La guerra tra Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall’altra continua ad allargarsi mentre l’intero Medio Oriente entra in una fase di crescente instabilità. Dopo giorni di attacchi e controffensive, Teheran appare indebolita ma continua a dimostrare di possedere la capacità di reagire e di mantenere saldo il controllo del Paese. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha annunciato l’intenzione di colpire uno dei nodi più sensibili del commercio energetico mondiale: il traffico di petrolio nel Golfo Persico. In un comunicato diffuso dai media iraniani, i Pasdaran hanno dichiarato che non sarà più consentito il passaggio di petroliere che trasportano greggio destinato a Stati Uniti, Israele o ai loro partner. Secondo il messaggio, l’Iran non permetterà più che il petrolio della regione venga venduto a quelli che definisce Paesi coinvolti nel conflitto o loro alleati. La tensione si riflette anche sul piano militare regionale. In Turchia il sistema antimissile Patriot è stato dispiegato nella base Nato di Malatya, nel sud del Paese. L’annuncio è arrivato dal ministero della Difesa di Ankara dopo che un missile proveniente dall’Iran è stato intercettato mentre si dirigeva verso lo spazio aereo turco. Si tratta del secondo episodio nel giro di pochi giorni: un primo vettore era stato neutralizzato il 4 marzo nella stessa area. Il governo turco ha ribadito di non essere parte del conflitto e di non aver autorizzato l’utilizzo del proprio territorio o delle proprie basi per operazioni militari. Sul fronte politico e diplomatico il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran è pronta a proseguire lo scontro contro Stati Uniti e Israele «per tutto il tempo necessario». In un’intervista televisiva ha affermato che l’Iran continuerà a lanciare attacchi missilistici ogni volta che lo riterrà opportuno, aggiungendo che la prospettiva di un negoziato con Washington non è più all’ordine del giorno.
La strategia iraniana si è progressivamente estesa a un conflitto regionale più ampio. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati nuovamente presi di mira da droni e missili lanciati dal territorio iraniano. Il ministero della Difesa emiratino ha comunicato che i sistemi di difesa aerea sono entrati in azione per intercettare le minacce provenienti dall’Iran. Gli attacchi dimostrano come Teheran stia cercando di coinvolgere l’intero sistema di sicurezza del Golfo, mettendo sotto pressione i Paesi che ospitano basi o infrastrutture utilizzate dagli Stati Uniti. Dalla Casa Bianca la risposta è arrivata con toni estremamente duri. Il presidente Donald Trump ha avvertito che un eventuale tentativo iraniano di bloccare il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz provocherebbe una reazione militare molto più devastante rispetto a quanto visto finora. Secondo il presidente americano, gli Stati Uniti potrebbero colpire obiettivi strategici in grado di compromettere in modo permanente la capacità dell’Iran di ricostruire le proprie infrastrutture. Trump ha comunque aggiunto di sperare che una simile escalation possa essere evitata. Anche sul piano politico interno iraniano la tensione resta altissima. I Pasdaran hanno replicato alle dichiarazioni di Trump secondo cui la guerra potrebbe concludersi presto affermando che sarà invece l’Iran a determinare l’esito del conflitto. In una nota ufficiale il portavoce delle Guardie della Rivoluzione ha sostenuto che il futuro equilibrio della regione dipende dalle forze armate iraniane e che gli Stati Uniti non saranno in grado di imporre la fine delle ostilità.
Nel frattempo Trump ha espresso apertamente la propria contrarietà alla nomina della nuova Guida Suprema iraniana. Interrogato sulla scelta della leadership di Teheran, il presidente americano ha dichiarato di essere rimasto deluso e ha aggiunto di preferire soluzioni politiche interne che possano portare a un cambiamento della guida del Paese, citando il modello adottato in Venezuela come esempio di possibile alternativa. Nonostante dieci giorni di bombardamenti intensi condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari e infrastrutture iraniane, il sistema di potere della Repubblica islamica non sembra sul punto di crollare. Molti dirigenti sono stati eliminati o colpiti, ma l’apparato statale continua a funzionare e a coordinare le operazioni militari. La leadership politica, pur riducendo le apparizioni pubbliche per ragioni di sicurezza, continua a diffondere messaggi che mostrano compattezza e determinazione. Le forze armate iraniane mantengono la capacità di colpire bersagli in diversi Paesi della regione, inclusi Israele e gli Stati del Golfo, anche se il numero di missili lanciati è inferiore rispetto ai primi giorni di guerra. Secondo diverse analisi militari, negli ultimi giorni Teheran avrebbe utilizzato in media circa quarantacinque missili al giorno contro obiettivi nella regione, molto meno rispetto ai centinaia impiegati nelle fasi iniziali del conflitto. Allo stesso tempo l’Iran continua a utilizzare massicciamente droni contro infrastrutture energetiche, aeroporti e installazioni diplomatiche. L’intensità e la distribuzione degli attacchi indicano che dietro le operazioni esiste ancora una struttura di comando funzionante e coordinata. Le forze iraniane hanno preso di mira in particolare siti diplomatici e militari statunitensi, oltre a infrastrutture energetiche e nodi logistici utilizzati per i rifornimenti delle forze occidentali. In alcuni casi sono stati colpiti anche gruppi armati curdi presenti nelle zone di confine con l’Iraq, con l’obiettivo di impedire l’apertura di un nuovo fronte terrestre. Nelle città iraniane la presenza delle forze di sicurezza resta massiccia. Pattuglie armate e posti di blocco sono stati rafforzati mentre le autorità hanno imposto restrizioni alle comunicazioni per evitare nuove proteste interne. Dopo le manifestazioni represse all’inizio dell’anno, il governo teme che la guerra possa riaccendere il malcontento popolare. Per questo motivo i servizi di sicurezza hanno inviato messaggi ai cittadini avvertendo che qualsiasi protesta potrebbe essere considerata un atto di collaborazione con il nemico.
Nonostante le difficoltà, molti analisti ritengono che il sistema politico iraniano sia stato progettato proprio per sopravvivere anche alla perdita di singoli leader. La recente nomina di Mojtaba Khamenei (che è rimasto gravemente ferito durante gli attacchi israelo-americani), alla guida suprema dello Stato è stata interpretata come un segnale di continuità e di consolidamento del potere attorno alle strutture militari e religiose che dominano il Paese. Secondo diversi osservatori, la leadership iraniana sta cercando di resistere agli attacchi contando sul fatto che una campagna aerea, da sola, difficilmente riuscirà a provocare il collasso del regime. L’obiettivo di Teheran sarebbe quello di prolungare il conflitto fino a rendere troppo costoso per Stati Uniti e Israele mantenerlo nel tempo. Dietro la lotta per il potere si muove anche un enorme sistema economico. Al centro di questo apparato c’è il Setad, la fondazione creata dopo la rivoluzione del 1979 per gestire i beni confiscati dal regime. Nel corso degli anni l’organizzazione si è trasformata in un vero conglomerato con interessi che spaziano dall’energia alle telecomunicazioni, dall’agricoltura alle banche. Le stime più recenti indicano che il suo valore potrebbe superare i 200 miliardi di dollari. Il potere economico legato alla nuova guida iraniana si estenderebbe anche all’estero. Tra le proprietà attribuite alla rete finanziaria vicina alla famiglia Khamenei figurano numerosi immobili nel quartiere londinese di Hampstead e due appartamenti di lusso nei pressi di Kensington Palace. Gli edifici, acquistati tra il 2013 e il 2016 tramite intermediari, avrebbero un valore complessivo di decine di milioni di euro e avrebbero alimentato sospetti su possibili attività di intelligence.
