Nell’ultimo suo libro, L’ora dei predatori, il geniale scrittore e analista geopolitico Giuliano da Empoli propone una chiave di lettura originale rispetto all’esplosione di violenza che sta destabilizzando il mondo intero. Le guerra a cui assistiamo con un frustrante senso di impotenza, dice Da Empoli, «rispondono a una logica che gli storici militari conoscono da tempo». In sintesi. Ci sono fasi della storia in cui le tecniche difensive progrediscono più rapidamente ed efficacemente di quelle offensive, per cui le guerre sono più rare in quanto il costo dell’aggressione è di molto superiore a quello della difesa. In altri momenti sono viceversa le tecniche offensive a svilupparsi in modo economico il che rende conveniente attaccare per regolare i conti di questioni aperte da tempo. Ecco, noi ci troviamo esattamente nella seconda condizione, simile a quella di quando, ai tempi di Leonardo da Vinci, l’artiglieria pesante cominciò a diffondersi in tutta Europa rendendo vana la difesa delle fortificazioni, fino ad allora – il più delle volte – vincente contro i vecchi metodi tipo fossati o getti di olio bollente dalle mura.
Nel libro si trovano esempi convincenti: oggi una portaerei americana costata 10 miliardi può essere affondata da due o tre missili ipersonici cinesi del valore di 15 milioni; per abbattere un drone da duecento dollari lanciato dagli hezbollah dal Libano sul suo territorio, Israele deve impiegare un missile dal costo di 3 milioni. Per essere ancora più chiari: la notte del 13 aprile 2024 in cui l’Iran scaricò contemporaneamente 150 droni e trenta missili su Israele costanti in tutto poche centinaia di migliaia di dollari, Israele ha dovuto spendere 1,35 miliardi di dollari per impedire che anche solo uno di quei micidiali aggeggi colpisse l’obiettivo prefissato. Altri analisti confermano che la disparità di costi tra nuovi e vecchi armamenti sta avvantaggiando Paesi e organizzazioni terroristiche he mai avrebbero potuto prima pensare di sfidare una grande potenza, si pensi agli attacchi degli Houthi al traffico marittimo occidentale che transita per il Mar Rosso. Il divario – sostengono ancora i tecnici – potrebbe essere colmato passando alla tecnologia laser, qualche cosa di simile a quella immaginata nel film Guerre Stellari, ma l’enorme quantità di energia necessaria per farla funzionare al momento non è immagazzinabile dove servirebbe né tantomeno producibile su mezzi in movimento tipo navi, aerei o mezzi terrestri.
Insomma, il ricco e avanzato Occidente rischia di andare in crisi di fronte a uno stormo di droni, che sono poco più che giocattoli. Oltre che di fronte ad attacchi cosiddetti “ibridi”, quelli che gli hacker possono lanciare – operando al sicuro da migliaia di chilometri di istanza – per paralizzare le strutture nevralgiche di un Paese tipo reti di comunicazione, ospedali e tutto ciò – quindi quasi tutto – funzioni tramite un computer.
Anche in questo, ci racconta Giuliano da Empoli, in realtà non c’è nulla di particolarmente nuovo: nella primavera 1917, lo zar Nicola II abdicò e si insediò un governo guidato da Kerensky, il quale per prima cosa si preoccupò di difendere militarmente i palazzi del potere dai rivoluzionari comunisti guidati da Lenin e Trotsky, «quello» – scrive – «che cioè avrebbe fatto qualsiasi statista di buon senso». Trotsky però si inventò una mossa a sorpresa: infiltrare suoi uomini – oggi diremmo degli hacker – nelle centrali elettriche e telegrafiche, nelle stazioni ferroviarie, nei porti, nei gazometri e negli acquedotti e al suo segnale la Russia finì in poche ore nelle loro mani.
Apparentemente tutto ciò non ci fa più di tanto paura, e un motivo forse c’è: è scomparsa dalla cabina di comando dei singoli Paesi, e quindi del mondo intero, l’ultima generazione che direttamente o indirettamente la guerra – ben due mondiali nel giro di pochi decenni – e i suoi orrori e i suoi effetti li aveva vissuti sulla sua pelle. Davvero, non c’è nulla per cui dormire sonni tranquilli.
