Decine di superpetroliere cariche di greggio russo restano ferme al largo, senza un compratore disposto a rilevarne il carico. Intanto le capitali occidentali intensificano i sequestri delle unità più datate su cui Mosca ha fatto affidamento per aggirare le restrizioni. I clienti del petrolio russo pretendono oggi ribassi sempre più marcati, ai livelli più elevati dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Per la principale fonte di entrate del Cremlino si tratta di un passaggio delicatissimo che rischia di compromettere lo sforzo bellico in Ucraina. Fin dall’offensiva lanciata nel 2022, Stati Uniti ed Europa hanno tentato di comprimere la capacità di esportazione energetica russa. Mosca, tuttavia, era riuscita a riorganizzarsi molto bene: aveva ampliato la cosiddetta “flotta ombra”, trovato nuovi sbocchi commerciali e mantenuto in piedi i flussi di greggio verso Asia e Medio Oriente. Oggi, però, il quadro appare mutato. Una combinazione di nuove sanzioni europee mirate contro singole imbarcazioni, sequestri in mare aperto condotti da forze occidentali e le manovre politiche dell’amministrazione Trump per allentare il legame energetico tra Russia e India hanno riportato sotto pressione il settore strategico per eccellenza dell’economia russa. Secondo Argus Media, società specializzata nel monitoraggio delle materie prime, l’Urals — il principale blend russo — quota attorno ai 45 dollari al barile. Si tratta di uno scarto record di 27 dollari rispetto al Brent, riferimento internazionale. Un livello che resta ampiamente sotto i 59 dollari stimati come necessari per il pareggio del bilancio federale russo nel 2026. E il prezzo si avvicina pericolosamente alla soglia di break-even della produzione, indicata dagli analisti tra i 20 e i 25 dollari al barile, al di sotto della quale le compagnie entrano in territorio di perdita. Non a caso, a gennaio le entrate russe da petrolio e gas hanno toccato il punto più basso dal luglio 2020. «La fragilità dei conti pubblici è evidente, e si manifesta mentre l’economia mostra segnali di rallentamento, se non di stagnazione», ha osservato al Wall Street Journal Benjamin Hilgenstock, direttore del Centro per la geoeconomia e la resilienza del Kyiv School of Economics Institute. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha corretto al ribasso le prospettive di crescita della Federazione: 0,6% nel 2025 e 0,8% nel 2026. Escludendo la parentesi pandemica, è la performance più debole dal 2014, anno dell’annessione della Crimea.
Barili bloccati in mare
Le difficoltà nel collocare il greggio trovano conferma nei numeri del traffico marittimo. Al 10 febbraio, circa 143 milioni di barili risultavano ancora a bordo di petroliere in attesa di destinazione, secondo Vortexa. Una quantità pari a quasi metà della produzione mensile russa stimata per il 2025. Le navi stazionano prevalentemente nei pressi dei porti russi, indiani e cinesi o nelle aree di trasferimento ship-to-ship lungo le rotte asiatiche, comprese le acque al largo della Malesia. I tradizionali compratori — in particolare le raffinerie statali di India e Cina — adottano un approccio prudente. In Cina, per convincere gli operatori privati, i carichi russi devono offrire sconti crescenti per competere con il greggio iraniano, generalmente proposto a prezzi inferiori. Se lo stock galleggiante non si riducesse, Mosca potrebbe essere costretta a ridimensionare l’estrazione per mancanza di capacità di stoccaggio, avvertono diversi analisti. Natasha Kaneva, responsabile della strategia globale sulle materie prime di JPMorgan, rileva sul WSJ segnali di maggiore attivismo da parte delle cosiddette “teapot refineries” cinesi, impianti indipendenti spesso sganciati dai circuiti finanziari e assicurativi occidentali, che starebbero contribuendo ad assorbire parte dell’eccesso. A gennaio, la Cina ha importato 1,73 milioni di barili al giorno di greggio russo — un massimo storico — quasi il 50% in più rispetto alla media del 2025 pari a 1,16 milioni, secondo un’analisi del KSE Institute su dati Kpler. Ulteriori acquisti sarebbero stati registrati anche a inizio febbraio. Resta però il nodo delle condizioni commerciali. Le raffinerie indipendenti concentrate nello Shandong, lungo il basso corso del Fiume Giallo, sono note per la loro aggressività negoziale e Pechino tende a evitare che un singolo fornitore superi il 20% delle importazioni complessive di greggio. Nel 2025 la quota russa ha toccato il 17,5%, secondo le dogane cinesi.
Il passo indietro dell’India e la flotta ombra nel mirino
Anche Nuova Delhi, che negli ultimi anni era diventata uno dei principali sbocchi per il greggio russo, ha ridotto gli acquisti dopo le nuove sanzioni statunitensi contro due compagnie energetiche russe e le restrizioni europee sui derivati. Sullo sfondo pesano anche le pressioni commerciali di Washington: nel 2025 Trump ha imposto dazi del 50% all’India, collegandoli in parte alla riduzione delle importazioni di petrolio russo. La scorsa settimana il presidente americano ha affermato che l’India avrebbe accettato di interrompere gli acquisti in cambio di tariffe più favorevoli. Gli analisti ritengono improbabile un azzeramento totale, ma anche un taglio parziale inciderebbe sensibilmente sui ricavi di Mosca.A gennaio le importazioni indiane di greggio russo sono scese a 1,14 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal dicembre 2022, secondo il KSE Institute. In calo marcato anche gli acquisti di prodotti raffinati di origine russa. Sul fronte logistico si moltiplicano i rischi. I recenti sequestri di petroliere da parte di autorità europee e statunitensi hanno aumentato l’incertezza attorno alla rete di navi con assetti proprietari opachi che ha trasportato circa l’80% del greggio russo nel 2025. Il mese scorso la Francia ha fermato nel Mediterraneo la petroliera Grinch, lungo una rotta chiave verso l’Asia. Nei giorni scorsi le forze statunitensi hanno sequestrato l’Aquila II, all’epoca carica di petrolio venezuelano ma con precedenti trasporti di greggio russo. Per ora, tuttavia, il margine economico resta sufficiente a compensare il pericolo di un fermo nave. Ma il segnale è chiaro: la partita energetica, pilastro della resilienza russa negli ultimi anni, entra in una fase in cui sconti, pressioni geopolitiche e vulnerabilità finanziarie rischiano di pesare più della capacità di adattamento mostrata finora dal Cremlino.
