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La natura e la montagna non sono più (solo) spettacolo: così cambia il cinema naturalistico

La natura e la montagna non sono più (solo) spettacolo: così cambia il cinema naturalistico
Gran Paradiso Film Festival

La direttrice artistica Luisa Vuillermoz spiega la nascita e lo sviluppo del Gran Paradiso Film Festival. Un modello vincente che mette al centro comunità e territorio

C’era un tempo in cui il cinema legato alla natura e alla montagna si limitava a catalogare specie e descrivere habitat, rassicurando lo spettatore con la maestosità distaccata dei documentari tradizionali. Oggi, di fronte all’impatto globale della crisi ecologica e alla saturazione di immagini ad altissima definizione che rischiano di appannare il nostro sguardo, la narrazione ambientale ha dovuto compiere un salto di specie: non si tratta più di spiegare la fauna o la flora, ma di raccontare la complessità delle relazioni tra l’uomo, gli altri esseri viventi e i territori in cui convivono.

In questo scenario di profonda metamorfosi linguistica e culturale, il Gran Paradiso Film Festival si presenta come una delle esperienze più longeve e originali del panorama internazionale. Nato nel 1984 nel cuore del primo Parco Nazionale d’Italia e cresciuto fino a diventare un laboratorio permanente d’innovazione e riflessione collettiva, il festival ha dimostrato che la montagna non è mai stata un mero sfondo scenografico, ma una vera e propria infrastruttura di senso capace di generare attenzione, responsabilità e comunità. Di fronte alle sfide di una narrazione che cambia continuamente e alla necessità di superare il modello del turismo «bulimico» in favore di un’esperienza d’approfondimento, diventa fondamentale comprendere come si stia muovendo il cinema naturalistico e quali risposte possa offrire al presente, ma soprattutto al futuro. A guidarci fra questi ripidi e tortuosi sentieri di montagna è Luisa Vuillermoz, direttrice di Fondation Grand Paradis e anima creativa del festival.

La natura e la montagna non sono più (solo) spettacolo: così cambia il cinema naturalistico
Luisa Vuillermoz
Il Gran Paradiso Film Festival è tra i più longevi del settore wildlife in Italia. Guardando al percorso fatto e al futuro, come si è evoluto il ruolo del cinema naturalistico e quali sfide espressive deve affrontare oggi per continuare a sensibilizzare il pubblico sulla biodiversità e sul rapporto uomo-natura?

Il Gran Paradiso Film Festival nasce nel 1984 grazie a Gabriele Caccialanza, un professore universitario di Pavia che frequentava Cogne. Era un tempo in cui il cinema naturalistico era ancora largamente documentaristico-descrittivo: si mostrava la fauna, si «spiegava» la natura. È partito da una grande intuizione: raccontare la natura selvaggia nel primo parco nazionale italiano, e questa è ancora oggi una delle chiavi del suo successo. Si trattava di un’idea molto originale e innovativa, oltre che essere coerente con la vocazione del territorio.

In 42 anni quel linguaggio si è profondamente trasformato, e il Festival ha attraversato questa trasformazione dall’interno. Innanzitutto, con il mio arrivo come direttrice creativa, si allargarono i confini geografici da Cogne a tutto il Gran Paradiso. Con il triste avvento del Covid, inoltre, un’ulteriore intuizione fu quella di creare il sito dedicato alla manifestazione: in un periodo così difficile, la decisione di creare un’edizione online del Gran Paradiso Film Festival significava ridare spazio alla natura per riflettere su cosa stesse accadendo.

Oggi il film di natura non racconta più soltanto specie e habitat: racconta relazioni. Relazioni tra esseri viventi, tra uomo e ambiente, tra locale e globale. Il cinema naturalistico contemporaneo è enormemente evoluto nella tecnica e nello storytelling: non a caso oggi registi come Vincent Munier o Pippa Ehrlich vincono premi come il César o l’Oscar. Il film di natura è a tutti gli effetti cinema, non più un tema «verde» separato, ma una delle chiavi di lettura del nostro modo di stare al mondo.

In Italia, tuttora, esistono festival dedicati al cinema ambientale, ma, nella celebrazione della bellezza della natura per ispirarne la conservazione, quello del Gran Paradiso rimane senza dubbio uno dei più creativi e singolari.

