Il Consiglio dei ministri ha scelto la data: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Una consultazione che arriva dopo mesi di scontro politico, tensioni con la magistratura e discussioni interne ai partiti, e che coinciderà con le elezioni suppletive per due seggi della Camera rimasti vacanti dopo le dimissioni del governatore veneto Alberto Stefani e dell’assessore Massimo Bitonci.
A confermare il calendario è stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, lasciando Palazzo Chigi dopo la riunione dell’esecutivo: un passaggio formale che apre ufficialmente la fase della campagna referendaria.
La linea del governo e lo scontro politico
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva ribadito, nell’ultima intervista al Corriere, che l’obiettivo dell’esecutivo non era accelerare a tutti i costi, ma informare gli elettori per portarli alle urne in modo consapevole. Secondo Nordio, la riforma è indispensabile per “restituire alla politica il suo primato costituzionale”, anche alla luce di alcuni episodi del passato, citando la caduta del governo Prodi in seguito alle indagini — poi rivelatesi infondate — sull’allora ministro Mastella.
Una lettura che ha immediatamente trovato la replica dell’opposizione. La segretaria del Pd Elly Schlein, presentando il comitato dei cittadini per il No, ha rivendicato una posizione netta: “Non vogliamo una riforma che permetta di controllare la magistratura. Vogliamo essere controllati, perché così funziona la democrazia”.
Lo scontro è aperto e travalica i confini della politica: riguarda il rapporto fra poteri dello Stato, la natura stessa della funzione giudiziaria e l’idea di garanzie costituzionali.
Le posizioni delle toghe e dei comitati
La magistratura è divisa, e il dibattito interno alle toghe ha assunto toni accesi. Il governo accusa alcune procure di interferenze indebite su ambiti che spaziano dalle opere pubbliche all’immigrazione; dall’altra parte, molti magistrati sostengono che la riforma rischi di trasformarsi in uno strumento di pressione politica, con la possibilità che un esecutivo influenzi le priorità investigative.
Per il fronte del Sì, Francesco Petrelli, presidente del comitato delle Camere penali, assicura che ci sarà il tempo per “spiegare nel merito la riforma e smontare le falsità del No”.
Dal fronte opposto, Anna Rossomando (Pd) parla di “forzatura” nella scelta delle date, sostenendo che si sarebbe potuto attendere la chiusura della raccolta firme in corso.
Il clima, insomma, è quello di un referendum che non solo modificherà la Costituzione, ma segnerà una linea di confine politica e culturale nella concezione del potere giudiziario.
I contenuti della riforma: cosa cambia
La riforma della giustizia, approvata in ottobre in quarta lettura da Camera e Senato, interviene su tre assi fondamentali: separazione delle carriere, nuova struttura del Csm e istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Ecco i punti principali, così come illustrati nel testo di Adriana Logroscino.
1. Separazione netta tra giudici e pm
Si modifica l’articolo 104 della Costituzione introducendo una distinzione formale fra magistratura giudicante e requirente.
Una sola magistratura, quindi, ma due carriere completamente separate, senza possibilità di passaggi successivi. L’aspirante magistrato dovrà scegliere fin dall’inizio se diventare giudice o pubblico ministero.
Questo supera la soluzione “intermedia” della riforma Cartabia del 2022, che consentiva un solo passaggio di carriera entro i primi dieci anni. Ora la distinzione è totale.
2. Il Csm si sdoppia e i membri vengono sorteggiati
Con la separazione delle carriere si sdoppia anche il Consiglio superiore della magistratura: ne nasceranno due, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
La novità più controversa riguarda il metodo di selezione dei componenti: non saranno più eletti, ma estratti a sorte da elenchi di giuristi e magistrati con requisiti stabiliti dalla legge.
I due nuovi Csm manterranno poteri su assunzioni, assegnazioni e valutazioni professionali, ma perderanno la competenza sulle sanzioni disciplinari.
3. Una nuova Alta Corte per i procedimenti disciplinari
Viene istituita una Alta Corte disciplinare composta da 15 membri, con una maggioranza togata ma con presidenza laica.
Sarà questo organo, e non più il Csm, a giudicare i magistrati nei procedimenti disciplinari.
Una legge ordinaria definirà in seguito il funzionamento, gli illeciti e le sanzioni.
Ricorsi possibili e tempi tecnici
Il tema dei ricorsi è stato affrontato dal ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che ha ricordato come in Italia “la possibilità di ricorso non manchi mai”, ma il punto vero sia “vederselo accogliere”.
La riforma prevede inoltre un intervento sul sistema delle impugnazioni: il ricorso potrà essere presentato solo davanti alla stessa Corte del primo grado, che giudicherà in forma diversa rispetto alla composizione dell’udienza precedente.
Un referendum che peserà sul futuro istituzionale
Il voto del 22 e 23 marzo non riguarda solo l’architettura della giustizia, ma anche il rapporto fra politica e magistratura, la struttura delle garanzie costituzionali, la percezione dei cittadini sul funzionamento dei poteri dello Stato.
È un referendum destinato a segnare una fase politica cruciale, in un equilibrio istituzionale che da decenni suscita tensioni e riforme solo parzialmente attuate.
La campagna è appena iniziata, e il clima lascia intuire che non sarà una consultazione formale: sarà un passaggio di quelli che, per l’Italia, definiscono una stagione.
