Home » ​Non è questa la scuola che sogniamo (e l’Università del futuro che è già qui)

​Non è questa la scuola che sogniamo (e l’Università del futuro che è già qui)

​Non è questa la scuola che sogniamo (e l’Università del futuro che è già qui)

SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA – Perché le lezioni in videoconferenza non potranno mai sostituire il rapporto umano tra maestri e alunni.


UNIVERSITA’ – Lezioni online, personalizzate, flessibili. Esami a distanza, laboratori con visori e realtà virtuale. Un caso italiano di eccellenza: l’Università Telematica Pegaso che ha già oltre 100 mila studenti


Per chi suonerà la campanella? Neppure un redivivo Ernest Hemingway sarebbe in grado, in Italia, di fare la cronaca della scuola annunciata forse per il primo settembre. Il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, pentastellata abilitata alla cattedra, un po’ meno all’amministrazione, ogni giorno fa un annuncio. Si torna in aula, pare, in parte online e in parte in presenza. Con i doppi turni? Probabile. Intanto assumiamo 60 mila insegnanti, poi si vede.

Ma il sostegno per i ragazzi con handicap come si riesce a fare via web? Per loro serve una rete sì, ma di protezione. E in questi mesi chi ci pensa? E le graduatorie? C’è il virus. Ah, beh… E le mamme e i papà che devono tornare a lavorare e non sanno dove lasciare i figli? C’è il buono baby sitter da 400 euro. Una moderna «balia» però prende 10 euro l’ora più i contributi che per otto ore fanno 100 euro al giorno. Meglio che genitore uno o genitore due stiano a casa. Secondo il vangelo Cinque stelle, uno vale uno. Ma in questo caso chi baratta uno stipendio e la fatica di lavorare per poi dover pagare qualcuno che ti cura i figli? E la maturità? Un esame orale in presenza, al massimo un voto da 40. Sarà comunque un esame di Stato. In che stato sta la scuola che promuove tutti, ma con le insufficienze vere che siccome si basano su giudizi online sono impugnabili con successo davanti al primo Tar disponibile?

Si è affacciato dai televisori anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per dire che la chiusura delle scuole è una ferita profonda. Che ai ragazzi mancheranno la socialità e l’insegnamento. Mentre tutta Europa ha ripreso le lezioni, da noi tutto sprangato. Si poteva -anche per dare una mano all’economia- almeno approfittare della «vacanza» per dare una sistemata agli edifici scolastici visto che l’80 per cento delle scuole non è a norma, il 55 per cento non ha il certificato anti-incendio e nove aule su 10 non sono antisismiche. Forse è per questo che si preferisce far stare a casa i ragazzi. Poi dicono che bisogna smetterla, causa virus, con le «classi pollaio». Hanno chiesto alla Rai di dare una mano con un canale dedicato all’istruzione per sostenere la didattica a distanza.

Sono passati cinquant’anni, ma «non è mai troppo tardi», rispunta la pedagogia del maestro Alberto Manzi che ha strappato all’analfabetismo gli italiani. Ci mancano l’accademia del professor Alessandro Cutolo e la dottrina di padre Mariano e il Dopoguerra è di nuovo in scena. Sono stati loro a insegnare in tv la lingua agli italiani, non i quiz di Mike Bongiorno – anche se l’Europa sul Mes ci chiede: «Che fa, lascia o raddoppia?». Oddio, se il buongiorno si vede dal mattino non c’è da stare allegri perché al massimo c’è, quando c’è, un collegamento online da scuola. Ad Andrea Cangini, già direttore dei quotidiani del Gruppo Riffeser e ora senatore e responsabile cultura di Forza Italia, che la interpella ogni giorno, il ministro Azzolina non ha dato risposta alcuna né sui disabili, né sul ritorno a scuola, né su un tema scottante: i 900 mila alunni delle scuole paritarie abbandonate che rischiano la chiusura per fallimento economico dei loro istituti. Come se le «private» non avessero pari dignità e soprattutto non integrassero l’offerta didattica del Paese come accade e con ottimi risultati nelle università. L’interpellanza più importante Cangini l’ha fatta in questi giorni, dopo che uno studio del Politecnico di Milano e dell’Università di Torino ha detto che ci sono tutte le condizioni per riaprire materne, elementari e medie e non farlo sarebbe un errore. «Si tratterebbe di una scuola diversa da quella che conosciamo» ha affermato a Tecnica della Scuola, periodico online, Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano «con orari, turni e composizioni delle classi molto diverse rispetto a quello che abbiamo visto finora».

Ma Azzolina tiene duro: troppo rischioso riaprire, chi se la piglia la responsabilità di far muovere 8 milioni di studenti? E allora si va avanti con l’online. Che però non è per tutti e incrementa le diseguaglianze. È diventato emblematico il caso di Giulio Giovannini, 12 anni, che ogni giorno piglia il suo piccolo banco e si fa un chilometro a piedi in campagna per cercare la connessione internet e collegarsi con la scuola. Non siamo in un’isola sperduta, ma a Scansano, in Toscana.

