L’azione dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha messo a nudo un elemento strutturale della strategia di Hamas: l’uso sistematico di organizzazioni civili, umanitarie e politiche come strumenti di copertura per finanziare, sostenere e legittimare l’attività terroristica. Un meccanismo che non solo sottrae risorse ai civili palestinesi, ma compromette direttamente ogni tentativo di stabilizzazione e di costruzione di una pace duratura nella Striscia di Gaza. Secondo l’ultimo report del Tesoro statunitense, Hamas opera da anni dietro le quinte di ONG e strutture formalmente indipendenti, utilizzandole per raccogliere fondi, aggirare i controlli internazionali e mascherare il sostegno all’ala militare, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. È una strategia deliberata, fondata sull’inganno dei donatori e sull’uso strumentale dell’umanitarismo, che finisce per privare la popolazione civile di cure mediche e assistenza reale.
In questo quadro si inserisce la designazione di sei organizzazioni con sede a Gaza – Waed Society Gaza, Al-Nur Society Gaza, Qawafil Society Gaza, Al-Falah Society Gaza, Merciful Hands Gaza e Al-Salameh Society Gaza – tutte indicate come integrate o controllate dall’ala militare di Hamas. Documenti interni sequestrati dopo il 7 ottobre 2023 mostrano come membri delle forze di sicurezza di Hamas fossero formalmente assegnati a queste ONG e come i combattenti ricevessero istruzioni su come utilizzare la burocrazia “caritatevole” per ottenere fondi, servizi e progetti funzionali all’organizzazione. Accanto al livello locale, l’OFAC individua una proiezione esterna altrettanto strutturata. La Conferenza Popolare per i Palestinesi all’Estero (PCPA) viene descritta come un’organizzazione di facciata, posseduta e diretta da Hamas, incaricata di espandere clandestinamente l’influenza politica del movimento attraverso la diaspora palestinese. Fondata e gestita da esponenti dell’Ufficio per le relazioni internazionali di Hamas, all’epoca guidato da Mussa Abu Marzouq, la PCPA è stata individuata come uno degli strumenti centrali per rafforzare la presenza internazionale di Hamas, come ribadito nel 2018 dall’ex leader di Hamas Ismail Haniyeh.
È all’interno di questa architettura che vanno collocate le cosiddette flottiglie dirette verso Gaza. Le risultanze del Tesoro americano chiariscono che non si è trattato di iniziative spontanee della società civile, né di semplici missioni umanitarie, ma di operazioni politiche e mediatiche costruite da Hamas attraverso le proprie strutture esterne. Le flottiglie avevano una funzione precisa: produrre eventi simbolici ad alto impatto, sfidare il cordone di sicurezza israeliano e generare narrazioni utili alla propaganda, utilizzando la presenza di delegazioni occidentali come scudo politico e moltiplicatore di legittimità. Il PCPA ha avuto un ruolo centrale nell’organizzazione e nella promozione di queste iniziative, operando secondo le direttive di Hamas e sotto il controllo di figure chiave del movimento in Europa, tra cui Majid Khalil Moussa al-Zeer, già presidente del PCPA, e Zaher Khaled Hassan Birawi, dirigente e membro fondatore, oggi formalmente sanzionato per il suo ruolo nel sostegno materiale all’organizzazione.
È in questo contesto che assume rilievo la partecipazione di parlamentari italiani ed europei alle missioni della Flotilla. Alla spedizione hanno preso parte il senatore Marco Croatti (Movimento 5 Stelle), l’europarlamentare Annalisa Corrado (Partito Democratico), il deputato Arturo Scotto (Partito Democratico) e l’europarlamentare Benedetta Scuderi (Alleanza Verdi e Sinistra). La loro presenza è stata utilizzata dagli organizzatori come elemento di legittimazione politica dell’operazione, rafforzandone l’impatto mediatico e simbolico. Alla luce delle designazioni dell’OFAC, non è più sostenibile descrivere la Flotilla come un’iniziativa neutrale o esclusivamente umanitaria. Essa si inseriva a pieno titolo nella strategia internazionale di Hamas, con il PCPA nel ruolo di snodo organizzativo e politico. La partecipazione di rappresentanti delle istituzioni italiane ha fornito a questa strategia una copertura istituzionale che Hamas ha potuto spendere sul piano propagandistico. Il nodo non riguarda la legittimità della solidarietà verso i civili palestinesi, ma il canale attraverso cui quella solidarietà è stata esercitata. Le indagini americane mostrano come Hamas utilizzi sistematicamente ONG, conferenze e iniziative civili per mimetizzare il terrorismo e raccogliere consenso. Inserirsi in questo circuito significa, di fatto, rafforzarlo. Per questo, i parlamentari italiani coinvolti devono assumersi la responsabilità politica del loro agire. Non è sufficiente invocare le intenzioni dichiarate o rifugiarsi nell’ambiguità. La scelta di partecipare a una missione riconducibile a una struttura oggi formalmente designata come controllata da Hamas è una scelta politica, e come tale richiede spiegazioni pubbliche chiare. Continuare a rimuovere questo contesto significa contribuire alla normalizzazione di una strategia che utilizza l’umanitarismo come copertura del terrorismo e le istituzioni democratiche come amplificatore della sua propaganda.
