Tra la strategia di Donald Trump, che punta a trasformare il Venezuela in una potenza energetica affidabile e allineata agli interessi statunitensi, e la sua concreta realizzazione si erge una figura ingombrante e imprevedibile: Diosdado Cabello. Considerato il vero dominus dell’apparato di sicurezza e delle milizie paramilitari chaviste, Cabello rappresenta oggi il principale fattore di instabilità nel delicato passaggio di potere che si è aperto dopo la caduta di Nicolás Maduro. Per anni Cabello si è costruito l’immagine del più inflessibile custode del regime. Il suo nome, che in spagnolo significa “dato da Dio”, è diventato sinonimo di repressione. È lui ad aver diretto e protetto i “colectivos”, gruppi armati informali che negli ultimi giorni hanno sfilato per Caracas in motocicletta, dando vita a una dimostrazione muscolare pensata per intimidire nuovamente la popolazione e segnalare che il controllo del territorio resta saldamente nelle mani del potere chavista. Incriminato negli Stati Uniti insieme all’ex presidente Maduro, Cabello si trova ora davanti a un bivio strategico. Può scegliere di sostenere il nuovo assetto istituzionale guidato dalla sua storica rivale Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim, oppure tentare una mossa azzardata per assumere direttamente il controllo del Paese, con il rischio concreto di uno scontro frontale con le forze statunitensi presenti sul terreno.
Prevedere le sue mosse resta però estremamente complesso. Cabello ha costruito il proprio potere anche attraverso una narrazione paranoica e aggressiva, alimentata dal suo programma settimanale sulla televisione di Stato, una maratona di ore tra invettive, complottismo e ostentazioni di forza, significativamente intitolata “Bringing Down the Hammer”, arrivata ormai a superare i cinquecento episodi. Sessantadue anni, ministro degli Interni, della Giustizia e della Pace, Cabello ha finora mostrato una facciata di lealtà istituzionale partecipando alla cerimonia di insediamento di Rodríguez, alla presenza delle varie correnti del partito socialista. Ma dietro quella rappresentazione unitaria si muove un’altra realtà. Nella stessa notte, Cabello compariva armato di fucile accanto alle forze di sicurezza in assetto antisommossa, esortandole a presidiare le strade di Caracas per soffocare sul nascere qualsiasi protesta. «Dubitare è tradire», avrebbe detto ai reparti, spronandoli a “combattere per la vittoria” nelle strade della capitale.
Lo stato di emergenza proclamato dopo l’arresto di Maduro ha ulteriormente irrigidito il clima. Secondo i decreti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, le forze di sicurezza hanno ricevuto istruzioni per individuare e reprimere presunti simpatizzanti degli Stati Uniti. Nelle ultime ore sono stati segnalati posti di blocco in tutta Caracas, con uomini armati e incappucciati che controllano i telefoni dei cittadini alla ricerca di messaggi considerati ostili al governo. Questa escalation repressiva sembra però entrare in contraddizione con le dichiarazioni dello stesso Trump, che ha lasciato intendere una possibile attenuazione delle misure più dure. In una conferenza stampa, il presidente americano ha persino affermato che alcune strutture di tortura nel centro della capitale venezuelana sarebbero in fase di smantellamento.
Cabello resta comunque una delle incarnazioni più pure del chavismo. Ufficiale dell’esercito, legò il proprio destino a quello di Hugo Chávez fin dai tempi dell’accademia militare, condividendo con lui persino una squadra di baseball. Durante il tentato golpe del 1992 guidato da Chávez, Cabello comandò i carri armati diretti contro il palazzo presidenziale di Miraflores. Arrestato, trascorse due anni in prigione prima di essere graziato. Dieci anni dopo, fu tra i protagonisti del ritorno di Chávez al potere dopo il colpo di Stato del 2002. Nel tempo, l’influenza del clan Cabello si è estesa a numerosi gangli dello Stato. Diversi membri della sua famiglia sono finiti sotto sanzioni del Dipartimento del Tesoro statunitense per presunta corruzione e sostegno al regime, accuse respinte come parte di una campagna diffamatoria. Tra i nomi coinvolti figurano il fratello José, alla guida dell’agenzia delle entrate, e la figlia Daniella, impegnata in un progetto statale per la promozione delle esportazioni venezuelane. Nel 2016 Cabello citò per diffamazione a New York l’editore del Wall Street Journal, dopo un’inchiesta che lo collegava a indagini federali per narcotraffico e riciclaggio. La causa fu archiviata, ma negli anni successivi le accuse si sono rafforzate fino a culminare nell’incriminazione formale.
Oggi Cabello è uno dei pochissimi vertici chavisti formalmente accusati negli Stati Uniti di reati legati al traffico di droga ed è indicato come coimputato nel procedimento contro Maduro. Il suo ruolo di “braccio operativo” del regime è emerso con particolare evidenza dopo le contestate elezioni del luglio 2024, quando Maduro si proclamò vincitore nonostante i dati indicassero una netta affermazione dell’opposizione guidata da Edmundo González. Poco dopo, Cabello fu nominato ministro degli Interni mentre le forze paramilitari venivano impiegate per reprimere quartieri popolari, arrestare attivisti e spingere all’esilio numerosi avversari politici. Il solo nome di Cabello incute timore. Molti venezuelani evitano di parlarne apertamente, temendo ritorsioni. C’è chi lo descrive come un uomo che conosce ogni snodo del Paese e ogni equilibrio di potere, alimentando le voci su una sua ambizione mai sopita di arrivare alla presidenza. Come scrive il Wall Street Journal a Washington, la speranza è che Delcy Rodríguez riesca a contenerlo. Ma diversi analisti restano scettici. Cabello, osservano, non ha mai mostrato alcuna reale propensione al compromesso. E mentre il nuovo assetto politico tenta di prendere forma, resta aperta la domanda centrale: quanto a lungo il Venezuela potrà reggere con una figura come Diosdado Cabello pronta, nell’ombra, a reclamare il trono.
