Nel XXI secolo il potere non si misura più soltanto in chilometri quadrati o arsenali militari, ma nella capacità di controllare le materie prime indispensabili alla tecnologia avanzata. “Geopolitica delle Terre Rare“, scritto da Paolo Gila e Maurizio Mazziero e pubblicato da Hoepli, affronta con rigore e chiarezza uno dei nodi centrali della competizione globale: il dominio su quei 17 elementi chimici senza i quali non esisterebbero transizione energetica, digitale, aerospaziale e militare. Il libro smonta innanzitutto un luogo comune: le terre rare non sono realmente rare dal punto di vista geologico. Sono diffuse nella crosta terrestre, ma difficili da estrarre e soprattutto da raffinare. Ma quali sono le terre rare? Scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio e lutezio. I processi di separazione chimica sono complessi, costosi e altamente inquinanti. Ed è proprio su questo terreno che si è costruito il primato cinese. La Cina ha accettato per decenni un prezzo ambientale altissimo, sviluppando un sistema industriale capace di gestire non solo l’estrazione, ma l’intera catena del valore, dalla purificazione allo stoccaggio.
Gila e Mazziero mostrano come questo vantaggio non sia casuale, ma il risultato di una strategia di lungo periodo. Già in epoca maoista le terre rare erano considerate una risorsa decisiva per il futuro potere economico. Con Deng Xiaoping prima e con l’ingresso nel WTO poi, Pechino ha trasformato quella visione in una politica industriale coerente, sostenuta da sussidi statali, deregolamentazione ambientale e controllo centralizzato delle esportazioni. Oggi la superpotenza asiatica concentra la maggior parte della produzione mondiale e può usare le terre rare come una vera arma geopolitica, modulando forniture e prezzi in funzione delle tensioni internazionali. Il confronto con gli Stati Uniti è uno dei fili conduttori del volume. Washington appare sempre più consapevole della propria vulnerabilità strategica: oltre l’80% delle terre rare utilizzate dall’industria americana proviene dalla Cina, incluse quelle impiegate nei settori più sensibili della difesa, dai sistemi missilistici ai motori a reazione. Da qui la corsa a nuove fonti di approvvigionamento e l’interesse per aree come la Groenlandia, l’Ucraina e l’Africa, che il saggio inquadra come nuovi fronti di una competizione globale che va ben oltre l’economia.
Particolarmente critica è la posizione dell’Europa. Priva di una strategia comune realmente efficace, vincolata da normative ambientali stringenti e da una frammentazione decisionale cronica, l’Unione europea si trova stretta tra la dipendenza dalla Cina e l’incapacità di sviluppare una filiera autonoma. Il riciclo e l’economia circolare, pur necessari, non sono sufficienti a colmare il divario. L’esito è una crescente esposizione strategica proprio nel momento in cui la transizione verde e digitale aumenta in modo esponenziale la domanda di terre rare. Il libro non si limita però alla dimensione geopolitica. Un’intera parte è dedicata alla finanza e agli investimenti, mostrando come attorno a queste materie prime strategiche si stia sviluppando un mercato ancora opaco ma in rapida espansione. L’assenza di borse ufficiali di contrattazione rende i prezzi poco trasparenti, ma fondi, ETF e veicoli finanziari stanno già intercettando la corsa alle risorse critiche. È il segnale che queste ultimne si riflette sempre più direttamente sui mercati, trasformando le scelte strategiche degli Stati in opportunità – e rischi – per gli investitori. “Geopolitica delle Terre Rare” è quindi molto più di un approfondimento tecnico. È una mappa interpretativa del mondo che sta emergendo, in cui la competizione per le risorse sostituisce quella ideologica e in cui la supremazia tecnologica dipende dal controllo di elementi invisibili ma decisivi. Un saggio che aiuta a capire perché il futuro non si giocherà solo nei palazzi della diplomazia o sui campi di battaglia, ma anche nelle miniere, nei laboratori chimici e nelle catene di approvvigionamento globali. Perché, come mostrano gli autori, chi controlla le terre rare oggi controlla le condizioni del potere di domani.

