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Suicidio assistito: lo Stato aiuti chi sceglie di vivere

Suicidio assistito: lo Stato aiuti chi sceglie di vivere
by Gemini

Dalla legge veneta al dramma di Pietralata: la sanità garantisce il fine vita, ma dimentica il sostegno quotidiano a migliaia di disabili e famiglie.

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la cosiddetta legge sul suicidio assistito. «È una questione di dignità», ha commentato l’ex governatore Luca Zaia, che da tempo si batteva per farla passare. Confesso di non capire dove stia la dignità nella pretesa che lo Stato, oltre a tutelare la vita, come prevede la legge 194, debba tutelare anche la morte. Immagino che ci siano persone le quali, in conseguenza delle loro condizioni, intendano porre fine alle proprie sofferenze, ma non comprendo perché debba essere il Servizio sanitario pubblico, nato per garantire a tutti il diritto alla salute, come da articolo 32 della Costituzione, a somministrare quella che chiamano un po’ ipocritamente “la dolce morte”. Infermieri e dottori, insieme alle pillole che curano, dovranno dispensare anche quelle che uccidono? E dove sta la questione di dignità? Nell’aiutare qualcuno a morire?

Ovviamente, il tema necessita di un dibattito più ampio e approfondito di quello che si può svolgere in un editoriale. Tuttavia, visto che lo stesso Zaia, con il quale condivido molte idee ma non quella sul fine vita, riconosce che – nella sua regione – i casi di persone titolate a far richiesta di accedere ai benefici di questa nuova legge sono una trentina, mi domando: era proprio necessario istituire con apposita norma il suicidio assistito? Dove sta l’urgenza, visto che i numeri sono limitati? L’ex governatore potrebbe rispondermi che anche le esigenze di una sola persona sono importanti, soprattutto se chi chiede di avere accesso al suicidio assistito è in condizioni di salute che non lasciano speranze. D’accordo, però mi chiedo perché non tutte le esigenze siano uguali. Perché, in altri casi, pure gravi, che coinvolgono molte più persone delle trenta citate da Zaia, nessuno si dia da fare allo stesso modo. Ci sono uomini e donne che non rivendicano il diritto alla dolce morte, ma desiderano essere aiutati e, però, quello stesso Stato che è pronto a somministrare il “fine vita” non è altrettanto sollecito nell’assicurare migliori condizioni per chi è malato e necessita con urgenza di assistenza.

La priorità dimenticata: garantire cure e dignità a chi combatte

Come avrete capito, mi ha molto colpito la tragedia di Pietralata: due genitori che, sopraffatti dalla malattia della figlia di cinque anni, scelgono di toglierle la vita e poi di toglierla a sé stessi e perfino al cane. Quanto dovevano sentirsi soli e disperati Valentina Pambianco e Luca Abbasciano? E quanto a lungo avranno pensato al futuro della loro figlioletta Bianca, alle sue sofferenze, al suo destino quando loro sarebbero stati avanti negli anni? Probabilmente temevano che non ce l’avrebbe fatta, che non ci fossero cure per aiutarla, e tutto ciò – alla fine – lo hanno ritenuto insopportabile, decidendo di uccidersi. A loro non serviva una legge che autorizzasse il suicidio assistito. Non hanno avuto bisogno di un infermiere che attaccasse a Bianca una flebo. Non è servito lo Stato per premere il grilletto, anche se, in fondo, è un po’ come se lo avesse fatto, visto che della loro famiglia si è disinteressato.

Il dramma silenzioso delle famiglie lasciate sole

Quanti vivono in queste condizioni, preoccupati per il destino di un proprio caro e senza soldi per curarlo? Da ragazzo, accanto a casa mia viveva una giovane con un handicap grave. E, ogni volta che incontravo la sua famiglia, negli occhi dei genitori leggevo la preoccupazione per il domani, la disperazione di ciò che sarebbe potuto accadere il giorno in cui loro non ci fossero più stati e non avessero più potuto occuparsi di lei. E, quando rientravano a casa, la porta si chiudeva sul loro dramma.

Ecco, come Bianca, Valentina e Luca chiedevano dignità. Anzi, di dignità ne avevano da vendere, ma avrebbero voluto che fosse garantita anche dopo di loro. Eppure, quello Stato che dispensa la “dolce morte” non è in grado di assicurare non dico la “dolce vita”, ma almeno un’esistenza dignitosa a centinaia di migliaia di invalidi e a chi li aiuta. La politica parla di diritti, ma chi li assicura alle tante famiglie come quella di Pietralata?

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