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La nave che vuole soccorrere gli eritrei non piace alla loro comunità

La nave che vuole 
soccorrere gli eritrei non piace alla loro comunità

Organizzata dall’ex magistrato Gherardo Colombo, l’iniziativa per il salvataggio di migranti in arrivo dal Paese è al centro delle polemiche. L’accusa degli stessi membri della diaspora dal Corno d’Africa è che possa aiutare i trafficanti di uomini.


«Non cadete nella trappola», «non fate il gioco dei trafficanti». Gli eritrei sono in subbuglio da quando si è diffusa la notizia che la Ong ResQ dell’ex magistrato Gherardo Colombo sta portando avanti una campagna per raccogliere 250 mila dollari a favore di una nave da soccorso. L’imbarcazione di fatto è ormai pronta ma da circa un mese, la ResQ si è trasformata in Eritrean ResQ Boat una sorta di strumento «salva eritrei» e, nonostante l’iniziativa venga raccontata come un progetto della diaspora dal Paese del Corno d’Africa, gli eritrei all’estero non solo dichiarano di non saperne nulla ma la considerano un’operazione dannosa.

Innumerevoli i messaggi sui social e le dirette su Zoom per dire ai connazionali che si trovano già in Etiopia o in Sudan di restare dove sono, di non farsi ingannare dalle promesse di una vita migliore al di qua del Mediterraneo e di non partire per la Libia per poi rischiare la vita su un gommone come hanno fatto loro.

Il video promozionale di ResQ invece punta dritto su di loro e rievoca una tragedia vecchia di 8 anni, quella del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa in cui affogarono appunto 360 eritrei. Stupisce però che si parli di «nave eritrea» dato che da due anni, da quando Eritrea ed Etiopia hanno firmato un accordo di pace, i rifugiati dal Corno d’Africa sono crollati. Poco più di mille quelli arrivati in Italia quest’anno, per lo più bloccati in Libia, e poca cosa rispetto ai tempi del naufragio di Lampedusa quando superavano i 10 mila all’anno.

Ideatrice dell’iniziativa è Alganesh Fessaha della Ong Gandhi Charity (non in onore del pacifista indiano ma dal soprannome del padre) e partner di ResQ. Attivista antipolitica che non ha mai nascosto la sua ambizione politica di «regime-change», tra interviste e ricerca di finanziamenti in queste settimane è irrefrenabile.

In un evento online del 13 giugno in lingua tigrina, ha spiegato che la nave di ResQ di fatto c’è già. «L’hanno comprata i ferenji, i bianchi». Dunque a cosa serve questa raccolta mirata sugli eritrei? «Si vedrà, dipende da quanti fondi arriveranno». Qualcuno chiede se l’imbarcazione recupererà le persone direttamente in Libia. «No, noi rimaniamo fermi sulle acque internazionali e facciamo in modo che i barconi carichi di persone vengano nella nostra direzione».

Di tutto questo però sul sito della Ong non c’è traccia. Il materiale, rigorosamente in inglese, è veicolato solo sui social. «Sono iniziative fatte con gli eritrei in America, conosco Alganesh da tempo e ha tantissimi contatti, anche presso l’Onu e l’amministrazione Usa» spiega a Panorama Giacomo Franceschini di ResQ. «Del resto si sa che la diaspora eritrea è una delle più attive». Per aiutare il Paese governato da Isaias Afewerki a fronteggiare la pandemia, i circa 40 mila eritrei negli Stati Uniti hanno raccolto 3,8 milioni di dollari in soli tre giorni. Per la nave di ResQ, invece, figurano solo 288 donatori per poco più di 33 mila dollari raccolti contro i 250 mila previsti.

«Noi non abbiamo a che fare con l’iniziativa» prende le distanze il National Council of Eritrean American presente in oltre 50 città negli Usa. «Un’iniziativa di singoli individui e la scarsa partecipazione lo conferma».

Nei gruppi di discussione sulle piattaforme Higdef Vision, Alena Walta e Wodi Sewra gli eritrei si accalorano, si preoccupano per l’uscita di altri giovani a danno del loro Paese, spiegano che l’iniziativa porta gli intermediari del traffico di esseri umani a muoversi. Tra i rifugiati all’estero, Alganesh è molto nota e non gode di una buona fama. La accusano di fare il gioco dei trafficanti.

Critiche che lei rimanda al mittente: «Nessuno scappa dalla propria patria se non ha un buon motivo, non lo fa certo per colpa nostra». Quando la raggiungiamo al telefono è in Niger alle prese con un corridoio umanitario, a giorni dovrebbe tornare a Milano. Dopo anni passati a lavorare con gli eritrei arrivati nei campi profughi della regione etiope del Tigray, da quando il TPLF, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, non è più al potere si fa vedere poco. «Non ci vado da prima del Covid, le organizzazioni umanitarie ultimamente hanno problemi di accesso a quella regione».

Quando le facciamo presente che da Medici senza frontiere al World food program sono molte le Ong attualmente operative in Tigray, la versione cambia. «Ho sempre avuto un visto permanente, da alcuni mesi è scaduto ma ho validi motivi per non rinnovarlo. È una valutazione politica». Politica sembra essere stata anche la scelta di farsi aiutare nella racconta fondi da attivisti afferenti alla cosiddetta «opposizione eritrea», spesso profondamente interconnessa appunto con il partito etiope TPLF e alla sua agenda di un grande Tigray che inglobi parte dell’Eritrea.

Così come politica, più che umanitaria, sembra alla fine l’intera operazione organizzata in nome di ResQ. Intanto, lo scorso 17 giugno, l’esercito di Tripoli ha reso noto di aver intercettato decine di eritrei provenienti dal Sudan su alcuni camion. Stavano cercando di entrare in Libia.

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