Donald Trump riduce le esercitazioni militari con la Corea del Sud perché considera «ostile» continuare a mostrarle a un Kim Jong-un con il quale dice di avere ancora un ottimo rapporto; Lee Jae-myung, praticamente nelle stesse ore, torna a chiedere che Seoul recuperi entro la fine del suo mandato il controllo operativo delle proprie forze in caso di guerra; Pyongyang osserva entrambi, rifiuta di considerare il gesto americano una vera concessione e il giorno successivo lancia verso il mare circa dieci missili balistici a corto raggio.
In meno di una settimana la penisola coreana ha condensato in una successione rapidissima tutti i paradossi che la attraversano da oltre settant’anni e, soprattutto, ha mostrato quanto il nuovo tentativo di Donald Trump di riaprire il dossier nordcoreano possa produrre effetti molto più ampi di un eventuale quarto incontro con Kim Jong-un. Perché questa volta non è in discussione soltanto se Washington e Pyongyang torneranno a parlarsi: a essere rimessi sul tavolo sono il funzionamento stesso dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, il ruolo militare americano nella penisola e il grado di autonomia che Seoul vuole conquistare mentre il Nord continua ad ampliare il proprio arsenale.
Tutto è cominciato il 16 agosto, quando Trump ha annunciato di avere ordinato al Pentagono di «ridurre sostanzialmente» le esercitazioni militari congiunte con Seoul, definendole costose e soprattutto un segnale «totalmente inappropriato e ostile» nei confronti della Corea del Nord. Le Ulchi Freedom Shield erano già programmate dal 17 al 27 agosto, avrebbero coinvolto circa 18 mila militari sudcoreani insieme alle forze americane e quest’anno erano state adattate anche alle nuove minacce emerse dalla guerra in Ucraina, dai droni alle operazioni cyber fino alle interferenze GPS. Trump ha motivato la decisione richiamando ancora una volta il proprio rapporto personale con Kim, sostenendo che il leader nordcoreano si fosse mostrato «rispettoso» e che continuare a esercitarsi militarmente contro di lui fosse perfino «insulting».
Non era la prima volta. Dopo il vertice di Singapore del 2018 Trump aveva già sospeso grandi esercitazioni congiunte con la Corea del Sud nel tentativo di facilitare il negoziato nucleare con Pyongyang, inaugurando una diplomazia nella quale il rapporto personale con Kim veniva deliberatamente utilizzato per superare le rigidità dell’apparato diplomatico tradizionale. Otto anni dopo, però, lo scenario è completamente diverso: il programma nucleare nordcoreano è più avanzato, il legame militare tra Pyongyang e Mosca è diventato strutturale e la Corea del Nord ha acquisito persino esperienza diretta sul campo di battaglia attraverso il dispiegamento delle proprie truppe a sostegno della Russia. Proprio quelle lezioni, avevano ricordato pochi giorni prima ufficiali americani e sudcoreani, erano state incorporate negli scenari delle esercitazioni di quest’anno.
Il modo in cui la decisione americana è arrivata a Seoul ha aggiunto un problema ulteriore. Il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun ha riferito al Parlamento che né il governo di Seoul né, apparentemente, gli stessi funzionari americani erano stati informati preventivamente dell’ordine presidenziale. Le esercitazioni sono quindi iniziate regolarmente il 17 agosto e soltanto successivamente Stati Uniti e Corea del Sud hanno stabilito come applicare la direttiva: Ulchi Freedom Shield è stata ridotta da undici a cinque giorni e si è conclusa il 21 agosto, sei giorni prima del previsto, mentre una parte dell’addestramento sul terreno è stata cancellata, rinviata o ridimensionata. In particolare è saltata la seconda fase dell’esercitazione, quella maggiormente orientata alle operazioni di contrattacco, lasciando il programma concentrato soprattutto sulla difesa.
Ed è precisamente qui che la storia diventa più complicata di una semplice nuova apertura Trump-Kim.