Così si scopre che almeno il 30 per cento del territorio nazionale, soprattutto al Sud, non è coperto dalla rete, e a oltre due mesi dalla chiusura delle scuole ci sono ragazzi che non hanno più fatto lezione. Ma anche che il 32 per cento delle famiglie italiane non ha un computer e non se lo può permettere. Come Fatima (nome di fantasia) che scrive su Facebook alla sua prof: «Scusi davvero per la mia assenza, ma ho avuto tanti problemi. Non ho la connessione internet a casa e quindi sono costretta a usare i dati cellulare, ma non posso sempre averli. Io e mio padre siamo a corto di soldi. Mia madre e mia sorella sono bloccate nelle Filippine e quindi uso i miei dati cellulare per rimanere in contatto con loro anche perché nonna è in ospedale. Mi dispiace prof per la mia assenza e per averla fatta preoccupare. Grazie che si è interessata a me». La scuola ai tempi del coronavirus è anche questo. Lo ha insegnato Maria Montessori alla fine dell’Ottocento quando ripetutamente e tra mille ostacoli ha spiegato: «È necessario che l’insegnante guidi il bambino, così che possa sempre essere pronto a fornire l’aiuto desiderato, ma senza mai essere l’ostacolo tra il bambino e la sua esperienza».

La Montessori ha cambiato la pedagogia dell’Occidente, era marchigiana e a Macerata si registra un primato. Il Convitto Giacomo Leopardi, una scuola al pari degli altri convitti nazionali dove i ragazzi fanno comunità fino al tardo pomeriggio perché ci sono gli educatori che li guidano montessorianamente nei compiti, è stata la prima scuola pubblica elementare e media a cominciare in Italia i corsi online grazie ad Annamaria Marcantonelli e Moira Marconi e agli altri insegnanti, e a fornire a chi non li aveva i computer in comodato d’uso gratuito. Ma loro per prime sono d’accordo che questa è una parentesi. Bisogna tornare in classe a «cum vivere», lo dice la parola convitto. Perché la scuola in attesa dell’università, dove certo la didattica online funziona bene perché gli studenti hanno imparato ad autogestirsi, è luogo anche di apprendimento di socialità. Senza contare che ci sono gli istituti tecnici e professionali dove la formazione «frontale» è insostituibile. Ce ne sarebbe abbastanza per riaprire le scuole o almeno per studiare subito come farle funzionare. Ma ancora non si sa per chi possa suonare la campanella.

VI RACCONTO L’ATENEO DEL FUTURO (CHE C’E’ GIA’)

​Non è questa la scuola che sogniamo (e l’Università del futuro che è già qui)
Foto di: Ada Masella

Lezioni online, personalizzate, flessibili. Esami a distanza, laboratori con visori e realtà virtuale. Accanto a un Paese che arranca sulla didattica a distanza, in Italia ci sono anche realtà d’eccellenza. Come l’Università Telematica Pegaso con oltre 100 mila studenti iscritti e 90 sedi locali. «L’apprendimento digitale è la base della democrazia di domani» spiega a Panorama il presidente Danilo Iervolino.

di Marco Morello

Mentre tante blasonate roccaforti del sapere nazionale vivevano con stordimento l’improvvisa sfida della didattica a distanza, mentre scuole e università si affrettavano ad allestire lezioni credibili e organizzare esami online affidabili, c’era chi continuava le sue attività di formazione come sempre. Senza confusione, ansie, tentativi e inevitabili errori. È il caso dell’Università Telematica Pegaso, la prima tra le private per numero di iscritti: conta oltre 100 mila studenti tra corsi di laurea e post-laurea e 300 docenti scelti nei più prestigiosi atenei italiani. Non solo: tra gli atenei telematici, vanta il punteggio più elevato. Ad attribuirglielo è stata l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Il merito deriva da una metodologia che ha colto in anticipo, sin dalla sua fondazione avvenuta nel 2006, i pregi e le opportunità della formazione digitale: «Un approccio che in passato era visto come inusuale, persino trasgressivo.

Oggi, però, se ne stanno comprendendo i vantaggi. L’Italia si divideva tra tecno-entusiasti e tecno-scettici, ma il coronavirus ha generato uno sbalzo, una voglia di cambiamento generale. Dal quale non si tornerà più indietro» prevede Danilo Iervolino, fondatore e presidente dell’Università Telematica Pegaso.

Presidente, l’Italia è davvero così in ritardo nell’e-learning?

Negli Stati Uniti le università più prestigiose della Ivy League, da Harvard a Princeton, formano a distanza circa il 70 per cento dei loro studenti. Da noi è stata l’emergenza delle ultime settimane a spingere tutti ad accelerare, a cimentarsi con questa modalità, ma per fare bene ci sono delle regole da seguire. Altrimenti il meccanismo s’inceppa, diventa raffazzonato, posticcio.

Quali sono queste regole?

