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Giuntoli, lo smemorato che si dimentica dei meriti di Agnelli e Allegri

Giuntoli, lo smemorato che si dimentica dei meriti di Agnelli e Allegri

L’ex direttore sportivo della Juventus, Cristiano Giuntoli, torna sulla sua avventura bianconera rivendicando successi economici e di mercato merito, nella migliore delle ipotesi, di Allegri ed Agnelli

Sulla carta d’identità c’è scritto Giuntoli Cristiano nato a Firenze il 12 febbraio 1972. Da oggi, però, si potrebbe serenamente aggiungere anche “noto come lo Smemorato di Collegno”. O, quanto meno, privo dell’eleganza di ricordare i meriti degli altri (molti) da unire ai suoi (pochi). Difficile definirlo diversamente dopo aver letto le confidenze riservate al direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni (complimenti per lo scoop): non un’intervista, ma alcuni appunti sparsi qua e là per provare a ripulirsi l’immagine di dirigente licenziato da Elkann dopo due anni vissuti pericolosamente.

“Non cerco polemiche, non ho avuto il tempo di lavorare” è il cuore dello sfogo di Giuntoli, condito da una serie di recriminazioni quasi tutte difettate, nel senso che poco rispettose di cosa sia accaduto realmente nel suo periodo juventino. Non torna nulla o quasi, a partire da quel “soltanto un anno” (di lavoro) che cancella con un colpo di spugna quanto accaduto prima, nell’ultima stagione allegriana su cui il popolo juventino si è dilaniato l’anima e che resta nella storia prima per il mercato discutibile di gennaio a supporto di una squadra in corsa con l’Inter (i famosi Alcaraz e Djalo) e poi per lo sclero di Allegri nella notte della Coppa Italia conquistata a sua insaputa. Nel senso che, evidentemente, Giuntoli riteneva di non essere compreso nel progetto tecnico di quell’annata e di star facendo una sorta di stage retribuito alla Continassa.

E’ un peccato, però, perché proprio all’ultima stagione di Allegri deve molti dei risultati che rivendica nelle confessioni pubblicate in attesa di un’intervista vera a propria, con tanto di contraddittorio. Ad esempio, Giuntoli dice di aver “riordinato i conti: sono arrivato che perdevano 300 milioni, ora sono a meno 58”. Detto che il riferimento ai 300 milioni risale, a spanne nemmeno piccole, al -239 del 23/24 (quello dello stage) e che il punto di partenza corretto è -199,2 al 30 giugno 2024, basta dare un’occhiata al bilancio della Juventus per capire che i meriti della ripulitura andrebbero come minimo divisi con l’odiato Allegri.

Quasi tutto il miglioramento nasce, infatti, dai 102 milioni lasciati in eredità dal ritorno al tavolo della ricca Champions League (75,3) e dalla qualificazione al Mondiale per Club (27) frutto del lavoro di Max, che nell’Europa che conta c’era arrivato anche nella disgraziata annata delle penalizzazioni. Il resto sono pochi tagli al monte ingaggi e premi (da 202,9 a 190,6 milioni di euro) e, soprattutto, l’esplosione delle plusvalenze quadruplicate da 22 a 89 milioni. Il tutto utile per coprire anche il raddoppio delle spese per commissioni varie (da 22 a 43) e un mercato onerosissimo e che in campo ha prodotto una qualificazione alla Champions League strappata su rigore a dieci minuti dalla fine sul campo del Venezia.

Con uno sforzo minimo di memoria, senza esagerare, Giuntoli avrebbe dovuto rivolgere un pensiero anche ad Andrea Agnelli e alla sua visione di investire per primo sulla Next Gen, bacino ampiamente saccheggiato per rinforzare i conti alla voce plusvalenze: Huijsen (13,8 di plusvalenza), Soulé (22,3), Fagioli (13,2), Iling-Junior (12,3) e Barrenechea (5,7). Nulla.

Soldi serviti per rifare da zero una squadra che, ridotta all’osso dal “mercato zero” di due sessioni aveva chiuso terza e con la Coppa Italia in mano, costruendone una da quarto posto, un punto in meno (71 contro 70) e zero tituli. Quella di Allegri, però, giocava male secondo la vulgata popolare. Sarà, ma segnava lo stesso numero di gol (1,58 a partita) subendone meno (0,79 contro 1,01).

Sull’ultima argomentazione ad autodifesa (“I miei giocatori sono tutti titolari”) si potrebbe aprire un altro capitolo. In linea di massima vale per Di Gregorio, Kalulu, il rinato Kelly, Thuram e Conceiçao tra quelli rimasti a Torino e per Nico Gonzalez prima dell’infortunio all’Atletico Madrid. Sul resto meglio stendere un velo pietoso, ricordando gli oltre cento milioni investiti su Koopmeiners, panchinato in sequenza da Thiago Motta, Tudor e Spalletti e Douglas Luiz, poco più di 500 minuti al Nottingham Forest: i due botti che hanno segnato in negativo l’esperienza juventina di Giuntoli insieme alla chiamata di Thiago Motta. Scelti da lui, pagati da Elkann, sopportati dai tifosi bianconeri.

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