Chi assiste un familiare con disabilità può rifiutare i turni di notte anche se la persona assistita non è in condizione di “gravità” prevista dalla Legge 104. Lo ha ribadito recentemente la Cassazione, confermando un principio già affermato nel 2023 e chiudendo la porta alle interpretazioni restrittive delle aziende. È un chiarimento importante per gli oltre 7 milioni di caregiver familiari in Italia, che pur beneficiando della Legge 104 spesso si trovano a dover dimostrare il grado di disabilità del parente che assistono, per poter essere esonerati dal lavoro notturno.
Legge 104 e lavoro notturno: cosa dice la legge e perché la Cassazione è tornata sul tema
Il diritto all’esonero dal lavoro notturno per i caregiver è previsto dal D.Lgs. 66/2003 per chi ha “a proprio carico” un familiare con disabilità riconosciuta dalla Legge 104. Ma per anni le interpretazioni si sono concentrate sulla diversità di trattamento a seconda del livello di disabilità. A dare origine al caso è stato il ricorso di un tecnico ferroviario di Bologna, escluso dai turni notturni perché convivente con la moglie, con disabilità ma non in condizione di gravità. L’azienda sosteneva che l’esonero spettasse solo in presenza di gravità, ma sia il Tribunale sia la Corte d’Appello avevano dato ragione al lavoratore, spingendo la società a portare il caso fino in Cassazione. E i giudici hanno respinto la tesi dell’azienda, confermando anche questa volta quanto già deciso nel 2023: la legge chiede solo che il familiare abbia una disabilità riconosciuta, senza alcuna condizione di gravità. Se il legislatore avesse voluto porre questo limite, lo avrebbe scritto chiaramente, come ha fatto per altre tutele (permessi mensili, congedo straordinario, limiti al trasferimento). La Corte ha anche chiarito il significato di “a proprio carico”: con questa formula non si fa riferimento al grado di invalidità del familiare, ma al legame di cura e responsabilità che lo unisce al lavoratore. Ci si può quindi prendere cura di una persona anche se non ha bisogno di un’assistenza continua.
Chi ha diritto all’esonero e quali documenti servono
Per avere diritto all’esonero dal lavoro notturno il lavoratore caregiver deve avere solo due requisiti: assistere un familiare con disabilità formalmente riconosciuta dall’INPS e avere con quella persona un rapporto di cura effettivo e continuativo, non solo una convivenza formale. Il Ministero del Lavoro ha infatti chiarito più volte che l’esonero non è automatico per chi convive con un familiare disabile senza occuparsi concretamente della sua assistenza. Per attivare la tutela, il lavoratore deve presentare al datore di lavoro alcuni documenti: la certificazione di disabilità rilasciata dall’INPS e lo stato di famiglia, che attesti la presenza del familiare disabile nel proprio nucleo.
La tutela riguarda i “lavoratori notturni” in senso tecnico, cioè chi svolge la propria attività per almeno sette ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino (di cui almeno tre ore in quella fascia), per almeno 80 giorni l’anno, secondo la definizione data dal contratto collettivo applicabile.
Come si chiede l’esonero e cosa rischia il datore di lavoro che non lo rispetta
A decidere se rifiutare i turni di notte è solo il lavoratore: il datore di lavoro non può discutere questa scelta né chiedere ulteriori valutazioni. Per far valere il diritto basta comunicare il rifiuto per iscritto, con almeno 24 ore di anticipo rispetto all’inizio del turno. Il diritto vale per tutta la durata della condizione che lo legittima e, salvo diversi accordi organizzativi, non va rinnovato a ogni singolo turno: la comunicazione iniziale resta valida finché permane la situazione di disabilità del familiare assistito. Se il datore di lavoro assegna comunque il dipendente al turno notturno nonostante il rifiuto, rischia una sanzione penale: arresto da due a quattro mesi oppure un’ammenda da 516 a 2.582 euro, la stessa prevista per chi fa lavorare di notte una dipendente in maternità.