Lee Jae-myung e il comando che Seoul aspetta dal 1950
Il 18 agosto, mentre ancora si discuteva delle conseguenze dell’ordine americano, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha ribadito davanti al governo che la Corea del Sud deve recuperare entro la fine del suo mandato, nel 2030, il wartime Operational Control, l’OPCON, cioè il controllo operativo delle proprie forze in caso di guerra. Parallelamente ha chiesto di accelerare il programma per dotare il Paese di sottomarini a propulsione nucleare e di rafforzare complessivamente le capacità militari autonome della Corea del Sud.
Definire questa posizione una richiesta di «indipendenza militare», come hanno fatto alcuni titoli della stampa internazionale, è efficace ma rischia di semplificarla eccessivamente. Lee non sta proponendo l’allontanamento degli Stati Uniti dalla penisola e non mette in discussione l’alleanza con Washington; sostiene, al contrario, che una maggiore capacità autonoma sudcoreana renda quell’alleanza più forte, non più debole. «Quando l’alleanza è solida, la base della sicurezza diventa più forte, mentre il nostro valore e la nostra importanza come alleato crescono se rafforziamo le nostre capacità», ha spiegato.
Il tema, tuttavia, tocca uno dei nervi più profondi della sovranità sudcoreana. Durante la guerra di Corea Seoul trasferì il controllo operativo delle proprie forze al comando delle Nazioni Unite guidato dagli Stati Uniti; nel 1978 l’autorità passò al Combined Forces Command americano-sudcoreano e soltanto nel 1994 la Corea del Sud recuperò l’OPCON in tempo di pace. In caso di un nuovo conflitto, invece, il controllo operativo resta esercitato attraverso il comando combinato, storicamente guidato da un generale americano a quattro stelle. Il trasferimento dell’OPCON di guerra è stato concordato da tempo ma continuamente rinviato, passando da un calendario basato su date prestabilite a un meccanismo condizionato alla verifica delle effettive capacità sudcoreane.
Ed è qui che la decisione di Trump produce un cortocircuito quasi perfetto: le stesse esercitazioni che il presidente americano ha ridotto per mandare un segnale a Kim sono anche uno degli strumenti attraverso i quali Seoul deve dimostrare di essere pronta a recuperare il comando in caso di guerra.
Il processo di trasferimento prevede infatti diverse fasi di certificazione delle capacità del futuro comando guidato dalla Corea del Sud. Il governo Lee sperava di utilizzare proprio Ulchi Freedom Shield per avanzare nella valutazione della Full Operational Capability e arrivare al prossimo Security Consultative Meeting con gli Stati Uniti, previsto in ottobre, nelle condizioni di discutere un calendario più preciso; secondo la stampa sudcoreana, Seoul punta al 2028 e in passato è stata valutata persino la possibilità del 2027. Il ridimensionamento improvviso delle esercitazioni potrebbe complicare quella tabella di marcia, tanto che le autorità sudcoreane stanno cercando di preservare o recuperare separatamente parte delle attività necessarie alla certificazione.
Se quindi Trump ha indirettamente rafforzato l’argomento politico di chi a Seoul considera urgente ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ha contemporaneamente indebolito uno degli strumenti pratici attraverso i quali quella maggiore autonomia deve essere certificata.
Seoul accetta la scommessa di Trump
Lee, tuttavia, ha scelto di non trasformare l’episodio in uno scontro aperto con Washington. Al contrario, ha accolto il ridimensionamento delle esercitazioni come una possibile opportunità diplomatica, dichiarando di rispettare il tentativo di Trump di creare condizioni favorevoli alla ripresa del dialogo con la Corea del Nord.
