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Nel delitto di Pamela c’è anche il mafioso nigeriano diventato profugo

Nel delitto di Pamela  c’è anche il mafioso nigeriano 
diventato profugo

A Macerata, dopo la condanna all’ergastolo di Innocent Oseghale, emergono particolari (e personaggi) inquietanti che alimentano i dubbi. Dov’è finito l’uomo che sarebbe uscito da una «confraternita» africana? Perché i magistrati hanno lasciato la pista della criminalità organizzata? Quali sono il ruolo e gli appoggi di una onlus molto discussa?


Ci si può dimettere dalla mafia nigeriana? Si può arrivare in Italia dalla Libia su un gommone, finire a chiedere l’elemosina ad Ancona (il racket della questua è un business della mafia nera) senza avere più legami con l’organizzazione criminale?

Si può affermare che la «cosca» ti vincola al segreto e però essere credibili dicendo di non conoscere Innocent Oseghale che ha fatto a pezzi una ragazza, che è nigeriano come te, vive a 30 chilometri da te dopo che entrambi siete passati, nello stesso periodo, dalla stessa Onlus che gestisce i richiedenti asilo? Queste domande restano appese a un interrogatorio reso da un «ex» della mafia nera che è stato semplicemente dimenticato mentre si discute, affrontando il caso Salvini-nave Gregoretti, se impedire lo sbarco in Italia dei clandestini è o non è un interesse nazionale.

Una cosa la sappiamo: con i gommoni arriva la mafia nigeriana. Sappiamo anche che questi criminali camuffati da profughi vengono mantenuti dai contribuenti italiani attraverso i cosiddetti progetti Sprar a cui ora la neoministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha dato nuovo impulso col nome di «Siproimi». Sta tutto nero su bianco in un verbale sepolto nel faldone del processo per la morte di Pamela Mastropietro.

Migliaia di pagine che raccontano l’orrenda fine della diciottenne romana stuprata e uccisa a Macerata il 30 gennaio del 2018 e il cui corpo venne ritrovato, fatto a pezzi, in due trolley abbandonati per strada. Per questo delitto che non ha eguali nella storia criminale dell’ultimo secolo – è il solo caso in cui la testa è stata staccata dal tronco – sta scontando l’ergastolo Innocent Oseghale, nigeriano di 33 anni, spacciatore.

Lo zio di Pamela, l’avvocato Marco Valerio Verni, è convinto che l’assassino sia in odore di mafia, ma il procuratore della Repubblica di Macerata Giovanni Giorgio non ne vuole sentire parlare: ha chiuso più in fretta che poteva il caso e continua a ripetere che le Marche con la mafia nera non c’entrano nulla.

Eppure il 24 aprile del 2018 a indagini in corso il dottor Giorgio fece sapere che la ragazza nigeriana che fungeva da interprete nelle prime fasi d’indagine era sparita.

«Non è facile trovare questo tipo di disponibilità» spiegò il magistrato «perché c’è forte il timore di eventuali rappresaglie o vendette nei paesi di origine, magari a danno di parenti o familiari». Federico Cafiero de Rao, procuratore nazionale Antimafia, ha spiegato che intimidire gli interpreti è tipico della mafia nigeriana e al Comitato parlamentare di controllo su Schengen (l’accordo sulle frontiere libere in Europa) ha ribadito: «Esiste una sorta di grande consorzio tra le varie organizzazioni criminali che operano in Africa, che agevolano e proteggono in qualche modo i migranti, fino alle coste libiche», aggiungendo che ormai è evidente che c’è in Italia una regia unica della mafia nigeriana.

La prova di quanto dice De Rao – stranamente, visto che le Marche si ritengono immuni dalla mafia nera – sta proprio nel verbale d’interrogatorio che ora viene richiamato da Panorama. È il 3 agosto 2018 e nel carcere di Montacuto (Ancona) viene «sentito» Destiny Imariagu, arrestato per spaccio e accattonaggio, che racconta: «Sono arrivato in Italia ad agosto 2014, in Sicilia, con il gommone, partito dalla Libia, insieme ad altri migranti. Da Messina sono stato portato direttamente ad Ancona. Dopo essere stato gestito per alcuni mesi dal Gus (Gruppo umana solidarietà, organizzazione per l’assistenza dei migranti, ndr) ho iniziato a chiedere elemosina presso alcuni supermercati in provincia di Ancona». E aggiunge: «Quando ero in Nigeria, a partire dall’età di 24 anni ho fatto parte della Black/Red Axe, Ascia Nera/Rossa. Sono entrato durante il periodo della scuola secondaria. In tali confraternite si è costretti a entrare perché altrimenti si subiscono forti pressioni, minacce, spesso anche violenze. Anch’io prima che accettassi sono stato picchiato. Poi, circa 10 anni fa, mia moglie mi costrinse a lasciare la confraternita. Dopo aver lasciato il gruppo hanno minacciato di uccidermi se avessi rivelato i loro segreti: i nomi dei partecipanti. Per entrare viene compiuto un rito di iniziazione: l’officiante ti benda, incide un dito della mano e fa uscire il sangue, che viene toccato dagli altri presenti. Con questo rito s’impone il segreto, il silenzio sulla confraternita. In Italia non ho mai incontrato nessuno della confraternita».

