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La Valle d’Aosta oltre Courmayeur e Cervinia: come rilanciare un territorio (colpevolmente) poco conosciuto

La Valle d’Aosta oltre Courmayeur e Cervinia: come rilanciare un territorio (colpevolmente) poco conosciuto
L’Hotel Beau Sejour a Etroubles

Il turismo in Valle d’Aosta tra i record di arrivi e le criticità strutturali evidenziate da Elisa Palmitessa, erede nella gestione dell’Hotel Beau Sejour a Etroubles

Da un lato, la favola luccicante che i report ufficiali raccontano sulla Valle d’Aosta: quella di una montagna sold-out, che macina record e travolge ogni primato storico. Dall’altro, la realtà di chi quella montagna la vive e vi lavora ogni giorno, lontana dai riflettori patinati di Courmayeur o del Cervino, lungo le vallate laterali dove l’ospitalità è ancora un affare di tradizione e di famiglia.

A guardarla attraverso i dati, la regione non ha mai goduto di tanta salute: il 2024 si è chiuso con il record assoluto di oltre 1,3 milioni di arrivi e più di quattro milioni di presenze, spinto da un turismo straniero (53% del totale) tornato a pieno regime e da una stagione invernale in continua crescita. Eppure, dietro la superficie dorata dei grandissimi numeri si agitano faglie strutturali profonde.

Ne sa qualcosa Elisa Palmitessa, terza generazione dell’Hotel Beau Sejour di Etroubles, nella Valle del Gran San Bernardo, fondato dai nonni, portato avanti dai genitori Elio e Monica, e oggi dalla madre, da Elisa stessa e dal fratello Alain. Dalla sua specola privilegiata, il racconto del boom lascia il posto ai nodi irrisolti: una rete di trasporti insufficiente, tradizioni locali spesso svalutate a folklore e un mestiere che rischia di perdere la propria vocazione intima, pur trovando un nuovo ossigeno nella formazione delle generazioni più giovani.

La Valle d’Aosta oltre Courmayeur e Cervinia: come rilanciare un territorio (colpevolmente) poco conosciuto
Elisa Palmitessa, erede nella gestione dell’Hotel Beau Sejour di Etroubles

Una tradizione lunga tre generazioni in Valle d’Aosta

La storia del Beau Sejour comincia lontano da Etroubles. I nonni di Elisa si conobbero alle scuole elementari, poi le loro strade si divisero per anni: lui in Francia, lei in Svizzera, entrambi a lavorare nella ristorazione. Si ritrovarono in terra elvetica, e da lì decisero di tornare in Valle d’Aosta. A Etroubles, sulla strada di passaggio che conduce al passo del Gran San Bernardo, si ergeva una villa, già adibita a piccolo albergo dai precedenti proprietari. I nonni la rilevarono e la ingrandirono, dando il via alla loro avventura imprenditoriale dopo anni passati a lavorare nelle sale e nelle cucine altrui.

Nel 1998 la struttura fu interessata da una grande ristrutturazione, che tenne l’hotel chiuso per due anni: riaprì infatti nel 2000, nella veste rinnovata.

Nel 2007 i nonni si ritirarono, lasciando la gestione della struttura alla figlia Monica che, con il marito Elio, la condusse alla forma e alla sostanza attuali.

In futuro, toccherà a Elisa. «L’idea è di continuare la tradizione alberghiera familiare», racconta. E aggiunge: «Questo è un lavoro che bisogna fare con passione. Se non ce l’hai, è inutile che ti ci metta, perché non riuscirai mai a farlo allo stesso modo di chi ha quel fuoco dentro».

La formazione per gestire un albergo

Elisa, nonostante la tradizione di famiglia, non ha fatto la scuola alberghiera. I genitori gliela avevano sconsigliata, consapevoli che si tratti di un lavoro particolarmente impegnativo. Alle superiori, aveva scelto l’Istituto Tecnico per Geometri, con altri obiettivi in testa (almeno all’epoca). La svolta è arrivata successivamente, a livello universitario, quando suo padre ha trovato su un giornale l’annuncio di una scuola universitaria nuova: l’HIA, Hospitality Innovation Academy, con sede a Firenze. Il test d’ingresso valutava il percorso scolastico e la conoscenza delle lingue. Elisa fu ammessa senza remore.

Il percorso prevedeva un anno e mezzo a Firenze, poi uno stage in territorio toscano e tre mesi di master in Svizzera, in collaborazione con l’ateneo fiorentino. Ma al termine di quei tre mesi, la laurea non era ancora in tasca: mancavano ancora sei mesi elvetici. Elisa decise allora, per ampliare la sua formazione a livello pratico, di mettersi in gioco con uno stage in Grecia, lungo quattro mesi. Al termine di quest’ultimo, a ottobre 2025, ha completato il periodo mancante, laureandosi nel marzo scorso.

