Le tensioni tra Stati Uniti e Iran tornano a salire mentre, sul piano militare e diplomatico, si moltiplicano i segnali di una possibile nuova escalation. Secondo quanto riferito dalla CNN in un servizio trasmesso nella notte, il Pentagono starebbe lavorando a una serie di piani operativi da attivare nel caso di una ripresa dei combattimenti con Teheran. Il fulcro della strategia americana riguarda lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. L’obiettivo dichiarato è ridurre la capacità iraniana di bloccare il passaggio delle navi, intervenendo su quelli che vengono definiti “obiettivi dinamici”: motovedette veloci e unità navali impiegate per la posa di mine, ritenute gli strumenti principali con cui l’Iran può paralizzare il traffico marittimo. Tuttavia, gli stessi funzionari della sicurezza statunitense ammettono che colpire esclusivamente queste piattaforme non garantirebbe una riapertura immediata dello stretto. Per questo, il piano allo studio si estende anche a una più ampia campagna di pressione, che includerebbe attacchi mirati contro infrastrutture strategiche ed energetiche iraniane. Una mossa che punta a indebolire economicamente il Paese e costringerlo a negoziare da una posizione di svantaggio, in linea con la linea dura già espressa dall’amministrazione di Donald Trump.
Tra le opzioni discusse emerge anche quella, altamente sensibile, dell’eliminazione mirata di figure chiave della leadership iraniana considerate responsabili di ostacolare il dialogo diplomatico. L’obiettivo sarebbe quello di disarticolare la componente più intransigente del regime e favorire un possibile accordo politico. Sul terreno, intanto, la situazione resta estremamente tesa. La portaerei USS George H.W. Bush (CVN-77) è entrata nell’area operativa del Comando Centrale americano, portando a tre il numero di gruppi navali statunitensi dispiegati in Medio Oriente. Parallelamente, secondo fonti militari, l’Iran avrebbe intensificato la posa di mine nello Stretto di Hormuz. A complicare ulteriormente il quadro, emergono anche le difficoltà logistiche degli Stati Uniti. Secondo valutazioni interne del Dipartimento della Difesa, riportate dal The New York Times, le scorte di armamenti si sarebbero ridotte in modo significativo dopo mesi di operazioni: oltre 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio, circa 1.000 Tomahawk, 1.200 intercettori Patriot — ciascuno con un costo superiore ai quattro milioni di dollari — e un migliaio di missili di precisione già utilizzati.
Sul fronte iraniano, la risposta è affidata a toni altrettanto duri. Secondo quanto riportato dall’agenzia Mehr e ripreso dal The Guardian, il vicepresidente Esmaeil Saqab Esfahani ha avvertito che Teheran adotterà la “legge del taglione” in caso di attacchi ai propri impianti energetici: «Se uno dei nostri pozzi verrà colpito, prenderemo di mira strutture petrolifere dei Paesi da cui partono gli attacchi». Allo stesso tempo, ha assicurato che la delegazione iraniana mantiene il controllo dei negoziati e che sono state adottate misure per garantire l’approvvigionamento energetico interno. Le tensioni si riflettono anche nei rapporti tra Washington e i suoi alleati. Secondo Reuters, gli Stati Uniti starebbero valutando possibili misure punitive nei confronti di alcuni Paesi NATO che avrebbero rifiutato supporto operativo, come l’accesso a basi o lo spazio aereo. Tra le ipotesi più controverse figurerebbero la sospensione della Spagna dall’Alleanza e una revisione della posizione americana sulla sovranità britannica delle Isole Falkland.
Sul piano politico interno iraniano, il quadro appare altrettanto complesso. Il dialogo con Washington è reso più difficile dall’incertezza sulla leadership, aggravata dalle condizioni di Mojtaba Khamenei. Secondo ricostruzioni del The New York Times, il leader sarebbe lucido ma fisicamente debilitato, dopo diversi interventi chirurgici e gravi ustioni che ne limitano anche la capacità di parlare. In questo vuoto di potere si è consolidata una leadership collettiva dominata da figure legate ai Pasdaran, tra cui Ahmad Vahidi, Mohsen Rezaei e Mohammad Bagher Zolghadr, insieme all’ex capo dell’intelligence Hossein Taeb e all’ex comandante Ali Jafari. Un ruolo centrale è ricoperto da Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore iraniano. Proprio Ghalibaf ha cercato di mostrare compattezza, negando divisioni interne: «Niente moderati o radicali, l’Iran è una sola nazione». Un messaggio rilanciato in modo coordinato anche dal presidente Pezeshkian. Tuttavia, secondo diverse fonti iraniane e pakistane, la realtà sarebbe più frammentata, con i pragmatici — tra cui il ministro degli Esteri Araghchi — progressivamente emarginati dalle decisioni strategiche, sia sul piano militare che su quello diplomatico. In questo contesto, tra preparativi militari, tensioni tra alleati e fragilità interna iraniana, il rischio di una nuova escalation resta concreto, mentre il negoziato appare sempre più incerto e appeso a equilibri estremamente precari.
