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Il ritorno del giustiziere solitario: quando la paura spinge alla giustizia fai da te

Il ritorno del giustiziere solitario: quando la paura spinge alla giustizia fai da te
2MTX293 UN JUSTICIER DANS LA VILLE DEATH WISH 1974 de Michael Winner Charles Bronson. d’apres le roman de Brian Garfield based on the novel by Brian Garfield

Il successo di Citizen Vigilante, rilanciato anche da Elon Musk, riaccende il dibattito su insicurezza, immigrazione e giustizia fai da te

L’unica vera tragedia, qui, è la carriera di Armie Hammer. L’attore americano aveva cominciato bene, ormai parecchi anni fa. Piccole parti in serie televisive di successo, poi un ruolo importante nel film The Social Network e addirittura una parte di tutto rispetto in J. Edgar a fianco di Leonardo Di Caprio. La consacrazione avviene grazie a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che gli vale una candidatura al Golden Globe. Poi è arrivato il Me Too. A dirla tutta, quando su Armie sono piovute le prime accuse di molestie la caccia alle streghe antisessista era ormai alle rabbiose fasi finali. Ma anche se il vento mediatico era calante, la moda di disintegrare professionalmente e umanamente le celebrità accusandole di comportamenti sessualmente inappropriati non è svanita. Hammer è stato accusato nel 2021 da alcune ex e, nel 2023, il procedimento contro di lui si è concluso con un nulla di fatto perché a suo carico non c’erano prove sufficienti. Nessuna condanna. Ma, nel frattempo, erano usciti i suoi messaggi privati: le accusatrici avevano rivelato ogni sua privata perversione. Armie ha dovuto raccontare gli abusi subìti nell’adolescenza per giustificare la passione per il Bdsm, su di lui è stato perfino girato un documentario colpevolista.

Risultato: il suo telefono ha smesso di squillare. Le sceneggiature da leggere hanno smesso di arrivare. Ecco perché Hammer non ci ha pensato nemmeno un secondo prima di dire sì quando Uwe Boll gli ha proposto di fare il protagonista di Citizen Vigilante. Finalmente il ritorno sul set per quello che avrebbe dovuto essere un film di serie B come tanti ma che si è inaspettatamente trasformato in un feticcio richiestissimo su tutte le piattaforme digitali.

Solo che, invece di godersi la ritrovata fama, Hammer si è sentito costretto a prendere le distanze dal film, definendolo «disgustoso». In un comunicato, il suo agente ha spiegato che non si aspettava che il prodotto finito uscisse in quel modo, e sinceramente è molto difficile credergli. Per quanto un’opera possa cambiare in fase di montaggio, le scene sono state girate consapevolmente, e sono decisamente esplicite. Hammer sostiene di essere stato avvertito dell’orientamento “conservatore” del film, ed è molto più facile pensare che – pur di lavorare – si sarebbe fatto andare bene praticamente qualsiasi cosa. Poi, resosi conto del putiferio esploso attorno alla pellicola, ha cercato pateticamente di giustificarsi agli occhi dei censori woke hollywoodiani. Per i quali, in effetti, Citizen Vigilante è praticamente il male assoluto.

Racconta di un uomo che si fa giustiziere e non ha pietà per nessuno. A differenza di molti altri ultraviolenti raddrizzatorti cinematografici, però, il suo personaggio se la prende (anche) con le categorie protette, migranti compresi. E questo è semplicemente inaccettabile nell’industria dell’intrattenimento, dove le minoranze devono quasi per statuto essere rappresentate con tratti eroici. Non è tutto. Uwe Boll, il regista, è una sorta di pericolo pubblico. Alcune riviste molti anni fa lo hanno battezzato il peggior cineasta del mondo, e lui si è fatto gran vanto dell’insulto.  Boll realizza film d’azione violenti e brutali, talvolta elementari. Si diverte a scandalizzare e a fare il sempliciotto, ma ha incassato milioni. A un certo punto, ormai parecchio tempo fa, ha sfidato i suoi critici invitandoli letteralmente sul ring. Si è infilato i guantoni e li ha presi a cazzotti, e che si trattasse di un evento promozionale per un film era del tutto secondario. Insomma, Boll non è uno che ci vada tanto per il sottile.

Dunque intendiamoci: Citizen Vigilante non è un capolavoro. È un film d’azione come ce ne sono tanti, ma ha quei dettagli scorretti che gli hanno procurato la censura in Germania e il disprezzo di commentatori che altrimenti lo avrebbero ignorato. Inoltre, Elon Musk ne ha fatto una bandiera: lo ha reso gratuitamente disponibile su X, ed ecco che Citizen Vigilante è diventato per tutta la stampa «la pellicola simbolo della destra estrema».

