Nel giugno di ottant’anni fa, la Repubblica italiana perse la storica occasione di cominciare la sua vita in grande. Caduto il regime fascista e sconfitta al referendum la monarchia, aveva bisogno di riconoscersi in una figura autorevole, rappresentativa, stimata fuori dai confini nazionali, al di sopra delle parti. C’era un filosofo, uno scrittore, una personalità importante che poteva in quel momento rappresentare al più alto livello la continuità con l’Italia risorgimentale e con lo Stato liberale, l’antifascismo e il superamento della guerra civile. Per giunta era meridionale, napoletano d’adozione, e i leader politici, tutti del Nord, cercavano una figura capace di coinvolgere il Sud nel processo costituente. Quel Sud che aveva votato monarchia.
Pur essendo un moderato e un conservatore, Benedetto Croce era stimato anche dai progressisti e dai social-comunisti. Il 22 giugno del 1946, Pietro Nenni mandò dal senatore Croce, ormai ottantenne, due emissari, Sandro Pertini e Ignazio Silone, con una sua lettera in cui gli proponeva di candidarlo a primo presidente della Repubblica. Erano pronti a votarlo i comunisti, i laici, i democratici e i liberali. Croce oppose un cortese rifiuto, sostenendo la sua inadeguatezza e i suoi limiti di studioso. Ma forse la vera ragione del suo diniego fu l’ostilità della Dc alla sua candidatura (per la sinistra era un motivo in più per candidarlo). Come egli stesso annotò il 26 giugno sul suo diario, «la Democrazia cristiana mi è contraria, perché asini come sono e sfacciati, strepitano che io sono un filosofo ateo e che a Roma c’è il vicario di Cristo», anche se poi aggiungeva che anche senza la Dc la sua elezione sarebbe stata comunque sicura, aveva la maggioranza dei voti. Così l’Italia perse una grande occasione per cominciare bene, senza nulla togliere alla dignitosa figura del napoletano Enrico De Nicola poi scelto da De Gasperi per il Quirinale. In seguito Croce rifiutò da Einaudi pure il laticlavio di senatore a vita.
La risposta a Nenni è pubblicata ora da Adelphi nello splendido florilegio epistolare di Croce, Perdersi negli altri e nelle cose. Lettere scelte, di ricca umanità, a grandi e a giovani, perfino adolescenti. Quel che mi ha sempre colpito di Croce, e di molti suoi grandi contemporanei, è il loro ricco epistolario; dedicavano lettere ampie anche a illustri sconosciuti e sconosciute, ragazze e giovanotti; una forma di generosità che non c’è più. E poi missive di straordinaria bellezza, come quella indirizzata a Renato Serra, quando il filosofo perse l’amore della sua vita, Angelina Zampelli. O le straordinarie lettere a Giovanni Gentile o su Gentile, che testimoniano la fine di una grande amicizia. E poi le lezioni di vita a Sibilla Aleramo, una lettera elogiativa a Marinetti, che era pure ai suoi antipodi, o a Palmiro Togliatti… È curioso apprendere che, giusto cent’anni fa, ricevendo il poeta indiano Tagore che gli chiedeva di Croce, col desiderio di incontrarlo, Mussolini telegrafò al filosofo per favorire l’incontro. Croce era stato agli inizi un sostenitore del fascismo (e in questo carteggio c’è una lettera del 1923 a Francesco Saverio Nitti che elogia l’ideologia); ma in quel tempo era ormai divenuto, dopo aver lanciato il manifesto degli intellettuali antifascisti, il principale oppositore del regime. Croce apprezzò il gesto di Mussolini e, incontrando Tagore, per lealtà e buon gusto, non volle dire nulla contro il regime e il suo capo, come lui stesso scrive.
Tornando invece al tempo della caduta del regime, c’è una lettera a Ferruccio Parri del 18 giugno 1945 in cui il filosofo attacca il proposito di escludere dal governo chiunque sia stato iscritto al Pnf, ignorando che «tutti gli italiani per esercitare professioni erano costretti a iscriversi». Croce condannava lo spirito settario della proposta che avrebbe generato nuove discriminazioni e divari tra i cittadini. E, nella lettera, minacciava non solo di uscire dalla vita pubblica ma perfino di iscriversi al partito fascista «in un atto postumo e ideale», per correre la stessa sorte di tanti uomini che vi avevano aderito e che lui stimava ed amava. Un’altra grande lezione di libertà. C’è poi un’accorato scritto a Vittorio Emanuele Orlando del 1946, in cui Croce vede l’attacco all’Italia nata dal Risorgimento e denuncia l’opera distruttiva degli inglesi e le inaccettabili condizioni imposte al Paese, che lo portarono a votare, nell’estate del 1947, nell’Assemblea costituente, contro l’umiliante Trattato di pace.
Dei dissapori con la Dc di Sturzo e De Gasperi, restò qualche traccia di amarezza in lui. In una lettera a Egidio D’Alessandri, è molto duro con il clericalismo invasivo del suo tempo, con i suoi interessi particolari e i suoi culti irrazionali, che non esprime alcuna cultura, pur essendo il partito di maggioranza d’ispirazione cristiana. Il mondo clericale, a suo dire, «non ha pensatori, non ha scrittori, non ha poeti», pur disponendo di tanti mezzi di stampa. Ma, dall’altra parte, diceva di non fare affidamento sull’opposto comunista, «che in effetto è slavo e ardente di distruggere la cultura e la civiltà occidentale». La terza via di Croce, liberale e conservatrice, tra clericalismo e comunismo, non decollò mai. In fondo egli restò un marziano, anzi «un Hyksos» (una forza estranea, come lui aveva definito il fascismo) nell’Italia repubblicana e catto-comunista.
