Sembrava davvero potesse essere l’erede di Pelé. Sembrava l’uomo giusto per riportare la Coppa del Mondo ai Verdeoro, orfani di una generazione stratosferica che vedeva nella stessa nazionale mostri sacri come Ronaldo il Fenomeno, Ronaldinho, Cafu, Roberto Carlos, Rivaldo e tanti altri fuoriclasse.
Poi, una generazione di mezzo meno ricca di qualità, di quella samba brasiliana che faceva ballare gli avversari mentre il pallone viaggiava e finiva molto spesso in rete. E infine, il figliol prodigo, Neymar, viene alla luce. L’eredità viene raccolta proprio al Santos, squadra in cui Pelè aveva militato per quasi tutta la carriera. E così, da O’Rey a O’Ney è un attimo. In quel periodo iniziale nella madrepatria, vince tre campionati consecutivi e una Coppa Libertadores, facendosi notare a livello internazionale.
Gli anni d’oro di Neymar in Europa
Il Barcellona se ne innamora, e decide di fare follie per lui: spende quasi 90 milioni di euro per affiancarlo a Messi. L’anno successivo, insieme a quest’ultimo e a Luis Suárez, si crea quello che è forse il tridente d’attacco più letale mai esistito nella storia del calcio: la cosiddetta MSN. Ben 364 gol e 171 assist complessivi fra il 2014 e il 2017. Numeri folli di cui Neymar è protagonista assoluto.
E arriva pure la soddisfazione della Champions League, nel 2015. Il Pallone d’oro, invece, resta un tabù. Oscurato dalle stelle (anche mediatiche) di Messi e Cristiano Ronaldo, O’Ney resta sempre un gradino più basso rispetto a questi due, mancando l’appuntamento con il riconoscimento individuale più ambito nel mondo del calcio.
Decide così di smarcarsi dal compagno di classe argentino e da CR7. Tenta fortuna al Psg, squadra dove militano campioni come Kylian Mbappé, Ángel Di María e tanti altri giocatori eccezionali. La compagine, con il suo strapotere tecnico ed economico, domina in Francia. Eppure, la soddisfazione europea non arriverà nemmeno con l’avvento di Messi, che si ricongiunge a Parigi con la stella brasiliana. E tantomeno arriva il Pallone d’oro tanto anelato.
Gli infortuni e la parabola discendente
Gli anni passano, e con loro cominciano i problemi fisici. Un giocatore di classe superiore come Neymar, la cui efficacia si basa molto sulla propria rapidità, viene chiaramente limitato da simili infortuni, che ne rallentano le finte e ne inibiscono l’imprevedibilità. Ma viene bloccato anche da profondi ostacoli di tipo caratteriale. E così, al Parco dei Principi salta spesso metà stagione per continui guai alla caviglia destra. Rimane comunque un giocatore che fa la differenza, quando scende in campo.
Magre soddisfazioni anche in nazionale. Con i Verdeoro, O’Ney vince solamente la Confederations Cup nel lontano 2013 (torneo tutto sommato di modesta importanza). L’occasione più ghiotta per ripercorrere i passi del grande Pelé arriva al Mondiale 2014, dove il Brasile si spinge fino alla semifinale. Purtroppo, Neymar viene fermato ai quarti a causa di un brutto intervento di Zúñiga. Nel penultimo atto della competizione, l’asso brasiliano assiste impotente alla storica disfatta della propria nazionale per 7-1 contro la Germania (vincitrice di quell’edizione della Coppa del Mondo).
Mesta eliminazione contro il Belgio ai Mondiali 2018, dove Neymar offre sprazzi del suo talento. Gli anni continuano a passare, inesorabili. E il Brasile esce nuovamente ai quarti nel 2022, ai rigori, per mano della Croazia.
Il triste epilogo di Neymar ai Mondiali 2026
Non era al meglio, O’Ney, all’alba dei Mondiali 2026. Ma sapeva, che sarebbe stata la sua ultima opportunità di sollevare la coppa. Era limitato da uno dei suoi soliti, maledetti infortuni, dopo una lesione di secondo grado al polpaccio. Ormai, sembra l’ombra di se stesso. Dopo due anni in Arabia Saudita all’Al-Hilal, dove non ha praticamente giocato a causa dei problemi fisici, Neymar è tornato finalmente a casa, al Santos. Dove tutto è iniziato, dove Pelé l’aveva designato come suo erede naturale. Ma la versione ammirata negli anni d’oro della giovinezza e del Barcellona, è svanita. Come il ricordo opaco di un sogno poco dopo essersi svegliati.
Il popolo lo vuole, lo pretende. Carlo Ancelotti, leggenda del calcio italiano sia come giocatore sia come allenatore, non ha scelta. È fra i 26 convocati. Ma non compare mai fra i titolari. No, la verità è che gioca (male) meno di 60 minuti in tutto il torneo. Viene inserito disperatamente, come «salvatore della patria», per l’ultima mezz’ora degli ottavi di finale: Brasile-Norvegia. La stella della nazionale non è più lui, oramai, ma Vinicius. Più giovane e scattante. Eppure, ben lungi dall’avere il talento necessario per essere paragonato a Pelé.
O’Ney è di un’altra pasta. O meglio, era. Trasforma un rigore (inutile) al 100esimo minuto. Il risultato è un inesorabile 2-1 contro la cinica Norvegia dello spietato centravanti Erling Haaland. Di Neymar, resta il pianto (e il rimpianto) di una carriera che avrebbe meritato più fortuna, più trofei e più riconoscimenti. Ma restano anche le giocate, le emozioni, il talento inesauribile di uno dei giocatori più formidabili (a livello tecnico) che il calcio abbia mai espresso.
