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Il Nord Europa rallenta sulla scuola digitale: il vero coraggio è fermarsi

Il Nord Europa rallenta sulla scuola digitale: il vero coraggio è fermarsi

Danimarca e Svezia rivedono la digitalizzazione scolastica: una riflessione profonda su apprendimento, priorità educative e ruolo della scuola

Negli ultimi mesi, alcuni Paesi del Nord Europa hanno iniziato a rivedere in modo esplicito le politiche di forte digitalizzazione della scuola. Non si tratta di ripensamenti marginali o di aggiustamenti cosmetici, ma di scelte dichiarate che interrogano il cuore del progetto educativo. In Danimarca, il Ministero dell’Istruzione ha promosso una riduzione strutturale dell’uso dei dispositivi digitali soprattutto nei primi anni di scolarità, restituendo centralità a libri, quaderni, scrittura manuale e lettura continuativa. In Svezia, dopo anni di investimenti massicci su tablet e piattaforme, il governo ha riconosciuto la necessità di riequilibrare il rapporto tra apprendimento analogico e digitale, anche alla luce dei risultati non brillanti nelle competenze di lettura rilevate dalle indagini internazionali, un elemento assolutamente concorde alle impressioni dei docenti ma ora necessario in questa epoca di cieca fede nei dati.

Non è un rifiuto della tecnologia, ma una ridefinizione delle priorità

È importante dirlo con chiarezza: non siamo di fronte a un rigetto della tecnologia, né a una nostalgia per una scuola idealizzata che non è mai esistita. Il digitale non scompare dalle aule nordiche ma, dopo l’infatuazione, viene ricondotto a strumento e smontato dal piedistallo ideologico su cui era stato collocato. Il punto non è se usare o meno i dispositivi, ma quando, come e per quale scopo. Una domanda pedagogica, non tecnologica.

Il problema del “sempre meno” nella scuola contemporanea

Questo cambio di passo si inserisce in una riflessione più ampia che riguarda anche altri aspetti della scuola contemporanea. Da anni assistiamo a una richiesta di “sempre meno”: programmi alleggeriti, testi scolastici progressivamente semplificati, consegne ridotte, valutazioni addomesticate. Tutto in nome dell’accessibilità, dell’inclusione, della motivazione. Obiettivi sacrosanti, che però troppo spesso si sono tradotti in un abbassamento generalizzato dell’asticella, come se la complessità fosse un nemico da neutralizzare invece che una sfida da accompagnare.

Tecnologia come moltiplicatore simbolico (e non garanzia di apprendimento)

Il digitale, in questo quadro, ha funzionato a lungo come un moltiplicatore simbolico: più strumenti, più piattaforme, più ambienti virtuali, più accesso, più contenuti gradevoli e disponibili subito, a fronte però di evidenze di apprendimento tutt’altro che lineari. Non a caso, già nel 2015 e poi con maggiore nettezza negli anni successivi, l’OCSE ha segnalato che un uso intensivo delle tecnologie a scuola non garantisce automaticamente migliori risultati, e che oltre una certa soglia può persino correlare negativamente con le competenze di base. Allo stesso modo, le indagini PIRLS sulla lettura hanno mostrato come l’esposizione precoce e massiccia agli schermi non favorisca la comprensione profonda dei testi nei bambini. E tutto questo è frutto di analisi che precedono l’impatto dell’intelligenza artificiale, certo più prorompente, invasivo e rivoluzionario rispetto a quanto è stata la digitalizzazione fino a ora.

Il ruolo dimenticato dei dirigenti scolastici

C’è poi una questione spesso rimossa dal dibattito pubblico: il cambio di ruolo richiesto ai dirigenti scolastici. Negli stessi anni in cui si chiedeva alla scuola di innovare senza sosta, la figura del dirigente è stata progressivamente sommersa da incombenze amministrative, scadenze, adempimenti, responsabilità giuridiche. La scuola come un’azienda: open day, obiettivi, numeri e classifiche, costi gestionali: tutto importante, non saremo così ingenui, ma così c’è sempre meno tempo per ciò che dovrebbe essere centrale: la cura degli ambienti, il clima che si respira nei corridoi, la formazione dei docenti – vera, sul campo, a tu per tu, con affiancamenti, buone pratiche, condivisione, confronti… – l’omogeneità dell’offerta formativa da aula ad aula, la coerenza pedagogica tra un consiglio di classe e l’altro, l’ambizione di garantire a ogni quartiere che ospita una scuola il lusso di averla tra le proprie strade. Nessuna piattaforma può supplire a questa funzione di regia educativa e nessun compito è più importante di questo se si dirige una scuola.

Perché il ripensamento del Nord Europa riguarda anche noi

È qui che il ripensamento nordico diventa interessante anche per noi, perché rivedere alcune posizioni e fare un passo laterale o persino un passo indietro rispetto all’entusiasmo iniziale non è revisionismo né restaurazione. È coraggio pedagogico, è la capacità, sempre più rara, di sottrarsi alla logica della moda educativa, di riconoscere che non tutto ciò che è nuovo è automaticamente giusto, e che non tutto ciò che funziona nel breve periodo costruisce apprendimento nel lungo.

La vera questione: priorità contro falsi miti

Il vero nodo non è digitale contro analogico, ma priorità contro falsi miti come il digitale, ma anche l’aziendalismo e il managerialismo a tutti i costi. Una scuola che ha il coraggio di ricalibrare le proprie scelte è una scuola che rimette al centro il tempo lungo dell’apprendimento, la relazione educativa, la fatica cognitiva come valore formativo. Il Nord Europa, oggi, ragionando sul digitale sembra dirci proprio questo: innovare non significa correre sempre in avanti, ma sapere quando fermarsi, guardare i dati, ascoltare le aule e scegliere di nuovo, con maggiore consapevolezza.

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