Mentre Joe Biden insiste con le sanzioni contro Mosca, negli Stati Uniti si custodiscono beni degli oligarchi russi per miliardi di dollari. Un sistema reso quasi infallibile grazie a complicità di consulenti e facilitatori. E che si allarga a molti regimi.
«Pecunia non olet». I soldi non hanno (cattivo) odore. Lo sanno bene a Washington DC, sede delle contraddizioni e delle ipocrisie dell’Occidente in materia di finanza. Sono 206 i trust attivi con sede negli Stati Uniti che detengono asset degli oligarchi per un valore stimato in oltre un miliardo di dollari (inclusi 30 trust che gestiscono beni legati a persone o società accusate di frode, corruzione o violazioni dei diritti umani). Che significa? Che per punire i miliardari che finanziano l’invasione dell’Ucraina, gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno sì impossessando di yacht, conti bancari offshore, attici in Park Avenue, ville nei luoghi più belli d’Europa e beni aziendali che i magnati e i politici russi hanno nascosto all’estero.
Ma al tempo stesso, è proprio con la complicità dei trust americani che gli oligarchi hanno potuto accumulare tali immense ricchezze. Il tutto grazie alle possibilità che i fondi Usa offrono loro per diversificare gli investimenti, nascondere in scatole cinesi le proprie risorse, e intestare a prestanome fantomatiche società con sedi rigorosamente fittizie. Un esercito di facilitatori finanziari, avvocati e consulenti americani agevola e amministra i beni dei regimi in tutto il mondo – Russia, Cina, Angola, Myanmar e altrove – occultando i proventi della corruzione nei recessi dei sistemi legali e finanziari statunitensi. Costoro hanno successo perché la legge li esenta dalle regole stringenti che impediscono invece alle banche americane di far affari con i criminali. Vero è che di recente il Congresso ha chiuso alcune scappatoie, rendendo più difficile per esempio l’acquisto di immobili di lusso con denaro riciclato, ma i facilitatori sono creativi. Le nuove versioni dei trust aziendali operano come buchi neri e, al loro interno, l’utilizzo delle criptovalute è riuscito ad aprire dei varchi non ancora normati.
E allora le sanzioni? Come noto, di questo strumento gli Stati Uniti hanno fatto ormai una vera arma geopolitica, usandola come clava contro i propri avversari politici. L’elenco di coloro che sono sottoposti a sanzioni annovera istituzioni, aziende e persone fisiche. Ma chi si occupa di stilare la lunga lista di proscrizione?
L’Office of Foreign Assets Control (Ofac), del Dipartimento del Tesoro: è l’autorità competente in materia, che applica e amministra le sanzioni economiche commerciali volte a tutelare la sicurezza nazionale verso Stati considerati terroristi, trafficanti di droga e/o soggetti coinvolti nel commercio di armi di distruzione di massa. Ma le sanzioni, in ultima istanza, derivano dalle decisioni di politica estera dell’Amministrazione in carica.
Dunque, è facile immaginare che le lobby lavorino per continuare a procacciarsi le provvigioni che oligarchi e dittatori garantiscono loro a ogni operazionie di successo. Si stima che, grazie alle trame dei consulenti americani, lo stesso Vladimir Putin abbia accumulato una fortuna pari a circa 200 miliardi di dollari, rendendolo (sia pur ufficiosamente) il secondo uomo più ricco del mondo, dopo Elon Musk. Il celebre Scheherazade per esempio – un mega yacht di oltre 140 metri e del valore di 700 milioni di dollari sequestrato dalla Guardia di finanza nel porto di Marina di Carrara lo scorso 6 maggio – sarebbe appunto di proprietà del presidente russo. Ufficialmente è intestato a una società delle Isole Cayman, con beneficiario un oligarca di medio livello «collegato al governo russo»: l’ex presidente di Rosneft Eduard Khudaynatov, il cui nome però non compare nella lista Ue degli oligarchi sottoposti a sanzioni.
