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5 Stelle senza limite di spesa

5 Stelle senza limite di spesa

Qualche onorevole grillino (sono sempre meno, in effetti) ottempera alla celebre restituzione mensile di stipendio da 2 mila euro. Ma è nulla di fronte alle cifre sborsate in attività parlamentari, eventi non meglio specificati, consulenze, «contributi tecnologici». Tutti soldi messi in conto a Montecitorio. Da loro, i nemici dichiarati della casta.


Nei corridoi di Camera e Senato, lontano da occhi indiscreti, sono loro per primi ad ammetterlo. «Se non si investe in comunicazione ed eventi è impossibile fare attività parlamentare» spiega un senatore del Movimento 5 stelle. L’opinione è piuttosto diffusa, sebbene nessuno lo ammetterà mai. Tutto è legato all’ormai nota usanza di restituire parte dello stipendio parlamentare. Eppure, come rivela un’attenta analisi dal sito ufficiale pentastellato che monitora chi restituisce (sempre meno) e quanto restituisce (sempre meno), si evince un dato: se da una parte i parlamentari cinque stelle si tagliano parte dello stipendio, dall’altra non badano a spese per svolgere l’attività parlamentare.

La vicepresidente del Senato e volto storico del Movimento, Paola Taverna, nel 2019 (non risultano restituzioni lungo tutto il 2020) ha reso 2 mila euro ogni mese, ma tra consulenze, comunicazione, attività ed eventi vari ha speso la bellezza di oltre 70 mila euro. In media, quasi 6 mila euro mensili. Non proprio un dettaglio: parliamo, infatti, di fondi che, per quanto dovuti per l’attività da parlamentare, se non venissero richiesti resterebbero nelle casse di Camera o Senato. E qui l’inghippo: cui prodest tagliarsi lo stipendio se poi si attinge, senza troppa parsimonia, dai fondi pubblici del Parlamento?

Ovviamente la Taverna è in ottima compagnia. A Montecitorio, per dire, il deputato al primo mandato Francesco Forciniti ha restituito finora 67.476 euro. Ottimo, certo. Fatto sta che, dai conti di Panorama, ha speso per la sua attività parlamentare oltre 85 mila euro. Con un dettaglio di non poco conto: solo da inizio anno e fino a maggio (ultimo mese rendicontato) il parlamentare ha utilizzato 5.600 euro per «acquisto pc, tablet, telefoni e accessori». Mica male.

Non è da meno la collega campana Carmen Di Lauro: a fronte dei 49 mila euro e rotti restituiti dall’insediamento alla Camera, sono 80 mila gli euro andati via tra eventi, consulenze e via discorrendo nel corso della legislatura. E se qualcuno tra Montecitorio preferisce – legittimamente – investire nella comunicazione o nei corsi di formazione, c’è chi deve far fronte a spese legali. Interessante in tal senso il caso di Stefano Vignaroli: da gennaio ad aprile 2020 ha dato fondo a 9.597 euro proprio per spese legali.

Chi invece sta puntando sugli eventi sul territorio è Stanislao Di Piazza, senatore e sottosegretario. Nell’ultimo mese rendicontato (gennaio 2020) risulta aver speso una quantità di denaro mai raggiunta dagli altri eletti del Movimento: 22.209 euro. La voce preponderante è proprio quella relativa ad «attività ed eventi»: 15.907 euro quasi interamente dovuti alla sua partecipazione tra vitto, alloggio e trasferimenti.

A dare il «buon esempio», d’altronde, è direttamente il capo politico Vito Crimi. Nonostante rivesta il ruolo di viceministro dell’Interno, «scarica» sulle casse del Senato cifre non certo secondarie: 7.847 a gennaio, 5.262 a febbraio, 5.327 a marzo, 5.616 ad aprile (ultimo mese rendicontato). Di contro, a essere restituiti sono sempre i canonici 2 mila euro mensili, che impallidiscono dinanzi alle spese parlamentari cui si aggiunge un’altra voce fissa e indelebile nelle rendicontazioni pentastellate: i 300 euro mensili versati quale «contributo piattaforme tecnologiche». Ergo: il foraggiamento per la sopravvivenza della piattaforma Rousseau, la creatura di Davide Casaleggio.

