Per mesi Reza Pahlavi è stato presentato come il volto del futuro Iran. Interviste, convegni, incontri istituzionali e una presenza costante sui media lo avevano trasformato, agli occhi di molti osservatori occidentali, nell’uomo destinato a guidare la caduta della Repubblica islamica. Sembrava che il destino dell’Iran fosse già scritto e che il figlio dell’ultimo Scià fosse pronto a raccogliere l’eredità del potere. Oggi, però, è praticamente scomparso dalle cronache. E questo improvviso silenzio dovrebbe indurre a una riflessione. La realtà è che fin dall’inizio era evidente come la narrazione costruita attorno a Pahlavi fosse largamente sproporzionata rispetto al suo peso politico reale. Nessuno mette in dubbio che goda di una certa popolarità in una parte della diaspora iraniana o che il suo cognome conservi un forte valore simbolico per molti oppositori del regime. Ma un simbolo non è necessariamente un leader politico. E soprattutto non basta per rappresentare un Paese di oltre novanta milioni di abitanti, attraversato da profonde divisioni politiche, etniche, religiose e sociali.
L’errore di molti osservatori è stato quello di confondere la visibilità con la leadership. Comparire nei talk show internazionali, essere ricevuto in Parlamento o incontrare esponenti politici occidentali non significa automaticamente rappresentare gli iraniani che vivono sotto il regime degli ayatollah. La distanza tra la diaspora e chi vive quotidianamente in Iran è enorme, e non può essere colmata con una strategia di comunicazione. Durante le settimane più tese del confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran, si è diffusa quasi la convinzione che la Repubblica islamica fosse prossima al collasso e che bastasse individuare un volto riconoscibile per il “giorno dopo”. È una dinamica già vista molte volte nella storia recente del Medio Oriente: la ricerca dell’uomo giusto da contrapporre al dittatore di turno. Ma la storia insegna che i cambi di regime non si costruiscono nei convegni internazionali e non nascono da campagne mediatiche. Hanno bisogno di consenso interno, di una struttura organizzata, di una classe dirigente e di una legittimazione che non può arrivare esclusivamente dall’estero. Ancora più discutibile è stato l’atteggiamento di numerose associazioni pro-Israele italiane. Invece di mantenere un approccio prudente, hanno rilanciato sistematicamente ogni dichiarazione di Reza Pahlavi, contribuendo a costruire l’immagine di un leader già riconosciuto come futuro presidente o sovrano dell’Iran. Una scelta che appare più dettata dall’entusiasmo che dall’analisi. Comprensibile sostenere chi si oppone al regime degli ayatollah. Molto meno comprensibile trasformare quel sostegno in una sorta di investitura politica, senza interrogarsi sul consenso effettivo di cui dispone quella figura all’interno dell’Iran. Essere contro la Repubblica islamica non significa necessariamente essere a favore di Pahlavi. Questa distinzione, spesso, è stata completamente ignorata.
L’impressione è che ancora una volta si sia preferita una narrazione semplice a una realtà molto più complessa. Si è costruito un personaggio quasi salvifico, una sorta di “Madonna pellegrina”, invitata ovunque, intervistata da tutti e presentata come l’alternativa naturale agli ayatollah. Una rappresentazione che ha finito per alimentare aspettative irrealistiche e che oggi appare già superata dagli eventi. Nel frattempo, il regime iraniano è ancora al suo posto, l’opposizione continua a essere frammentata e nessuna figura è riuscita a imporsi come leader indiscusso del cambiamento. La complessità della società iraniana è stata sacrificata sull’altare della comunicazione e della necessità di trovare un volto facilmente spendibile presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi Reza Pahlavi continua naturalmente la propria attività politica, ma è uscito dal centro della scena con la stessa rapidità con cui vi era entrato. Il suo silenzio mediatico non rappresenta soltanto il ridimensionamento di una persona, ma soprattutto il fallimento di una narrazione costruita troppo in fretta e sostenuta da chi ha preferito il desiderio di vedere cadere il regime all’analisi della realtà. La vicenda dovrebbe lasciare una lezione. La politica internazionale non può essere raccontata come una campagna elettorale o una serie televisiva, nella quale basta individuare un protagonista per risolvere una crisi. L’Iran merita analisi molto più serie, meno emotive e soprattutto meno condizionate dalla ricerca di un uomo della provvidenza che, almeno per ora, non si è mai realmente materializzato.