Innanzitutto, i materiali didattici, i contenuti proposti, devono essere scientificamente validi. Poi occorre combinare momenti d’apprendimento sincroni e asincroni: lezioni video disponibili 24 ore su 24, supportate da una didattica interattiva. Alla quale provvedono figure ben qualificate: i tutor. L’università odierna è stata concepita nel periodo illuminista. È quella delle quattro mura, del docente assiso in cattedra. Invece, la formazione deve essere olistica, aperta, trasversale. I giovani sono stanchi di essere anestetizzati in aula, vogliono ascoltare e parlare linguaggi ibridi, contaminativi, veloci. La telematica è uno stimolo travolgente, porta avanti una rivoluzione agile.

Fino a che punto ci si può spingere? Che evoluzioni immagina?

Bisogna inseguire la personalizzazione, realizzare una flessibilità totale. Consentire a ogni iscritto di scegliere l’orario di studio, quali docenti seguire e da quale tutor essere affiancato. Il suo percorso formativo va costruito tramite analisi predittive che lo avvicinino il più possibile alla professione che intende intraprendere. Solo così l’università diventa il trasformatore dell’energia in potenza dello studente, si lega ai mestieri di domani, è in grado di preparare alla programmazione, a maneggiare i big data, a inserirsi nell’ecosistema delle start-up che non sono nuove partite Iva, ma modi inediti di vedere il mondo da parte di chi lo vorrebbe cambiare. E poi penso a laboratori con ologrammi, a sessioni con visori e simulatori. Dico di coinvolgere costantemente gli studenti attraverso e-mail, chat, videochiamate. In una formula, è necessario saper osare. Noi lo facciamo da tempo.

In questo quadro di forte virtualità, che spazio resta per l’approccio fisico tradizionale? Voi stessi avete 90 sedi d’esame in tutta Italia e più di 700 poli didattici. Sono superati?

Quella che immagino è un’università liquida, con dinamiche in presenza e non. Un ibrido in un flusso unico, globale, in cui si possa studiare online, in italiano o altre lingue, sostenere un esame a Tokyo come a Rio de Janeiro. Lo studio dev’essere come e dove ognuno lo desidera. Va inteso come un abito su misura.

Oltre a 10 corsi di laurea, la vostra offerta prevede 150 master, un centinaio tra corsi di perfezionamento e alta formazione. Perché una simile varietà?

Perché bisogna continuare ad aggiornarsi. Sono un fautore del lifelong learning, dell’apprendimento continuo, slegato dalle fasce d’età. Questo nuovo modello si adatta tutti, a giovani e lavoratori. Abbatte i conflitti generazionali, elimina le frizioni sociali. Sposa il merito, consente a chiunque di partire dalla stessa posizione, a prescindere dal ceto sociale. È accessibile a persone diversamente abili o con problemi di mobilità, che possono raggiungere le loro aspettative incontrando meno ostacoli e barriere. E poi non dimentichiamo che, come ogni cosa, le competenze invecchiano, si deteriorano, richiedono una manutenzione. Perciò intendo la formazione come un processo che accompagna l’intero arco della vita di una persona. Il sapere si democratizza, rappresenta uno strumento di crescita individuale e, di riflesso, per l’intero Paese.

Come ci si sgancia dal conservatorismo accademico, che è uno dei principali freni di questo sviluppo?

Attraverso l’«eduinfotainment», una formazione che non è un macigno, né un sacrificio o una spesa, ma un investimento. Sposa formalità e informalità, educa e intrattiene allo stesso tempo. In sintesi, il processo di apprendimento va sdrammatizzato.

Ma sdrammatizzare il sapere non implica che le certificazioni, i famosi «pezzi di carta», vengano svuotati di senso e valore?

Niente affatto. Per quanto io sia un fautore dell’istruzione destrutturata, disintermediata, sono convinto che le università debbano rimanere gli anfiteatri principali di una conoscenza specialistica, valutata con criteri oggettivi da professionisti non improvvisati. È essenziale per facilitarne la spendibilità nel mondo del lavoro.

L’esame online, prima osteggiato e oggi incoraggiato, è in grado di verificare con rigore queste competenze?

È stato un fulmine a ciel sereno, lo ammetto, però nello sdoganarlo la politica ha fatto uno scatto di modernità repentino, utile, necessario. Noi siamo stati velocissimi ad adattarci, perché avevamo una tecnologia già pronta per affrontarlo. Abbiamo creato un sistema che assicura piena trasparenza, sicurezza e veridicità.

Come funziona?

L’identità dello studente viene assicurata da un’analisi biometrica facciale, il suo comportamento è valutato da una commissione apposita per evitare che qualche furbetto acquisisca suggerimenti da altre persone nella stanza, da libri o materiali didattici. L’intero processo viene registrato e salvato nel cloud per cinque anni. Il metodo si è dimostrato efficace e siamo contenti di condividerlo con altre università, anche statali. Non siamo gelosi del nostro paradigma. Viviamo in una fase cruciale in cui occorre mettere a sistema le buone pratiche, un’epoca in cui non hanno più senso le distinzioni tra pubblico e privato, le divisioni tra atenei a distanza e in presenza. Bisogna collaborare per rendere più fluido il trasferimento del sapere. Questo è il momento di costruire nuove alleanze.

© Riproduzione Riservata