Ci sono artisti per i quali il secondo album rappresenta una conferma e altri per cui diventa, inevitabilmente, una dichiarazione d’indipendenza. Nel caso di Paris Jackson, tornare con un nuovo disco quasi sei anni dopo wilted significa soprattutto mostrare quanto sia cambiato il perimetro entro cui ha deciso di muoversi, perché Happiest Day of My Life, pubblicato il 21 agosto da Republic Records, non sembra costruito per addolcire gli spigoli del suo esordio, quanto piuttosto per renderli più evidenti, lasciando che chitarre, vulnerabilità e riferimenti all’alternative rock degli anni Novanta sostengano undici brani nei quali la componente autobiografica rimane centrale senza trasformarsi nell’unico argomento possibile.
Il cognome Jackson continuerà inevitabilmente ad accompagnarla, ma il punto interessante della sua traiettoria musicale è ormai un altro: Paris ha scelto da tempo di non inseguire il pop monumentale associato alla propria storia familiare e di costruire invece un’identità che guarda a The Smashing Pumpkins, Pixies, Marcy Playground e Bright Eyes, attraversando rock alternativo, folk e distorsioni con una scrittura nella quale il dolore non viene spettacolarizzato, ma trattato come materia da trasformare.
Il risultato è Happiest Day of My Life, un titolo apparentemente luminosissimo per un disco che, al contrario, attraversa guarigione, relazioni, perdita, disillusione e ricostruzione personale prima di arrivare a una qualche forma di luce.
Da wilted a un suono più pesante
Quando nel 2020 pubblicò wilted, realizzato insieme ad Andy Hull e Robert McDowell dei Manchester Orchestra, Paris Jackson aveva già scelto una strada piuttosto precisa, distante dalle aspettative che inevitabilmente accompagnavano il suo debutto discografico. Quell’album arrivò al numero uno della classifica iTunes Alternative Albums e pose le basi di una carriera che negli anni successivi l’ha portata ad approfondire soprattutto il rapporto con il rock, collaborando, tra gli altri, con Butch Walker e con Mike McCready dei Pearl Jam, presente con un assolo di chitarra in lighthouse.
Con Happiest Day of My Life quella direzione diventa più netta. Jackson descrive il progetto come una «collisione di suono, esperienza ed emozione» e per costruirlo ha lavorato con tre figure che possiedono esperienze molto diverse ma perfettamente compatibili con il territorio che vuole esplorare: Linda Perry, autrice e produttrice che ha attraversato decenni di musica americana, Butch Walker e Jason Lader.
È proprio questa combinazione a permetterle di ampliare il suono senza perdere il centro emotivo della scrittura. Le chitarre diventano più presenti, le dinamiche più accentuate, alcuni passaggi più aggressivi, ma l’album non sembra interessato a dimostrare una generica maturità musicale quanto a utilizzare il rock come linguaggio fisico, capace di contenere emozioni che in una produzione più levigata avrebbero probabilmente perso parte della loro forza.
Undici canzoni tra fantasmi, adolescenza e rinascita
La tracklist è divisa idealmente in due lati e si apre con teenage drama, uno dei singoli che avevano anticipato il progetto, prima di proseguire con maker, bang bang, zombies in love, la title track happiest day of my life ed evermore. La seconda metà comprende invece sirens, ghost, gaslight, stitched (on & on) e american dream.
Già i titoli raccontano qualcosa dell’universo emotivo dentro cui Jackson si muove: fantasmi, sirene, gaslighting, amori zombie e sogni americani convivono con un titolo, Happiest Day of My Life, che sembra quasi voler mettere alla prova il significato stesso della felicità.
Proprio la title track è stata scelta come focus song dell’album e accompagnata da un nuovo video ufficiale, mentre zombies in love, teenage drama e stitched (on & on) avevano progressivamente anticipato le diverse anime del progetto. Non si tratta quindi di un disco costruito attorno a un solo tono, ma di un lavoro che passa dalla tensione alla vulnerabilità, dalla distorsione a momenti più introspettivi, mantenendo come denominatore comune una scrittura volutamente esposta.
Pochi giorni prima della pubblicazione, Jackson ha portato zombies in love e happiest day of my life anche sul palco di Good Morning America, segnando il suo debutto in un morning show televisivo americano nell’ambito della Summer Concert Series 2026 e mostrando un altro elemento fondamentale di questa nuova fase: la dimensione live.
Paris Jackson vuole essere soprattutto una musicista
È probabilmente qui che la sua evoluzione diventa più leggibile. Nel corso degli ultimi anni Paris Jackson ha costruito il proprio percorso senza fretta, alternando musica, moda e recitazione, con apparizioni in produzioni come Star, American Horror Stories, Swarm e Doctor Odyssey, ma continuando parallelamente a consolidare un’identità da performer attraverso concerti propri e tour accanto a band come Queens of the Stone Age, Incubus, Silversun Pickups e The Revivalists.
Il 2026 segna però un’accelerazione. Jackson è attualmente impegnata nel suo primo Zombies Tour da headliner in Nord America e durante l’estate ha condiviso alcune date con The Pretty Reckless, mentre in autunno arriveranno i primi appuntamenti da protagonista in Europa e nel Regno Unito.
Il calendario prevede Parigi il 10 ottobre, Berlino il 12, Amsterdam il 14 e Londra il 16 ottobre, quattro concerti che porteranno Happiest Day of My Life fuori dagli Stati Uniti e che assumono un peso particolare proprio perché arrivano nel momento in cui il progetto musicale di Jackson sembra aver trovato una forma più definita.
Non c’è, almeno per ora, una tappa italiana.
Un secondo album che evita la scorciatoia della nostalgia
La tentazione, raccontando Paris Jackson, sarebbe naturalmente quella di ricondurre ogni scelta alla famiglia da cui proviene, trasformando qualsiasi chitarra, testo o cambiamento estetico in una reazione al peso del cognome. Ma a quasi sei anni dal suo primo album quella lettura comincia a essere troppo semplice.
Happiest Day of My Life sembra interessante proprio perché non prova a risolvere quella storia e neppure a utilizzarla come principale strumento narrativo. Le coordinate musicali scelte da Jackson appartengono a un’altra genealogia, fatta di alternative rock americano, songwriting confessionale, grunge, indie e un certo gusto per quella fragilità rumorosa che negli anni Novanta permetteva a una canzone di essere contemporaneamente abrasiva e vulnerabile.
Ed è forse questa la parte più convincente del suo percorso: Paris Jackson non sembra interessata a diventare la versione musicale che il pubblico avrebbe potuto immaginare per lei, ma continua piuttosto a costruirne una molto meno ovvia.
Il titolo del disco promette il giorno più felice della sua vita. Le undici canzoni necessarie per arrivarci raccontano, però, tutto quello che viene prima.