Il sistema di occultamento del proprietario dello yacht è identico a quello che ha portato l’Fbi a sequestrare un mese prima alle Isole Fiji l’Amadea, ennesimo yacht – stavolta del valore di 300 milioni di dollari – del politico russo Suleiman Kerimov, colpito invece da sanzioni. I federali hanno voluto vederci chiaro anche sulla società Trident Trust Co., che sette anni fa a Sioux Falls (South Dakota) aprì una sede di fronte a un hotel della catena Holiday Inn, in un edificio in mattoni rossi dove il cartello di benvenuto recitava «The Heart of America». A indicare forse la propensione al denaro statunitense quale preponderante orizzonte motivazionale.
La Trident Trust Co. prometteva ai clienti di proteggere la loro fortuna in totale privacy (o meglio, anonimato) facendo affidamento sulle leggi di uno Stato che era diventato una destinazione globale dei multimiliardari asiatici ed europei, e così anche di molti russi. La società aveva abilmente chiamato questo sistema «il vantaggio del South Dakota». In questo modo, le attività dei trust della regione nordamericana sono più che quadruplicate nell’ultimo decennio, arrivando a gestire più di 360 miliardi di dollari. Al punto che una delle principali società fiduciarie dello stato, la South Dakota Trust Company, vanta un elenco di clienti internazionali provenienti da 54 Paesi. «La mia preoccupazione è che diventiamo come la Svizzera o Panama», ha commentato l’ex senatore democratico del South Dakota, Craig Kennedy. «Non so chi siano i beneficiari, che tipo di beni vengono gestiti. Le persone usano le leggi bancarie e fiduciarie per scopi inappropriati».
Questo prova la facilità di simili società americane nell’«assistere» soggetti assai poco trasparenti, aprendo loro paracaduti non tassabili in modo che possano facilmente sottrarsi alle autorità di vigilanza e alle sanzioni. L’America ne è piena. Altri Stati in competizione per attirare la ricchezza ottenuta in modi «creativi» sono: Alaska, Delaware, Nevada e New Hampshire. Autentici paradisi fiscali per chi desidera occultare i propri utili alle rispettive autorità di controllo. La rapida espansione del settore è stata guidata da un gruppo di addetti ai lavori di società fiduciarie, che anno dopo anno hanno presentato proposte legislative molto attraenti per i clienti negli Stati Uniti e all’estero: proteggere i trust dai creditori, dalle autorità fiscali, dai governi stranieri. Con poca opposizione, i legislatori statali hanno poi vidimato decine di proposte in leggi sin dalla fine degli anni Novanta.
Ha sentenziato in proposito Josh Rudolph, membro dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale nelle amministrazioni Obama e Trump: «Fortifichiamo teppisti e ladri, non riusciamo a sostenere i nostri valori e alimentiamo il risentimento popolare contro l’America». Non è bastato a fermare il malcostume nazionale il fatto che il Congresso stia ora prendendo in considerazione un disegno di legge chiamato Enablers Act, che consente al Tesoro di richiedere ad avvocati, contabili, fornitori di servizi di formazione aziendale e altri, di sottoporsi a controlli antiriciclaggio in determinate situazioni (per esempio, quando viene loro chiesto loro di gestire o consigliare su beni o su come formare nuovi trust o società). I requisiti sono simili a quelli che le banche statunitensi sono obbligate a seguire ai sensi della legge. Ma l’estendere alcuni di questi requisiti agli abilitatori non sembra ancora averli fermati.
Il «sistema americano» è ben noto anche in Europa, continente sul quale vengono spesso ribaltate le sanzioni comminate dall’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro. Clamoroso, in tal senso, il caso dell’architetto italo-russo Lanfranco Cirillo, al quale la Guardia di finanza di Brescia ha sequestrato beni per un totale di 141 milioni di euro (compreso l’ormai immancabile yacht). Le indagini erano scattate in seguito alla scoperta di un elicottero immatricolato in Russia per cui non erano stati assolti gli adempimenti doganali. Cosa che ha portato alla luce evidenti discrepanze tra gli imponibili dichiarati e un elevatissimo tenore di vita.
Cirillo è stato iscritto nel registro degli indagati per contrabbando, dichiarazione infedele, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. Si è così scoperto che «l’architetto dello Zar», aveva già lavorato per almeno 44 oligarchi, tra cui lo stesso presidente russo, per il quale avrebbe progettato la gigantesca proprietà sul Mar Nero, a Gelendzhik, soprannominata «Palazzo di Putin».
