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Sanità integrativa, per raddoppiare il diritto alle terapie

Sanità integrativa, per raddoppiare il diritto alle terapie

L’emergenza Covid ha messo a nudo il fatto che gli italiani dipendono troppo dal sistema pubblico per l’assistenza. E che le polizze sono ancora poco diffuse.


La pandemia di Covid-19, con gli ospedali sotto pressione, la mancanza di personale, le carenze nell’assistenza territoriale e le difficoltà dei medici di base a seguire i pazienti, ha messo a nudo uno dei limiti degli italiani: non sono abbastanza assicurati per la tutela della salute e quindi dipendono troppo dal sistema pubblico.

Un problema che si trascina da anni e pesa maggiormente sulle tasche dei cittadini più fragili: in media un italiano sborsa 691 euro l’anno in spese mediche effettuate al di fuori dal Servizio sanitario nazionale (visite specialistiche, diagnostiche, dentistiche, interventi chirurgici programmati). E, mentre un lavoratore dipendente su due copre quasi il 40 per cento di questa spesa grazie a polizze integrative (il cosiddetto secondo pilastro) se si svolge un’attività imprenditoriale, un lavoro autonomo o atipico, sono molto pochi gli italiani che dispongono di una polizza sanitaria integrativa. Ma sono proprio questi i casi in cui i bisogni di cura e di protezione aumentano. Gli italiani ultrasessantenni spendono per curarsi ogni anno 1.436 euro, di cui ben 1.338 di tasca propria. E per far fronte a queste spese devono affrontare delle rinunce e intaccare il proprio patrimonio: nel caso dei malati cronici, inoltre, il 43,7 per cento ha dovuto ricorrere ai risparmi per sostenere le cure mediche.

Questi dati emergono dal IX Rapporto sulla Sanità pubblica, privata e intermediata, realizzato dalla Fondazione Censis per conto di Intesa Sanpaolo Rbm Salute e presentato il 4 dicembre 2020. Secondo lo studio «si dovrebbe puntare a una sanità integrativa più accessibile per i cittadini mettendo a disposizione di tutti l’esperienza di successo maturata nel settore del lavoro dipendente. Il modello di riferimento potrebbe essere quello introdotto nel 2001 per la previdenza complementare, con benefici fiscali estesi anche agli autonomi, ai liberi professionisti e a chi ha lavori flessibili, categorie che hanno subito più di altre l’emergenza Covid».

«La parola chiave di quest’anno è “sindemia”, cioè una situazione in cui a una notevole presenza di malattie croniche, che colpiscono oltre il 30 per cento delle persone, si è aggiunta la pandemia, che ha messo sotto stress l’organismo dei più fragili e lo stesso sistema sanitario» spiega Marco Vecchietti, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Rbm Salute, la prima compagnia nel settore dell’assicurazione sanitaria in Italia con 4,2 milioni di assicurati. «Una tempesta perfetta che ha inizialmente colpito in modo più violento l’Italia proprio per la maggior diffusione di condizioni di fragilità della nostra popolazione». Durante la pandemia quasi il 33 per cento degli italiani ha dovuto rinviare prestazioni sanitarie. Nell’ultimo anno i ricoveri si sono ridotti del 40 per cento e non sono stati effettuati 13,3 milioni di accertamenti diagnostici e 9,6 milioni di visite specialistiche. Rinunce che, paradossalmente, hanno penalizzato maggiormente i più fragili: durante il primo lockdown circa un terzo di queste prestazioni sono state rinviate da malati cronici, i più esposti ai rischi del contagio.

In altre parole, «quando il sistema sanitario pubblico si è trovato in prima linea ad affrontare la pandemia non ha potuto occuparsi adeguatamente delle retrovie, dove però vi è una forte componente di malati cronici e multi-cronici, per i quali interrompere o differire le cure equivale a innalzare il rischio» sostiene Vecchietti. E, non appena l’emergenza sarà normalizzata, questa massa di cittadini tornerà a premere sul sistema sanitario.

Qual è dunque la lezione della pandemia? «Occorre arrivare a un sistema in cui sanità pubblica e integrativa collaborino strettamente e in cui la copertura assicurativa non sia disponibile per pochi ma sia più accessibile, mutuando il modello della previdenza complementare». Si legge nello studio: «L’istituzione di un secondo pilastro sanitario complementare al quale affidare la gestione delle cure non erogate e non erogabili all’interno del Servizio sanitario… appare una prospettiva indispensabile per garantire la sostenibilità economica e sociale del sistema sanitario del nostro Paese». In sostanza, «raddoppiare il diritto alla salute con una sanità integrativa diffusa, equa e sostenibile».

Oggi il livello medio della copertura della spesa sanitaria al di fuori del sistema pubblico è inferiore di almeno un terzo rispetto agli altri Paesi. Come aumentare questa copertura? Vecchietti suggerisce un incentivo di natura fiscale. «Per ora solo la sanità integrativa nel mondo del lavoro dipendente gode di un incentivo fiscale che ne promuove la diffusione. E dalla ricerca emerge che il 90 per cento degli italiani vuole disporre di maggiore protezione sanitaria, ma solo un terzo è pronto a sottoscrivere una polizza e poco meno del 20 per cento ne ha una. Introdurre un incentivo fiscale sarebbe fondamentale per spingere i cittadini ad assicurarsi, insieme con una maggiore diffusione di informazioni sull’importanza della sanità integrativa anche al di fuori del lavoro dipendente».

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