La sfida espressiva più grande, oggi, è duplice. Da un lato, non arrendersi alla saturazione dell’immagine: viviamo sommersi da video di natura ad altissima definizione, e questo rischia (paradossalmente) di anestetizzare lo sguardo. Il cinema naturalistico serio deve tornare a chiedere tempo, attenzione, silenzio — pensiamo a 2000 Jours au Paradis dei Lapied, diciotto anni di appostamenti nel Gran Paradiso, più di 2000 giorni sul campo per restituire una fauna che quasi nessuno vede, film che il pubblico del GPFF Online ha scelto come vincitore di questa 29ª edizione: è un manifesto di metodo, prima ancora che di poetica. Ed è cambiata anche la tecnica narrativa dei film: si parla sempre di più del rapporto uomo-natura, si è abbandonata l’idea del documentario tradizionale facendo molto più storytelling.

Dall’altro lato, la sfida è narrativa: bisogna raccontare la crisi ecologica senza schiacciarla sulla retorica dell’allarme, che paralizza, né su quella della meraviglia consolatoria, che deresponsabilizza. I film che oggi funzionano davvero — penso a Pangolin: Kulu’s Journey di Pippa Ehrlich, vincitore dello Stambecco d’Oro di questa edizione, e all’insieme del suo lavoro, a cui abbiamo dedicato il Legacy Award 2026 — riescono a tenere insieme rigore scientifico, empatia e impegno civile, trasformando la conoscenza in cambiamento. La manifestazione, a ogni modo, è sempre cresciuta a livello di partecipazione, anche grazie all’ampliamento delle tematiche (non solo cinema, ma anche riflessioni collettive su argomenti di attualità). Nel 2026, rispetto all’anno precedente, le presenze sono cresciute addirittura del 33 per cento, a conferma di questa tendenza positiva.

Le proiezioni e le attività si svolgono nel territorio del Parco. Quanto incide la scelta di un palcoscenico alpino sull’esperienza dello spettatore rispetto a un festival di cinema tradizionale in città?

Cambia tutto, e cambia una cosa in particolare: esiste una relazione con i luoghi. Guardare un film naturalistico nel territorio del Gran Paradiso significa percepire una continuità tra ciò che accade sullo schermo e il paesaggio che ci circonda. Viene meno la distanza tra ciò che si vede e ciò che si vive. In città un film di natura è un’esperienza estetica; qui è un’esperienza di riconoscimento.

Il Parco Nazionale Gran Paradiso non è uno sfondo scenografico, è parte del racconto. Le proiezioni si svolgono in numerose location diffuse — Cogne, Introd, Rhêmes-Notre-Dame, Rhêmes-Saint-Georges, Valsavarenche, Villeneuve, Aymavilles — dentro teatri, castelli, antiche rovine, centri visitatori. Lo spettatore non «va al festival»: attraversa un territorio, incontra le comunità che lo abitano, assapora i prodotti a Marchio di Qualità Gran Paradiso. Questo produce una densità di senso che una sala cittadina, per quanto prestigiosa, non può replicare: la montagna diventa uno strumento che genera attenzione. E l’attenzione, oggi, è la risorsa culturale più scarsa.

La Valle d’Aosta è associata all’idea di montagna, ma ci sono diversi modi di fare montagna: il Monte Bianco è legato all’alpinismo, Cervinia allo sci, Cogne è la capitale del Parco Nazionale Gran Paradiso. Esiste quindi una Valle d’Aosta forte soprattutto d’estate, associata proprio alla natura: pensiamo che più del 30% del territorio regionale è protetto. Per questo, era giusto sviluppare il festival in un luogo così suggestivo e identitario. Anche per questo ha avuto così successo.

Qual è la strategia di Fondation Grand Paradis per coniugare la conservazione dell’ambiente e delle specie simbolo con la promozione turistica e culturale del territorio?

Non ragioniamo per opposizione tra tutela e promozione, ma per integrazione. La nostra convinzione, che è insieme culturale e gestionale, è che un territorio si conserva se lo si conosce, e lo si conosce se lo si sa raccontare bene. Il turismo può essere la distruzione o la salvezza di un determinato luogo. Per una regione come la Valle d’Aosta, che può gestire solo piccoli numeri, bisogna puntare su un turismo di qualità e di approfondimento. Il Festival è uno degli strumenti attraverso cui Fondation Grand Paradis costruisce una narrazione del Gran Paradiso che sia contemporanea, scientifica e accessibile: il cinema porta il pubblico dentro temi complessi — la coesistenza con i grandi predatori, come nella riflessione di Luigi Boitani — e trasforma la visita in consapevolezza.