La posizione del governo sudcoreano è diventata ancora più esplicita nelle ore successive. Il ministro dell’Unificazione Chung Dong-young ha sostenuto che la riduzione delle esercitazioni potrebbe aprire uno spazio per nuovi colloqui tra Stati Uniti e Corea del Nord, ricordando che Pyongyang considera da sempre i grandi war games congiunti uno dei simboli principali della cosiddetta «politica ostile» americana. E il 21 agosto un alto funzionario dello stesso ministero è andato oltre, definendo la ripresa del dialogo diretto Washington-Pyongyang la soluzione più «pratica» disponibile in questo momento per tentare almeno di frenare l’espansione nucleare nordcoreana. Con gli scambi intercoreani bloccati, ha spiegato, non esiste al momento un altro «motore» capace di rimettere in movimento il processo; gli sviluppi di questi giorni potrebbero essere non semplicemente «una scintilla», ma uno spostamento delle «placche tettoniche».
È una scelta politicamente delicata perché Seoul rischia di incoraggiare un canale bilaterale nel quale potrebbe essere inizialmente marginalizzata. Lee ha però già definito il ruolo che vorrebbe assumere: Trump come «peacemaker», lui come «pacemaker», colui che facilita il ritorno al dialogo e prova successivamente a trasformarlo in un processo più ampio per la penisola.
Pyongyang, almeno per ora, sembra voler fare esattamente il contrario.
Kim Yo-jong separa Trump da Seoul
La risposta nordcoreana alla decisione americana è arrivata attraverso Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un e ormai una delle figure centrali nella comunicazione politica del regime. Il suo messaggio è stato molto più sofisticato di un semplice rifiuto.
Da una parte, Kim Yo-jong ha liquidato la riduzione delle esercitazioni sostenendo che accorciarne durata e dimensioni non ne modifica la natura «provocatoria» e «aggressiva» e avvertendo Washington che, se considera il gesto sufficiente a ottenere una risposta positiva da Pyongyang, resterà delusa. Dall’altra, ha accuratamente evitato di rompere il rapporto personale con Trump, arrivando a ricordare che le relazioni personali tra il presidente americano e Kim Jong-un rimangono «eccellenti». Ha inoltre negato di essere a conoscenza dei contatti che Trump aveva lasciato intendere fossero già avvenuti.
La distinzione è essenziale: Pyongyang continua a descrivere gli Stati Uniti come una potenza ostile, ma conserva Trump come interlocutore possibile.
È invece Seoul a ricevere il trattamento opposto. Il 20 agosto Kim Yo-jong ha accusato Lee Jae-myung di «double-dealing», doppiezza, perché il presidente sudcoreano aveva contemporaneamente accolto con favore la riduzione delle esercitazioni e promesso di rafforzare le capacità militari indipendenti del Paese. Ha ironizzato sul fatto che Seoul si fosse trovata improvvisamente costretta a interrompere i «giochi di guerra» per ordine del presidente americano, dipingendo l’episodio come una dimostrazione della subordinazione sudcoreana a Washington.
La presidenza sudcoreana ha reagito il giorno successivo chiedendo alla Corea del Nord di interrompere gli attacchi verbali, ma senza modificare la propria linea diplomatica: Seoul continuerà a cooperare con Washington e a lavorare come «pacemaker» per favorire la ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord.
È difficile non vedere nella strategia nordcoreana un tentativo di separare i due alleati almeno sul piano politico: preservare il rapporto personale tra Kim e Trump, alzare il prezzo che Washington dovrà pagare per ottenere un vertice e, contemporaneamente, negare a Lee la possibilità di presentarsi come intermediario indispensabile.
Poi arrivano i missili
Alle 17 circa del 20 agosto, dalla regione di Pyongyang sono stati lanciati verso le acque orientali della penisola circa dieci missili balistici a corto raggio, che secondo l’esercito sudcoreano hanno percorso approssimativamente 300 chilometri. Anche il Giappone ha rilevato il lancio, mentre Seoul ha rafforzato la sorveglianza, condiviso le informazioni con Stati Uniti e Giappone e convocato una riunione d’emergenza del National Security Council.