Gli agenti che lo interrogano gli chiedono se è mai stato a Macerata e lui risponde: «Sì, una volta: stavo ancora col Gus. Gli chiedono se conosce Oseghale e lui dice di no, ma sa che ha commesso un grave delitto per cui in Nigeria lo avrebbero ucciso».

Non lo conosce, ma, guarda caso, lo riconosce tra otto foto segnaletiche. Com’è possibile? Spiega: l’ho visto in tivù. E a chi lo interroga basta e avanza. Pensate che sarebbe andata così se fosse stato un italiano in odore di camorra? Quel verbale resta nell’oblio eppure tante sono le domande che pone: è possibile uscire dalla mafia nigeriana? E se chi ne ha fatto parte rischia la vita, dovesse parlare, che valore ha la smentita su Oseghale? Nell’interrogatorio gli chiedono anche se conosce i Vikings (uno dei culti mafiosi presenti in Italia). Risponde che «ne ha sentito parlare e che si riconoscono perché vestono di rosso e blu, ma alla domanda perché lui vesta di rosso risponde: perché mi piace».

Finisce lì, di Imariagu si perdono le tracce. Non si sa se gli atti sono stati trasmessi all’Antimafia, se questo nigeriano sia sotto protezione. Semplicemente sparito. È un mitomane? Protegge Oseghale? Interrogato di nuovo avrebbe detto altro? Sono dubbi da coltivare in attesa dell’appello per il delitto Mastropietro e forse si riparlerà anche di altre tracce che sono sepolte nel faldone processuale. Come una lettera che dalla Nigeria arriva a Oseghale in carcere.

Gli viene consigliato un avvocato: Francesco Zacheo di Lecce, console onorario del Mali, avvocato di fiducia dell’ambasciata del Congo in Italia, spesso ospite negli studi televisivi. Zacheo è anche l’avvocato di Guerlin Butungu, lo stupratore seriale di Rimini che ha detto di essere scappato in Italia per sfuggire alla giustizia, e di Padre Graziano, il sacerdote congolese condannato per l’omicidio di Guerrina Piscaglia.

Perché tanta premura per Oseghale? A prendersi cura di lui è quella regia unica di cui parla de Rao? Forse perché l’assassino di Pamela Mastropietro era a capo di una rete di spacciatori, aveva dei pusher alle sue dipendenze, perché doveva investire per conto dell’organizzazione i soldi del traffico di droga e di prostituzione? Questo sospetta Marco Valerio Verni, ma non la Procura di Macerata che pure indaga Desmond Lucky e Lucky Awelima, anche loro nigeriani, come complici di Oseghale nello spaccio. Entrambi intercettati, dicono di temerlo perché è un capo e il pentito di ‘ndrangheta Vincenzo Marino aggiunge che l’assassino di Pamela gli ha confidato di fare parte della mafia nigeriana. Anche nel verbale di Imariagu c’è una traccia interessante: «Sono stato gestito per alcuni mesi dal Gus» afferma, ma ospiti del Gus sono stati anche Oseghale e Awelima nello stesso periodo del «mafioso dimissionario».

Il Gus è una potente onlus di Macerata vicina al Pd visto che il suo ex coordinatore Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche per l’immigrazione del partito. Negli anni dell’immigrazione massiccia ha avuto più di 400 dipendenti e un fatturato di oltre 30 milioni. Dopo la stretta sugli sbarchi è entrato in crisi: ha avuto difficoltà a pagare affitti per i migranti e stipendi, ha fatto licenziamenti e ha cambiato presidente. Ora è in mano a un commercialista, Francesco Maria Perrotta, perché il suo storico capo Paolo Bernabucci (l’ha diretto per 20 anni) ai primi venti di crisi ha lasciato. Però è imputato in un processo a Macerata per evasione fiscale: gli contestano 7 milioni tra tasse e Iva occultati come rappresentante legale del Gus.

Eppure il Comune di Macerata, proprio in questi giorni, al Gus ha conferito senza gara d’appalto un altro incarico per la gestione dei migranti da 750 mila euro. Come dire: va bene così.

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