Attorno al Festival abbiamo costruito un ecosistema che lavora tutto l’anno: la mostra diffusa e permanente La vita attorno a me di Donato Savin, che porta arte contemporanea nel paesaggio di Cogne dialogando con la memoria mineraria e la fauna simbolo del Parco; il Concorso fotografico L’attimo selvatico; le collaborazioni con il Parco Nazionale Gran Paradiso, la Compagnia Valdostana delle Acque, IUCN, LIPU, l’Istituto Storico della Resistenza e la Convenzione delle Alpi; e le “chiavi digitali” del territorio — l’app Visit Gran Paradiso e la Sibilla del Gran Paradiso, il nostro digital human multilingue che accompagna il visitatore prima, durante e dopo il viaggio.

È una strategia che tiene insieme tre parole: identità, conoscenza, cooperazione. La promozione turistica e culturale non viene prima o dopo la conservazione: ne è una funzione.

Molte regioni alpine affrontano il tema della sostenibilità sociale ed economica dei territori interni. Che contributo possono dare i grandi eventi culturali come il Gran Paradiso Film Festival nella tenuta delle comunità locali?

I territori alpini interni, cruciali per la sostenibilità dell’intero Paese, non si tengono in piedi solo con le infrastrutture o con gli incentivi economici. Si tengono in piedi se le persone che ci vivono sentono che il proprio luogo ha un valore, e se chi arriva da fuori riconosce quel valore. I grandi eventi culturali servono esattamente a questo: sono infrastrutture immateriali di comunità.

Il Gran Paradiso Film Festival, in diciotto giornate, mobilita 8 comuni e tanti operatori economici come strutture ricettive, ristoratori, guide, giovani alpinisti — pensiamo al progetto Cordata 4061 con quindici ragazzi valdostani che hanno realizzato tre cortometraggi in alta quota. Le comunità non sono spettatrici passive: sono coautrici del festival, con i loro spazi, i loro prodotti, i loro saperi. E il pubblico che partecipa non consuma il territorio, lo abita per qualche giorno. Questo cambia il tipo di turismo, ma cambia anche il modo in cui gli abitanti guardano se stessi.

Un festival internazionale longevo come il nostro — 29 edizioni in 42 anni — diventa parte del patrimonio identitario della Valle: è un orgoglio per comunità a rischio di spopolamento, e uno strumento di attrazione e visibilità internazionale. Non risolve da solo il tema della sostenibilità sociale delle terre alte, ma dimostra che l’alta qualità culturale è compatibile — anzi, è necessaria — anche nei luoghi piccoli. Come insegnano le montagne: si sale scegliendo la qualità della via, non la quantità dei passi.

Che tipo di turismo immagina per il futuro del Gran Paradiso e della Valle d’Aosta, rispetto a quello di oggi?

Immagino un turismo che smetta di essere misurato solo in numeri e cominci a essere misurato in relazioni. Oggi il paradigma dominante — quello che abbiamo visto degenerare nelle Dolomiti — è un turismo estrattivo: si consuma il paesaggio, si porta via un’immagine, si lascia poco. Non è il turismo che serve alla Valle d’Aosta, e non è il turismo che le nostre montagne possono reggere.

Il futuro che immagino per il Gran Paradiso è un turismo di approfondimento, competente, curioso. Un pubblico che sceglie di venire qui non nonostante la natura sia difficile, ma perché la natura è difficile: perché richiede tempo, silenzio, rispetto. Un turista che si informa prima di partire — magari dialogando con la Sibilla del Gran Paradiso —, che sceglie percorsi meno battuti attraverso l’app Visit Gran Paradiso, che vede un film al Festival e poi cammina nei luoghi che quel film ha raccontato, che dorme nelle nostre strutture indipendenti e mangia prodotti del territorio. Un turista che accetta di essere accompagnato dentro un genius loci, non solo servito.

Il cinema di natura, la conservazione, l’ospitalità di eccellenza e l’innovazione digitale sono le quattro leve su cui poggiamo. Ma la scommessa vera è un’altra: fare del Gran Paradiso un luogo che non si visita, si attraversa; che non si consuma, si comprende. Perché se le grandi montagne del mondo hanno un futuro, non sarà scritto dai numeri degli arrivi: sarà scritto dallo sguardo di chi torna a casa un po’ cambiato.

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