La sequenza temporale è impossibile da ignorare: il lancio è avvenuto il giorno dopo l’annuncio del taglio alle esercitazioni e dopo che Kim Yo-jong aveva spiegato che la concessione americana non era sufficiente. Non esiste però, almeno finora, una dichiarazione ufficiale nordcoreana che consenta di descrivere quei missili come una rappresaglia diretta alla decisione di Trump; è più corretto considerarli parte del sistema di pressione con cui Pyongyang continua a costruire la propria posizione negoziale.
Perché la Corea del Nord non negozia disarmando prima di sedersi al tavolo. Fa l’opposto: aumenta le proprie capacità per aumentare il valore di ciò che eventualmente potrà concedere.
Trump vuole incontrare Kim, ma Kim non è più quello del 2018
Trump, intanto, continua a mostrarsi convinto che il rapporto personale costruito con Kim possa produrre un nuovo incontro. Il 19 agosto, interrogato sulla possibilità di vedere il leader nordcoreano entro l’anno, ha risposto affermativamente. Ma un summit non è stato annunciato né concordato e Pyongyang non ha accettato pubblicamente alcun invito.
Ed è questa probabilmente la differenza più importante rispetto alla stagione di Singapore e Hanoi.
La Corea del Nord del 2026 arriva a un eventuale negoziato con un arsenale più sviluppato, nuovi sistemi missilistici, una cooperazione militare con la Russia che le ha fornito risorse e conoscenze operative e un rapporto con Mosca e Pechino che riduce il peso dell’isolamento imposto dall’Occidente. Kim ha quindi meno bisogno di Trump di quanto ne avesse otto anni fa, mentre Trump sembra avere un forte interesse politico nel dimostrare che il proprio metodo personale può ancora produrre risultati.
Resta poi la questione sulla quale ogni possibile dialogo rischia di arenarsi ancora prima di cominciare: la denuclearizzazione. Washington continua formalmente a chiedere la completa denuclearizzazione della Corea del Nord, mentre Pyongyang considera ormai il proprio status nucleare irreversibile e pretende che gli Stati Uniti abbandonino quella che definisce una politica ostile. Dietro il dibattito sulle esercitazioni si nasconde quindi una domanda molto più grande: un eventuale nuovo vertice servirebbe ancora a discutere di come eliminare l’arsenale nordcoreano oppure, per la prima volta, partirebbe dal tentativo di gestire una Corea del Nord che pretende di essere accettata come potenza nucleare di fatto?
È per questo che parlare di disgelo sarebbe prematuro. In questi giorni nessuno ha realmente fatto pace con nessuno. Trump ha però dimostrato di essere disposto a modificare unilateralmente un importante strumento militare dell’alleanza con Seoul pur di mandare un segnale a Kim; Lee ha risposto accelerando il progetto per rendere la Corea del Sud militarmente più autonoma ma, contemporaneamente, ha scelto di sostenere il tentativo americano di riaprire il dialogo; Pyongyang ha incassato la concessione, rifiutato di attribuirle valore sufficiente, attaccato Seoul e continuato a lanciare missili.
Il risultato è che il vero negoziato potrebbe essere già iniziato, senza che nessuno si sia ancora seduto intorno a un tavolo.
Non riguarda soltanto ciò che Kim Jong-un sarebbe disposto a concedere a Donald Trump. Riguarda anche ciò che Trump è disposto a cambiare nell’alleanza con Seoul per ottenere quel colloquio, quale ruolo la Corea del Sud intende avere nella propria difesa e se Lee Jae-myung riuscirà davvero a trasformarsi nel «pacemaker» di una diplomazia nella quale Pyongyang sembra, per ora, preferire parlare direttamente con Washington.
I dieci missili lanciati il 20 agosto non chiudono quella porta. Ricordano semplicemente a Trump, a Lee e al resto della regione che questa volta Kim Jong-un vuole arrivare davanti alla soglia da una posizione di forza.