La verità è che questa vicenda non fa altro che rimarcare la stupidità totale dell’ottuso progressista medio. Se lo si vuole prendere sul serio, e se gli si vogliono per forza attribuire contenuti sociologici e politici, allora si può interpretare Citizen Vigilante non come un’opera di propaganda razzista, ma come una sorta di allarme. E, nella stessa maniera, andrebbero lette le numerosissime reazioni di coloro che lo stanno esaltando online. Piaccia o no, con la sua violenza caricaturale, il film dà voce all’esasperazione e alla comprensibile paura degli occidentali che vedono le loro città quotidianamente funestate da crimini legati in vari modi all’immigrazione fuori controllo.

Citizen Vigilante è un sintomo, che per altro ha illustri precedenti, ad esempio Il giustiziere della notte, con Charles Bronson. Ma il più noto di questi è sicuramente il Punitore, ora noto anche in Italia come The Punisher. Dopo una serie tv di successo, la Marvel ha da poco reso disponibile su Disney + il film The Punisher: One Last Kill, con il bravissimo Jon Bernthal ancora protagonista. Si tratta sicuramente di un prodotto di alto livello, molto migliore di Citizen Vigilante. Anche se le necessità hollywoodiane hanno privato il personaggio della carica eversiva che ha avuto sin dalla sua comparsa negli anni Settanta, sugli albi a fumetti dell’Uomo Ragno. Punisher apparve per la prima volta  in The Amazing Spider-Man 129 del 1973, per volontà dello scrittore Gerry Conway e dal disegnatore Ross Andru. Costume nero con un grosso teschio sul petto, armato fino ai denti, Frank Castle non è un super eroe. È un veterano di guerra (il Vietnam prima, altri conflitti americani poi) a cui un gruppo di criminali ha sterminato la famiglia. Poiché la giustizia istituzionale non riesce a punire i colpevoli, Frank decide di pensarci da solo, ammazzando senza tregua.

Si tratta di uno dei personaggi più complessi e affascinanti dei comics di ogni tempo. È un Batman estremo, figlio del disagio post Vietnam, dell’alienazione urbana, dell’esplosione del crimine nelle strade americane dei Seventies. Il Punitore è figura tragica e sofferente, più o meno tormentata a seconda degli autori che ne raccontano le storie.  «In sostanza è più un pistolero che un supereroe e – essendo di conseguenza più vicino al mondo reale – è proprio il personaggio che si desidera quando si esplora il lato più oscuro dell’esistenza umana», ha detto una volta Garth Ennis, celebrità contemporanea del fumetto. Creatore di The Boys, Ennis ha preso in mano The Punisher realizzando alcuni dei cicli narrativi più efficaci e di successo di ogni tempo. Altri grandissimi lo hanno preceduto e affiancato, dall’immenso Frank Miller a Rick Remender al romanziere Victor Gischler. Tutti si sono confrontati con il rovente dilemma: Frank Castle è un serial killer malato di mente o un uno disperato che fa il lavoro sporco a beneficio di tutti? La questione è impossibile da sciogliere.

Panini ha appena mandato in edicola una nuova serie dedicata al personaggio, meno oscura di altre che in passato hanno affascinato il pubblico, ma comunque molto godibile. E, di nuovo, tutti gli interrogativi su Punisher e i suoi metodi si ripresentano al lettore. E non è che vi siano verità da proferire a riguardo. Se non che il Punitore è un monito.

Le storture di questo mondo possono riversarsi sui cittadini fino a un certo punto, poi il rischio è che esploda la reazione violenta. Magari individuale, magari non giustificabile, ma comprensibile nelle motivazioni anche se terribile o addirittura ripugnante. Il discorso vale in larga parte anche per Citizen Vigilante. Se chi contesta l’immigrazione di massa viene costantemente represso e censurato, se le manifestazioni di piazza (tipo quelle esplode a Belfast poco tempo fa) vengono ignorate o condannate per amore di correttezza politica e se, nel contempo, l’invasione migratoria continua a produrre disastri, è ovvio che prima o poi si arriverà a un punto di non ritorno. Lungi da noi desiderare esiti violenti o celebrare i vigilanti: semmai, ci preoccupiamo di scongiurare il peggio.

Il Punitore non è un auspicio, è un monito: agisca la politica prima che parlino le armi.

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