Lo spirito olimpico è durato meno di un gatto in tangenziale. Una settimana, poco più. Poi San Siro ha smesso i panni di territorio di buoni sentimenti per tornare l’arena che è sempre stata. Anzi, peggio. Le prime due uscite dopo le emozioni travolgenti della cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano Cortina sono state da bollino rosso e divieto di visione ai minorenni. Prima la simulazione di Bastoni e l’esultanza truffaldina, la gazzarra di Comolli e Chiellini faccia a faccia con l’arbitro all’imbocco degli spogliatoio, le mancate scuse immediate dei protagonisti e quelle non del tutto convincenti successive.
Poi la scena madre della trattenuta tattica di Fabregas alle spalle di un avversario, la scena madre del confronto tra le due panchine, i cartellini sventolati un po’ a caso e gli insulti nei corridoi dello stadio. Bene, anzi male. Siamo e restiamo fondamentalmente un popolo di antisportivi, disposti a tutto in nome della vittoria o almeno del pareggio, schierati per bande di tifo, incapaci di fare un passo indietro e disponibili solo a vedere la pecca altrui.
La verità è che nelle settimane dello spettacolo olimpico, dove i furbi ci sono ma ricevono lo stigma pubblico e raramente vengono applauditi, il calcio italiano ha dato pessimo spettacolo di se. La corrida del Derby d’Italia ha fatto il giro del mondo con un danno di immagine difficile da calcolare. Lo spettacolo poco edificante di Milan e Como avrà minore risonanza ma non per questo è meno censurabile.
Con un paio di annotazioni a margine: in fallo sono caduti Chivu e Fabregas, due giovani tecnici stranieri di passaporto ma italiani per frequentazione. Due che per mesi hanno indossato la maschera dei censori, criticando i nostri usi e costumi salvo rifugiarcisi alla prima occasione utile. Parole, parole, parole… Filastrocche invecchiate troppo presto per essere credibili perché in fondo tutto il mondo è paese e se l’Italia è la patria di Macchiavelli (“Il fine giustifica i mezzi”) non è che altrove possano dare lezioni di etica e morale agli altri.
L’altra lavagna dei cattivi è dedicata a Max Allegri, recidivo negli scoppi d’ira sotto pressione. Nel duello di campo con Fabregas il tecnico rossonero aveva ragione, in quanto accaduto dopo no. Ed era già accaduto nel torrido post partita della finale dell’Olimpico costatagli il licenziamento dalla Juventus e nel duello arabo con la panchina del Napoli. Max resta una delle cose comunicativamente belle del calcio italiano, ma qualcuno si incarichi di dargli una camomilla (e di dirgli che non tutto è consentito) quando gli animi si accendono.
