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Iran, Trump valuta opzioni militari “decisive” mentre gli Stati Uniti rafforzano la presenza nel Golfo

Iran, Trump valuta opzioni militari “decisive” mentre gli Stati Uniti rafforzano la presenza nel Golfo

Dopo aver sospeso gli attacchi diretti, la Casa Bianca discute scenari che vanno dai raid mirati al cambio di regime. Portaerei, caccia e difese antimissile vengono schierati in Medio Oriente mentre restano aperti i dubbi su costi, tempi e obiettivi di un’eventuale campagna contro Teheran.

Dopo aver sospeso gli attacchi diretti contro l’Iran nei giorni scorsi, Donald Trump continua a sollecitare il suo entourage a elaborare opzioni militari che definisce «risolutive». Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, il presidente è convinto che Teheran abbia consolidato il proprio controllo interno e stia reprimendo con estrema violenza le proteste che non si fermano, una repressione che avrebbe provocato un numero di vittime stimato in diverse migliaia.Il confronto all’interno della Casa Bianca procede mentre Washington rafforza la propria presenza militare in Medio Oriente, con il dispiegamento di una portaerei e di ulteriori assetti aerei. Questi movimenti potrebbero rappresentare il primo passo di un rafforzamento più ampio, pensato per offrire al presidente una capacità offensiva sufficiente nel caso decidesse di colpire direttamente l’Iran. Funzionari coinvolti nelle discussioni riferiscono che Trump avrebbe più volte insistito sull’esigenza che qualsiasi azione statunitense produca un effetto «decisivo» sul regime iraniano.Secondo il Wall Street Journal ( Wsj) , proprio questa impostazione ha spinto i vertici del Pentagono e della Casa Bianca a mettere a punto un ventaglio di scenari, alcuni dei quali mirano apertamente a indebolire o rimuovere l’attuale leadership di Teheran. Inoltre, vengono valutate ipotesi più limitate, che includono attacchi mirati contro infrastrutture e basi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Al momento, tuttavia, non è stato impartito alcun ordine operativo. La scelta finale resta incerta, anche se il protrarsi delle consultazioni indica che la Casa Bianca non ha escluso del tutto una risposta punitiva per la repressione delle manifestazioni.

Le stime sulle vittime della repressione divergono sensibilmente. Funzionari americani ritengono che il bilancio reale superi di gran lunga le cifre minime finora circolate, comprese tra 2.000 e 3.000 morti. Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, ha citato una valutazione secondo cui le forze di sicurezza iraniane avrebbero ucciso fino a 18.000 persone. Interpellato sulla possibilità di un intervento militare statunitense, Trump ha osservato che il regime iraniano avrebbe recepito gli avvertimenti di Washington, rinunciando all’esecuzione di massa di 837 condannati prevista la settimana precedente. «Vedremo cosa accadrà», ha dichiarato, lasciando aperti tutti gli scenari. Per l’amministrazione, sottolineano ex funzionari ed esperti, il nodo centrale resta capire se un governo straniero possa essere rovesciato esclusivamente attraverso la superiorità aerea americana. A questo si aggiunge il dubbio sulla disponibilità degli Stati Uniti a sostenere una campagna militare prolungata, potenzialmente lunga settimane o mesi, nel caso in cui le proteste dovessero riaccendersi e i manifestanti chiedessero protezione a Washington. Nel frattempo, il dispositivo militare statunitense nella regione è stato rapidamente potenziato. Dati ufficiali e tracciamenti dei voli indicano che caccia F-15E sono atterrati in Giordania, mentre la portaerei Abraham Lincoln e il suo gruppo d’attacco – con cacciatorpediniere, F-35, velivoli da combattimento e mezzi per la guerra elettronica – sono stati individuati in navigazione dal Mar Cinese Meridionale verso il Golfo Persico. A questi assetti si aggiungeranno ulteriori sistemi di difesa aerea, inclusi missili Patriot e Thaad, ritenuti cruciali per contrastare eventuali rappresaglie iraniane. L’arrivo di nuove forze amplia le opzioni a disposizione di Washington. In questo contesto si inseriscono anche i contatti diplomatici: il consigliere per la Sicurezza nazionale e segretario di Stato Marco Rubio ha discusso della crisi iraniana con il ministro degli Esteri saudita, il cui appoggio sarebbe determinante per qualsiasi campagna aerea.

Durante le proteste, Trump è stato informato a più riprese sulle difficoltà di un’operazione militare, inclusa l’impossibilità di garantire il collasso immediato del governo iraniano attraverso i soli bombardamenti. Alcuni funzionari hanno espresso riserve sull’obiettivo politico di eventuali attacchi, ricordando che un’azione armata arriverebbe dopo le promesse di sostegno rivolte ai manifestanti e difficilmente avrebbe tempi rapidi. A differenza di altre operazioni recenti, il futuro assetto politico dell’Iran resta del tutto indefinito. La Casa Bianca non ha ancora chiarito come verrebbe amministrato il Paese in caso di caduta del regime. Analisti avvertono che una strategia di eliminazione della leadership potrebbe creare solo un’illusione di opportunità, in assenza di una forza organizzata capace di controllare il territorio, proteggere infrastrutture sensibili e garantire la sicurezza dei confini. Accanto alle opzioni militari, alcuni consiglieri spingono per strumenti alternativi, come il sostegno tecnologico ai manifestanti o l’inasprimento delle sanzioni. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha rivendicato l’efficacia della pressione economica, sostenendo che il crollo dell’economia iraniana abbia contribuito a scatenare le proteste senza ricorrere all’uso diretto della forza. Eppure, le dichiarazioni del presidente restano ambigue. In passato Trump aveva promesso di misurare il successo della sua amministrazione anche in base ai conflitti evitati. Più recentemente, tuttavia, ha inviato segnali contrastanti: da un lato ha espresso scetticismo sulla capacità dell’opposizione iraniana di coagulare una leadership alternativa, dall’altro ha affermato apertamente la necessità di un cambio al vertice a Teheran. L’Iran, dal canto suo, ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense, soprattutto se rivolto contro la leadership, verrebbe considerato un atto di guerra totale. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che colpire la guida suprema equivarrebbe a un’aggressione contro l’intera nazione.

Sul piano operativo, gli F-15E – già schierati da tempo in Giordania – rappresentano una componente chiave delle capacità statunitensi, grazie alla loro versatilità nel colpire obiettivi terrestri e aerei. Tuttavia, un’offensiva su larga scala contro l’Iran richiederebbe l’impiego di velivoli stealth come gli F-35 e bombardieri strategici B-2, oltre a sottomarini armati con missili da crociera. Al momento, nessun F-35 americano risulta dispiegato nella regione. Secondo funzionari e alleati, fino a poco tempo fa gli Stati Uniti non disponevano in Medio Oriente delle risorse necessarie per dimostrare una campagna di bombardamenti prolungata né per proteggere adeguatamente truppe e partner regionali da una risposta iraniana. Anche Israele ha manifestato preoccupazioni sulla propria capacità difensiva, dopo aver esaurito gran parte degli intercettori durante il conflitto dello scorso anno. In quel contesto, Trump aveva ammesso di conoscere il rifugio della guida suprema iraniana, precisando però che non vi era, almeno allora, l’intenzione di colpirlo. Ma tutto puo’ rapidamente cambiare.

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