore - e nella Arts Factory .

E' bello vedere i giovani avvicinarsi a questo mestiere, anche se a volte mi trovo con dei ragazzi che sono completamente sprovveduti, e faccio dei provini per vedere chi può fare cosa. Molte volte si esordisce con il desiderio di fare il doppiaggio, perché si ha “una bella voce”. Ma non si può fare doppiaggio se non si è fatta prima, un po’  al meno, di recitazione. Non c’entra niente la bella voce. Sì, può servire, ma servono anche voci non belle, caratteristiche. Non si tratta di avere una bella voce, si tratta di riuscire a recitare. 

Progetti e desideri?

Un desiderio? Fare una scuola mia, e forse lo farò. Una scuola seria, con le classi di massimo nove persone, che è il modo migliore per lavorare bene, e insegnare quello che io so, che ho imparato in questi anni, per trasmettere la professionalità che tanti anni di mestiere e di teatro alle spalle mi hanno lasciato. 

Oggi vediamo dei film, anche ben doppiati, però che sono un po’ tutti uguali, mancano le diversità, vocali e di carattere,  che si trovavano nei vecchi film dove recitavano vecchi attori di teatro che facevano il doppiaggio, come la Pagnani, Morelli, Stoppa. Quello bisogna andare a cercare oggi: personalità, carattere, e diversità.-



 
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