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La missione di Jules Verne è incompiuta

La missione di Jules Verne è incompiuta
orange Sunrise over earth as seen from space. With moon and stars background. Elements of this image furnished by NASA. https://visibleearth.nasa.gov/view_cat.php?categoryID=1484

Lo scrittore immaginò il Viaggio al centro della Terra, e aveva ragione. Invece di appassionarci così tanto alle esplorazioni spaziali, rivolgiamo le nostre attenzioni a quello che ci sta sotto i piedi. Potremmo rimanerne sorpresi…

Ma qualcuno ha mai cercato di praticare una meticolosa “endoscopia” al pianeta Terra? Pensiamo sempre ad ardimentose conquiste dello spazio, colonizzazioni di pianeti, viaggi intorno agli astri, verso l’infinito. Ma non abbiamo mai tentato seriamente di rivolgere questa sete di conoscenza, questo turismo spaziale in chiave introspettiva, rivolta alle viscere della Terra, alle profondità insondate su cui poggiano i nostri piedi e le nostre edificazioni. Magari sparando una sonda con telecamera in grado di resistere a tutto e di trapassare da parte a parte il nostro pianeta. Ma da dove ti viene questo pensiero folle e vano, direte voi. A volte l’ozio unito alla curiosità e alla stravaganza fa scoprire vie sconosciute e realtà prodigiose.

L’uomo abita la Terra da quando è venuto al mondo, ha fatto enormi scoperte e progressi sulla sua faccia, o spingendosi nelle immediate vicinanze dello spazio, ma non l’ha mai trafitta da parte a parte, non ha mai conosciuto la sua vera profondità, il suo cuore, non ha mai davvero compiuto quello che Jules Verne chiamava con favoloso e ardimento Viaggio al centro della Terra. La nostra profondità sono le trivellazioni, la scoperta dei giacimenti di petrolio e poco altro, ma nulla di paragonabile a uno scavo così profondo da sbucare dall’altra parte del globo. I nostri sono scavi a dieci, dodici chilometri sotto la superficie, ma qui parliamo di migliaia di chilometri, un mondo remoto come quello che vediamo distare anni luce nelle più sperdute galassie.

È forte il timore di scoperchiare il vaso di Pandora, di risvegliare energie terribili sopite o serpeggianti dentro il suo centro, di fare scoperte devastanti, come entrando dentro un vulcano in eruzione. Un timore che forse coincide col timor di Dio o la paura di risvegliare i demoni e restare inghiottiti nell’Inferno, di resuscitare i morti e i dinosauri, comunque di compiere un’azione oltraggiosa che può scatenare imprevedibili reazioni, se ci facciamo prendere da quel delirio di tracotanza che i greci chiamavano hybris e che punivano come una sfida agli Dei.

Magari ricomponiamo quel sogno puerile, quella curiosità di bambini perenni, vestendola con la decenza di abiti scientifici, lo sostanziamo di spiegazioni geologiche, ma resta una specie di tentazione dell’abisso.

Ci chiediamo sempre cosa ci sia dopo di noi, oltre noi, al di là del nostro spazio e del nostro tempo; perché non chiedersi cosa c’è sotto di noi, dentro questa biglia orbitante nello spazio che è la nostra dimora terrestre? Se consideriamo che la ricerca è concepita come un approfondimento e se riteniamo che i pensieri più importanti siano pensieri “profondi”, perché non rivolgiamo le nostre attenzioni alle profondità terrestri che sono ben più remote delle profondità marine, che chiamiamo abissi.

Un viaggio fra gli strati sconosciuti della crosta, oltre il fuoco che a volte occhieggia dai vulcani, oltre la massa d’acqua che pure avvolge gran parte del globo, in quel misterioso altrove che è la Terra Interiore. I geologi diranno che ci sono studi, ricerche, fondate supposizioni per spiegare; ma il mistero, il fascino, lo sgomento di una sonda che attraversi davvero da parte a parte, che trafigga la sfera terrestre e che ce la racconti e magari ce la mostri, resta ancora inesplorato. Se dobbiamo applicare la saggezza basilare del pensiero alla nostra dimensione geofisica, dovremmo dire che il “Conosci te stesso” non dovrebbe solo riferirsi all’uomo e alla sua interiorità ma anche alla Terra. Prima di andare su Marte, e poi altrove, tra gli spazi dell’Universo, non dovremmo meglio conoscere a fondo la nostra Casa, il nostro luogo natio?

Se fai un’elementare ricerca vieni a sapere che scavando a 5 mila, 6 mila chilometri sotto la crosta terrestre, fino a raggiungere il mitico centro, si trova una materia composta principalmente da una lega di ferro e nichel. Si dice che faccia un caldo boia, addirittura fino a 6 mila gradi (impensabile per noi che soffriamo a 40 gradi), ma è la stessa temperatura del Sole. Da qui la riflessione che chi immaginava l’Inferno come un luogo di fuoco e dannazione, aveva forse intuito o conosciuto per vie misteriose, quel nucleo bollente che è nelle viscere della Terra, ad inferos.

Si narra che sotto il primo involucro vi sia un mitico mantello come di miele, uno strato spesso più di 2 mila chilometri in parte liquido e in parte solido. Oltrepassando questa veste più morbida si arriva poi al nucleo, a 3 mila chilometri di profondità. Un nucleo solido, anche se avvolto in quella specie di membrana liquida, composto in prevalenza di ferro. Turbato e spaesato, per riprendere famigliarità con la Terra, cerchi qualche termine di paragone che la addomestichi. E allora, vedendo questo pomo cosmico, rotondo, con una polpa mielosa e poi un nucleo duro pensi a un frutto, una pesca o una prugna, col suo nocciolo centrale. E cerchi rassicuranti similitudini tra micro e macrocosmo, quasi a ritrovare un ordine e un’armonia che regge il mondo sotto l’apparente caos. Eccolo, il nostro frutto che noi abitiamo come vermi o batteri. Infime creature che però si stupiscono, tra orrore e meraviglia, di abitare in un mistero, ignorando quasi tutto quel che è sotto, sopra e dentro di noi. E poi pretendiamo di chiamarci sapiens…

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