Il calcolo è tanto agevole quanto interessante: considerando i 300 euro cadauno e gli attuali 296 eletti Cinque stelle in Parlamento, la piattaforma riceve 88.800 euro al mese. In un anno parliamo di un milione 65 mila euro. In una legislatura 5 milioni 328 mila euro, salvo defezioni. Nessuna sorpresa, quindi, che ci sia anche la categoria dei ministri e degli uomini di governo cinque stelle che spendono migliaia di euro, molto più di quanto restituiscono, per iniziative politiche. Messo sul conto del Parlamento, si intende. Il motivo? «Bisogna tenere distinti i piani del parlamentare e quello del ministro. I rimborsi vengono chiesti per l’attività da deputato o senatore, compreso l’impegno sul territorio che nulla c’entra con la presenza nel governo» spiegano dallo staff del Movimento.

Tutto legittimo, certo. Ma resta il fatto che i grillini di governo, anti-casta di un tempo, con una mano restituiscono i soldi dell’indennità parlamentare e dall’altra prendono rimborsi di vario tipo per l’esercizio del mandato. Anche se sono ministri. La titolare dell’Istruzione Lucia Azzolina, solo a marzo ha chiesto un rimborso pari a 8.150 euro. Al di là dei 2 mila euro destinati ai collaboratori, sul conto della Camera ha caricato quasi 3.700 euro per eventi e attività, altri 1.248 per la gestione dell’ufficio (oltre 1.100 solo per l’acquisto di strumentazioni tecnologiche) cui si sono sommati ulteriori 624 euro per consulenze social e quasi 500 finiti nelle voce «altre spese».

Ad aprile Azzolina ha invece chiesto rimborsi per oltre 5 mila euro. A maggio la cifra è lievitata di nuovo oltre i 7 mila, di cui oltre 3 mila per i soliti eventi. Non è da meno il collega di governo Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia e capodelegazione nel Consiglio dei ministri per il M5s: a gennaio ha ottenuto rimborsi per oltre 7.500 euro. Oltre ai 1.500 per i collaboratori, ci sono 2 mila euro per consulenze (legale e commercialista), più 3.500 euro spalmati tra eventi e gestione dell’ufficio parlamentare. Bonafede ha comunque successivamente abbassato, fino ad azzerarle, le richieste di rimborsi a Montecitorio.

Il ministro degli Esteri Di Maio ha invece speso, nel mese di febbraio, poco meno di 6.500 euro, di cui oltre 1.500 in vitto e alloggio per eventi, e quasi 1.600 per consulenze nel campo della formazione. Per il resto l’ex capo politico non ha fatto molto ricorso ai rimborsi della Camera per il finanziamento di attività politiche. Ma altri pasdaran anti-casta non rinunciano al rimborso. Anzi. L’ortodosso grillino Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, ha una notevole passione per la tecnologia: da gennaio a marzo ha speso, ovviamente tutto rimborsato da Montecitorio, più di 18 mila euro (per una media di 6 mila al mese) tra pc, tablet, telefono e accessori. Ad aprile non figurano acquisti tecnologici, ma ci sono 2.852 euro di spese di rappresentanza, più 1.021 per consulenze legali e ulteriori 1.050 per eventi.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, alfiere della riforma taglia-parlamentari, si è visto restituire dagli uffici di Montecitorio oltre 7 mila a gennaio: di questi 3.082 solo per consulenze. Altri 4.100 sono finiti nel conto di organizzazione eventi e simili. Dopo qualche mese di maggiore parsimonia, ad aprile il fedelissimo di Di Maio ha speso altri 4.600 euro per l’esercizio del mandato, di cui 1.268 per consulenze legali.

Al di là della squadra di governo, infine, c’è un’altra figura istituzionale di spicco: il presidente della Camera, Roberto Fico ogni bimestre chiede il rimborso leggermente inferiore a 8 mila euro per consulenze social e di comunicazione. L’immagine, del resto, è tutto, come ha insegnato un uomo di spettacolo, il Fondatore Beppe Grillo. n

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