Il giudizio sull’HIA resta molto positivo, con qualche osservazione. «Su certi punti, in Svizzera, ero più preparata dei miei colleghi che avevano cominciato direttamente lì», racconta. Il percorso è orientato al management, e copre reception, sala, bar, booking e amministrazione. Manca, a onor del vero, la formazione a livello prettamente culinario. Ciò che invece Elisa reclama è che venga insegnata, quantomeno, la teoria pratica rispetto a certi fondamentali. In Svizzera, ad esempio, ha incontrato studenti che non sapevano aprire una bottiglia di vino, senza nemmeno conoscere la teoria in merito.

Il nodo, secondo lei, è culturale prima che didattico. «Ormai non c’è più niente di ovvio», confessa. «Quando assumi qualcuno di nuovo, non puoi dare niente per scontato. Bisogna seguirlo ovunque, persino sull’accoglienza del cliente». La gestione del rapporto con l’ospite, il modo di metterlo a proprio agio, il tono da tenere: tutto questo viene dato per acquisito nei programmi di studio. E invece non lo è affatto.

Cosa manca alla Valle del Gran San Bernardo

Etroubles è un borgo di circa 500 abitanti, sul tracciato della Via Francigena, ad alcuni chilometri dal traforo e dal passo del Gran San Bernardo. La posizione è estremamente strategica: un punto di passaggio obbligato per chi va in Svizzera. Ma è anche una valle che, purtroppo, fatica a trattenere i visitatori.

Elisa è diretta: «Bisogna pubblicizzare di più la zona. Non parlo solo di Etroubles, ma di tutta la vallata». Le tradizioni sono numerose e autentiche. Il carnevale, ad esempio, è una delle manifestazioni più sentite del paese. La Veillà, festa che riporta in vita i mestieri e i costumi del borgo di un tempo, interpretati dagli abitanti stessi, è un evento straordinario. Eppure, come osserva Elisa, «neanche in Valle d’Aosta credo la conoscano tutti». La comunicazione istituzionale esiste, ma è tristemente discontinua. «Sulla pagina Instagram della Valle d’Aosta mettono qualcosa ogni tanto, sempre le stesse cose. Non c’è mai niente che sproni i turisti a venire, a conoscere la valle più in profondità».

Il problema dei trasporti è, probabilmente, il più concreto. La valle è collegata ad Aosta tramite autobus che passano ogni due o tre ore, con l’ultima corsa in salita già alle 17:30. Per confronto, Cogne e Courmayeur (molto più distanti dal capoluogo regionale) hanno autobus ogni dieci o venti minuti. Questa carenza ha effetti a catena. Non solo i turisti senza auto non riescono a muoversi autonomamente, ma anche chi vorrebbe lavorare in zona rinuncia. «I ragazzi che vengono qui non hanno la macchina oppure non hanno l’alloggio», spiega Elisa. «Si sentono rinchiusi. E allora non restano, o non vengono proprio».

Come è cambiato il mondo dell’hotellerie

Sul fronte della clientela, l’Hotel Beau Sejour rispecchia abbastanza fedelmente le tendenze generali. D’estate ospita soprattutto famiglie: prevalentemente olandesi e tedesche, ma anche americane e australiane, attratte dalla Via Francigena e dai percorsi alpinistici. Gli svizzeri e i francesi sono quasi sempre di passaggio, e si fermano una o due notti. Gli italiani, invece, tendono a sostare più a lungo: a luglio e agosto, vi sono ancora ospiti che soggiornano per due settimane.

D’inverno, il profilo cambia: arrivano sciatori, gruppi sportivi, scuole (anche straniere). I motociclisti tedeschi rappresentano una presenza costante.

L’albergo punta sulla cucina valdostana come elemento distintivo: piatti tipicamente locali quali zuppa valpellinentze, polenta concia, carbonada. Il cartello «capriolo e polenta» sul ciglio della strada ha il suo peso nella seduzione di chi passa. Ma attorno al Beau Sejour, a Etroubles, il tessuto commerciale si sta assottigliando. Ristoranti chiusi, locali che non riaprono. Gli ospiti chiedono informazioni a riguardo, ma spesso né i titolati né i dipendenti sanno rispondere. «L’ospite vorrebbe essere partecipe di ciò che succede in paese», osserva Elisa. «Quando vede che nemmeno noi sappiamo cosa sia successo a un ristorante vicino, pensa che siamo scollegati dalla realtà locale».

Sussiste, inoltre, la questione del personale. L’hotellerie è diventata, secondo lei, un lavoro di passaggio: qualcosa che si fa per mettere da parte qualche soldo, non una professione in cui crescere. «Lo fai per guadagnare abbastanza per andare in vacanza o studiare», sostiene. «Non c’è più stabilità. E, molto spesso, non c’è più la passione». Dall’altra parte, c’è un cliente sempre più esigente, spesso convinto di meritare un servizio da cinque stelle pur non essendo disposto a pagare il prezzo corrispondente. Il Beau Sejour è un tre stelle che offre, a detta della sua futura titolare, servizi da quattro. La distanza tra aspettative e realtà, tuttavia, è ancora difficile da colmare.

I dati regionali raccontano una Valle d’Aosta del turismo che cresce. Ma questa crescita ha un aspetto scarsamente lineare. Richiede infrastrutture, comunicazione, formazione, continuità. E richiede persone disposte a farne un mestiere per la vita, non solo per una stagione.

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