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Per vincere nel cyber non è obbligatorio parlare

Per vincere nel cyber non è obbligatorio parlare

La Rubrica – Cyber Security Week

La conversazione con il mio amico Lorenzo è partita come iniziano molte buone conversazioni: da una coincidenza. Olimpiadi, missioni spaziali, grandi eventi globali che catalizzano l’attenzione collettiva, che significa date cerchiate in rosso sul calendario del mondo. Puntualmente, attorno a quelle date, si allunga l’ombra lunga di un possibile attacco informatico. La domanda sembra ovvia: perché proprio lì? La risposta, invece, lo è meno.

Siamo abituati a pensare all’attacco come a un gesto aggressivo, rumoroso, quasi teatrale. Un’esplosione digitale che interrompe servizi, umilia organizzatori, produce titoli, ma nel dominio cyber l’attacco raramente è una cannonata, piuttosto è più simile a un coltello pieghevole: piccolo, discreto, soprattutto richiudibile. Ed è qui che sta il punto. Un grande evento è una superficie enorme, esposta, complessa con migliaia di sistemi, fornitori, interfacce, persone. Un organismo vivo che non può permettersi di fermarsi, ma il vero vantaggio per l’aggressore non è tanto la visibilità del bersaglio quanto la struttura del rischio. Se l’attacco fallisce, non succede nulla: nessuna prova di incapacità, nessuna firma; un po’ come bussare a una porta di notte e andarsene se nessuno risponde. Se invece funziona, le opzioni si moltiplicano. Ed è qui che il cyber diventa interessante, perché a differenza di molte altre forme di conflitto, non obbliga a decidere prima cosa fare di quanto accade. La decisione può essere rimandata: si può tacere e osservare; si può rivendicare e capitalizzare oppure si può restare nell’ombra e lasciare che il fallimento apparente di chi doveva proteggere tutto faccia il suo lavoro corrosivo, lentamente, come l’umidità nei muri.

Questa flessibilità è il vero moltiplicatore di potenza: non l’impatto tecnico, ma l’ambiguità strategica. Un attacco cyber è una lettera che puoi decidere di spedire, strappare o lasciare nel cassetto dopo averla scritta; nel frattempo, il solo fatto che esista cambia l’equilibrio. Chi difende non sa se il peggio è passato o deve ancora arrivare; chi osserva dubita; chi subisce si logora.

I grandi eventi, allora, non sono bersagli perché simbolici, ma perché asimmetrici. Costretti a funzionare comunque, sotto gli occhi di tutti, con margini di errore prossimi allo zero. L’aggressore, al contrario, gioca con margini enormi e costi bassi. È una partita in cui uno dei due deve esporsi sempre, l’altro solo se lo desidera. Alla fine, la coincidenza delle date conta meno di quanto sembri (peraltro il lancio di Artemis è stato rinviato), quello che pesa è la natura del mezzo. Nel cyber spazio, il vero potere non è colpire, ma poter decidere quando e se dire di aver colpito. Il silenzio, a volte, è l’attacco più riuscito: anonimo e preoccupante

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