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l cibo del paradiso e i fioroni del peccato

l cibo del paradiso e i fioroni del peccato
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La varietà di albicocca di Bisceglie e il primo frutto del fico sono due pezzi di Dna culinario del Sud. Non sono esportabili lontano, né riproducibili, pena il deperimento. Perciò sono considerati le “scatole nere” gastronomiche della Terronia, un inno contro la globalizzazione del palato a tutti i costi

Quando leggerete queste righe, l’oggetto di questo mio scritto sarà già scomparso, sarà il dolcissimo ricordo di una fugace beatitudine. Tutto è successo in una magnifica sera di giugno, dopo un evento letterario a Bisceglie, coi finalisti del premio Strega che si azzuffavano su Michela Murgia. Eravamo seduti nel cortile della libreria Le Vecchie segherie, quando il suo proprietario, Mauro Mastrototaro – i nomi dei benemeriti vanno sempre additati al pubblico elogio – con volto raggiante porse dalle sue mani il biglietto d’ingresso al Paradiso. In un piccolo cesto c’era un frutto raro e leggendario, introvabile, che sospiravo non so da quanto e non vedevo, non gustavo, da tempo. Sto parlando del cibo del Paradiso, un frutto che si conosce e si coglie solo nelle campagne del mio paese, grazie a singoli rari alberi; alberi in via d’estinzione, con frutti di vita effimera e cagionevole, da cogliere e consumare al volo, così rara è l’occasione. Ci hanno provato ma non si riesce a piantarli fuori dal nostro agro. Il cibo del Paradiso somiglia a un’albicocca, ma tale non è; ha qualcosa di più e di diverso, è più grande di un’albicocca, più piccolo di una pesca, morbido, carnoso, dolce, un sapore vago d’ananas, colore ineffabile, tra il giallo e il grigio, il rosa e il beige. Un’esperienza unica, tornare dal mare e mangiare cibi del paradiso.

Quando lo cito tutti cadono dalle nuvole, e quando lo descrivo, pensando che abbia altrove solo un nome diverso, restano meravigliati o mi considerano un po’ fuori di testa. Da noi si chiama confidenzialmente cibo ma la sua dicitura estesa rende onore alla sua nobile provenienza, «cibo del Paradiso». L’Eden era ubicato in agro di Bisceglie e gli abitanti non lo sapevano, continuavano a faticare e gettare il sangue per vivere, con umiltà contadina. L’albero a cui tendevi…

Se il cibo del Paradiso è il ticket per l’Eden, il fico fiorone è il frutto del peccato che ti fa cacciare dal giardino celeste; frutto della perdizione, molle e lascivo, delizioso. Adamo ed Eva in versione pugliese furono cacciati dal Paradiso perché furono sorpresi a mangiare fioroni dall’albero del Padreterno. La mela del peccato riguarda il Trentino, l’Europa del Nord, il resto del mondo. Il pomo della discordia sarà siculo o romagnolo, come il loto. Qui il frutto proibito e squisito è il fico fiorone. Per la sua voluttuosa morbidezza che invade la bocca e imbratta i paraggi, per la sua peccaminosa dolcezza, per l’allusiva goccia di latte che l’accompagna.

Il suo frutto è una bianca colonia di spermatozoi su una moquette di rosee papille eccitate. Non a caso, per gli antichi il fiorone era dedicato al dio Priapo, simbolo di potenza sessuale e di fertilità. Il frutto che in molti dialetti locali viene declinato al femminile, indica la matrice erotica della vita, l’organo femminile, quello che con sublime poesia viene definita da noi come Natura, intesa come Madre natura, sede della natività. Il fiorone è l’annuncio dell’estate; il suo parente più noto, ristretto e concentrato, il fico, arriva invece quando volge alla fine. L’estate è una parentesi compresa tra due fichi. «Quannu rria la fica lu melone s’impica», proverbio salentino. Il fico è l’albero mediterraneo per eccellenza, unisce i paesi a rischio di cacciata dall’Unione europea, frutti estremi della civiltà greca, romana e cristiana. Perfino Giuda s’impiccò a un albero di fico, soprannominato albero traditore. Nell’Atene classica i sicofanti erano in origine coloro che denunciavano il contrabbando illegale di fichi (talvolta sacri). Col tempo, il termine si è esteso a chi veniva pagato per intentare cause o sostenere accuse false. Le foglie di fico furono le prime mutandine dell’umanità e di Eva, una specie di buoncostume della natura per coprire le pudenda. A me invece, da bambino, le foglie di fico sembravano le orecchie a sventola della campagna d’estate.

L’albero di fico era un formidabile misuratore delle sorti femminili. Secondo un proverbio locale «La ielte cogghie u’ fiche, la vasce cogghie u’ marite», ossia le donne alte riescono a cogliere i fichi, le donne basse colgono i mariti. Il proverbio allude alla compensazione della natura – a una dà frutta e statura ma la lascia “vacantina”, cioè nubile; all’altra dà un marito e dunque una “sorte” – e alla maggiore abilità e determinazione delle donne di bassa statura a conquistare un marito. Ho conosciuto nella mia infanzia mangiatori seriali di fioroni, c’era un loro promotore che accompagnava il suo goloso spot con un grido invitante e onomatopeico: «Chilumme, chilumme aooop» e ingoiava in un solo boccone la delizia (nome d’arte del fiorone era “colombo” o chilumm).

Il fiorone è il riassunto genetico della locale dolce vita, nel senso proprio del glucosio, ed è forse la scatola nera in cui è registrata la vita in Terronia. Il fiorone, come il cibo, è difficile da asportare perché delicato, perciò irrimediabilmente legato al territorio, a chilometro zero, non riproducibile dai soliti cinesi, non delocalizzabile come le industrie manifatturiere, sedentario. Per questo è maledettamente meridionale, e se va fuori dal Sud patisce lo sradicamento fino a deperire. Il fiorone e il cibo del Paradiso sono la dimostrazione che non tutto è globale, non tutto viaggia e può essere spostato e riprodotto. Sono frutti parmenidei, nella loro sferica rotondità, cibi dell’essere che non sopportano il movimento e il divenire. Fugaci ma eterni.

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